All’interno della festa promossa a Catania dalla Federazione della Sinistra (Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani), il 7 ottobre è intervenuto Vladimiro Giacché, che ha proposto un’interessante e articolata riflessione sulla crisi economica attuale.

Una crisi, scoppiata nel 2007 “a causa del collasso del modello di consumo degli Stati Uniti, basato sull’indebitamento privato, che consentiva di mantenere consumi elevati nonostante stipendi in calo ormai da decenni”, dalla quale non siamo mai usciti.

Una crisi aggravata dalla crescita degli investimenti nei paesi di nuova industrializzazione a cui non ha corrisposto una proporzionale diminuzione nei paesi industrialmente avanzati.

Viste le caratteristiche “unitarie” del sistema economico, le perdite maturate in alcuni settori (mutui subprime e obbligazioni basate su di essi) si sono estese a macchia d’olio agli altri. Le banche e molte imprese private sono state perciò salvate con enormi iniezioni di denaro pubblico.

Bank of England, nel marzo 2009, ha stimato in 14.000 miliardi di dollari l’entità di questi interventi. In questo modo i debiti privati sono stati  trasferiti sui bilanci pubblici, dando inizio a quella che si può definire ‘la seconda fase della crisi’, cioè quella ‘del debito pubblico’, che si manifesta  dapprima in Europa, dove l’introduzione della moneta unica, ha, tra l’altro, eliminato la possibilità di svalutazioni competitive, e accentuato in diversi Paesi, a causa della specializzazione produttiva, i processi di deindustrializzazione e l’allargamento del deficit della bilancia commerciale.

Quindi, quella che si presenta come una crisi del debito pubblico non è soltanto né principalmente questo: è una crisi di crescita e di competitività. La crisi fiscale è, dunque,  una derivata necessaria di questa crisi. Quello che stiamo vivendo oggi è il tentativo di risolvere tutto ciò attraverso la distruzione, su larga scala, dei sistemi di welfare.

Con l’obiettivo di conseguire due risultati:

  • scaricare il costo della crisi su salari indiretti e differiti,
  • aprire al capitale (o, se si preferisce, al “mercato”) nuovi ambiti di valorizzazione.

Questo processo sta aggravando la crisi della domanda interna che affligge i principali paesi capitalistici.

Per quanto riguarda in particolare l’Europa, la crisi della domanda interna – essendo il mercato europeo fortemente integrato – diventa immediatamente crisi dell’export.

I paesi europei maggiormente coinvolti dalla crisi del debito sovrano, ‘grazie’ alle ricette imposte dal FMI e dalla BCE,  si stanno avviando verso una depressione economica che aumenta la distanza rispetto ai paesi del “gruppo di testa” dell’Unione, rendendo, di fatto, sempre più insostenibile l’esistenza stessa di una moneta comune e sempre più probabile il default di questi paesi.

La partita che si gioca in Italia è inserita in questo contesto. “La manovra Berlusconi-Tremonti non è soltanto iniqua: è devastante tanto per i bilanci di milioni di famiglie, quanto per le sorti della nostra economia e per la stessa sostenibilità del nostro debito pubblico. Con essa il declino economico del nostro Paese, che in questi anni è andato di pari passo con una crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito, rischia di diventare irreversibile”.

Se, perciò,  prevarranno i pasdaran del pareggio di bilancio, il destino dell’economia italiana è segnato: nessuna crescita sarà possibile e quindi – precisamente per questo – il default sarà garantito.

L’alternativa non può, però, essere rappresentata dalla parola d’ordine del ripudio del debito. In questo caso, infatti, il default sul debito italiano sarebbe pagato in parte non piccola da lavoratori e pensionati, che da decenni sono abituati a vedere nei titoli di Stato il porto più sicuro per i propri (pochi) risparmi.

Inoltre, il default andrebbe di pari passo con l’uscita dall’euro e una forte svalutazione, che determinerebbe un crollo del potere d’acquisto dei lavoratori.

Queste, invece, le proposte di Giacché:

  • fare pagare il debito agli evasori e alle persone (fisiche e giuridiche) titolari di grandi patrimoni;
  • disboscare la giungla delle agevolazioni alle imprese (che costano 30 miliardi all’anno) indirizzando parte del ricavato per poche agevolazioni utili (incentivi alla concentrazione industriale e alla ricerca e sviluppo tecnologico);
  • utilizzare le grandi risorse così disponibili non soltanto a ripianamento del debito, ma per alleggerire la fiscalità sui ceti più poveri e per rilanciare il welfare e grandi investimenti in formazione, ricerca e nelle infrastrutture utili;
  • restituire dignità e centralità al settore pubblico dell’economia, attribuendo ad esso un ruolo di orientamento e di indirizzo degli stessi investimenti privati sino ad introdurre elementi di pianificazione economica.
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