Nel meridione, quasi un terzo dei diplomati e oltre il 30% dei laureati sotto il 34 anni non studia e non lavora, la disoccupazione reale è al 25%; le famiglie spendono meno, l’occupazione giovanile (15-34 anni) è poco sopra il 30%.

Non sono solo numeri quelli pubblicati dal rapporto Svimez 2011, tutti più alti se riferiti ad aspetti negativi. Dietro vi sono i volti di giovani, soprattutto giovani donne che abbandonano il meridione per andare al Nord o all’estero. Solo il 23% delle giovani donne è occupata, contro il 56% delle loro coetanee del Nord.

Per Luca Bianchi, vicepresidente dello Svimez, – si legge su Redazionesottosfratto – «il Sud sta perdendo i ragazzi migliori, quelli che potrebbero garantire una crescita non solo produttiva, ma anche sociale e civile dei loro territori… Nel 2009 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al centro-nord 109mila abitanti, di cui 23mila e 700 provenivano dalla Sicilia, seconda regione dopo la Campania per numero di partenze.

Negli ultimi dieci anni le regioni del Sud hanno perso 580mila giovani. Da Catania se ne sono andati in 10mila. Lombardia ed Emilia Romagna le regioni di destinazione preferite, mentre torna ad aumentare il numero di chi, sopratutto titolare di un master, sceglie l’estero. Germania e Inghilterra le mete più frequenti, ma «c’è chi arriva persino in Sudamerica, area di attrazione in grande crescita».

Secondo il rapporto Svimez occorrono misure compensative: introdurre condizioni di vantaggio per gli investimenti soprattutto dove esistono potenzialità non utilizzate (fiscalità di vantaggio al Sud) e sostegno ai redditi evitando i tagli indiscriminati alle prestazioni sociali.

“Tuttavia – si legge nel rapporto – la congiuntura negativa ha solo fatto esplodere una condizione giovanile invero da lungo tempo radicata nell’economia e nella società italiane. Al Sud, in maniera più accentuata che al Nord, non ha fatto altro che aggravare una tendenza già in atto negli ultimi anni, caratterizzata da un numero sempre minore di giovani che riesce ad accedere al mercato del lavoro regolare”.

Infatti, confrontando i dati con gli altri Paesi europei vediamo che la Germania ha già recuperato quanto aveva perso in questi anni, mentre da noi il Parlamento discute di intercettazioni, ennesima legge ad personam.

Ma, al di là dell’amara constatazione, il confronto con la Germania ci offre la possibilità di ragionare sul costo e le condizioni di lavoro. Mentre la Germania, dalla caduta del muro di Berlino, si è assunta – riuscendoci con successo – l’onere di promuovere lo sviluppo della zona est, in Italia abbiamo assistito da una parte alla delocalizzazione all’estero delle nostre aziende per l’eccessivo costo del lavoro nel nostro Paese (ma come ha fatto la Germania?), dall’altro al progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro: sfruttamento della manodopera (specie se straniera); livellamento verso il basso delle condizioni di lavoro anche per la manodopera italiana (costretta ad accettare situazioni inumane, come a Barletta – ma non scordiamoci di Bronte – dove si lavora negli scantinati per pochi euro l’ora).

Il tutto giustificato dalla necessità di sopravvivere alla crisi. Ma allora perché la forbice dei redditi si allarga e i ricchi sono sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri? E perché la Germania sta riuscendo ad uscire dalla crisi senza calpestare i diritti dei lavoratori?

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