In genere si emigra dal Meridione al Nord. I poveri contadini siciliani, la valigia di cartone, arrivavano a Milano, o in altre città del nord, per trovare lavoro e inviare a casa un po’ dei quattrini guadagnati in fabbrica. Oggi i nostri ragazzi, professionalmente qualificati, continuano, spesso a malincuore, a partire.

Non tutti sanno però che c’è stata un’emigrazione al contrario. Ce lo svela sul sito “Arengario. net” Toni Iannazzo con l’articolo dal titolo “Alto Lario nei paesi dell’emigrazione al contrario“. Questi flussi controcorrente che coinvolsero, a quanto pare, circa 20.000 uomini, avvennero per quasi tre secoli, dalla metà del 1500 fino al 1800.

I migranti all’incontrario rimanevano al sud cinque, sette, dieci anni, il tempo di guadagnare un bel po’ di soldi e poi tornavano su, nei paesi d’origine, sulle colline a nord-ovest del Lago di Como, Dongo, Gravedona, Domaso. E anche più a nord. Tutti paesi poveri, isolati e anche oggi lontani dalle rotte del turismo.

Ma perchè queste trasmigrazioni dal ducato di Milano alla Sicilia, ambedue terre governate e vessate dagli Spagnoli e dall’Inquisizione? Palermo era allora un’importante città. “Era in corso a quei tempi – scrive Iannazzo – la colonizzazione di grandi proprietà terriere, che le classi dominanti acquisivano e sviluppavano, con l’intento di trasformarle da zone abbandonate a luoghi di produzione di reddito. Verso le zone rurali si trasferivano dalle città i ceti più poveri, che diventavano manodopera a basso costo per la loro coltivazione. Le classi più abbienti rimanevano invece nelle città, che provvedevano a rendere più belle e più comode, favorite in questo da amministrazioni comunali, a quei tempi, efficienti e ben organizzate”. Così a Palermo circolava molto denaro, tutto quello che non veniva rastrellato dalle tasse spagnole. Vennero costruite strade, piazze, palazzi, scolpite statue, innalzati monumenti per i quali vennero chiamati artigiani dal nord, appunto, quelli che potremmo chiamare emigranti all’incontrario.

Commercianti, fornai, tavernieri, osti, scalpellini, bottegai, orafi, stagnini, pescatori, marinai lombardi, si trasferirono a Palermo o in altre città siciliane e inviarono le loro rimesse a casa. Ma non solo alle loro famiglie. Si organizzarono in comunità, dette Scholae Panormi, una per ogni centro di provenienza, e cominciarono a tassarsi per contribuire a migliorare i loro paesi. Una parte dei loro guadagni fu destinata così, ad abbellire le chiese del nord con cappelle, quadri, affreschi, statue, organi, reliquiari e arredi di ogni genere.

Nella chiesa dedicata ai santi Eusebio e Vittore, a Peglio, c’è anche un affresco che ci rinvia alla Sicilia. Raffigura Santa Rosalia che intercede per la peste. Santa Rosalia, la stessa festeggiata ancora oggi a Palermo in luglio, con un “festino” di cinque giorni. Debella un fagello che negli stessi anni affligge la Lombardia e l’Alto Lario come la Sicilia.

Così con i migranti all’incontrario anche Rosalia va al nord. Il suo culto è testimoniato da cappelle, busti, dipinti, gioielli. Nella cappella a lei dedicata nella chiesa di Peglio si conserva, proveniente da Palermo anche un busto-reliquario. Nella chiesa di Livo ritroviamo Santa Rosalia in una tela nella quale si intravede il porto e la città di Palermo e  la sagoma del Monte Pellegrino, dov’è la grotta della Santa. Tutti oggetti e manufatti dovuti alle rimesse degli emigranti.

 

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