La lunga marcia verso le magnifiche sorti e progressive della privatizzazione del trasporto pubblico a Catania è cominciata dal nome: AMT!

Ma come, non è sempre lo stesso?

I soliti superficialoni! Andate sul sito e vedrete che la sigla è la stessa, ma adesso si legge Azienda metropolitana trasporti Catania Spa.

Sembra una quisquilia, ma è già indice di un nuova mentalità ‘privatistica’, per cui bisogna evitare le spese superflue.

Pensate, ad esempio, a quanto si sarebbe dovuto spendere, cambiando la ragione sociale, solo per rifare la carta intestata, la cartellonistica, il materiale informativo di cui l’azienda è stata sempre prodiga.

Comunque sia, la trasformazione dell’ente che gestisce un servizio pubblico essenziale in impresa di diritto privato è ormai cosa fatta. Il sito aziendale tuttavia, forse per pudore, non dà nessuna altra delucidazione sulla faccenda, come se nulla fosse successo.
Dalle poche informazioni disponibili sappiamo però di sicuro che:

  • il Comune continuerà a farsi carico del bilancio pregresso (solo poche noccioline che assommano a oltre 100 milioni di euro) e che la sua partecipazione azionaria non potrà essere inferiore al 51%;
  • volendo mantenere l’attuale piano tariffario, che comporta una differenza di 0,30 euro tra l’attuale prezzo del biglietto ordinario (un euro) e quello determinato nel 2009 dalla Regione, il Comune continuerà a farsi carico anche di questo onere non piccolo;
  • secondo il Piano industriale, spetterà all’Amministrazione versare circa venti milioni di euro l’anno per cinque anni alla nuova azienda.

A queste condizioni, parlare di privatizzazione non rischia di apparire poco più di un artificio retorico?

Perché in effetti l’AMT Spa sarà una società per azioni ma con la quota di maggioranza interamente in mano al Comune. Essa tuttavia potrà spendere ogni anno circa 60 milioni di euro, assumere personale, decidere forniture e scegliere fornitori usando di fatto denaro pubblico senza però rispondere né al Consiglio comunale né ad altri organismi neutrali, in quanto società di diritto privato. Di fatto, questa è la principale e più sostanziale novità.

Siccome però amministra un servizio pubblicò essenziale, come pensate che verrà gestito un eventuale passivo di gestione? Chi lo ripianerà?

A questo punto sarebbe necessario avere risposte chiare, cioè non formali, ad alcune altre domande per tentare di capire meglio.

Chi saranno i soci che accetteranno di farsi carico del restante 49% delle azioni? Che cosa gliene verrà in cambio? Chi nominerà il direttore e il consiglio di amministrazione? Con quali procedure? Quali poteri di spesa avranno? Quanto percepiranno? Verranno compensati sulla base dei risultati e degli obiettivi effettivamente raggiunti?

La trasformazione dell’azienda in SpA partecipata dal Comune, infatti, farà sì che non saranno più necessari concorsi pubblici per le assunzioni. Non è difficile pensare che ciò potrà dar luogo all’ennesimo saccheggio della classe politica locale per piazzare parenti, amici e clienti senza nessuna mediazione.

E allora, per quale misterioso arcano la stessa azienda, con gli stessi mezzi e le stesse persone, consentirà al “trasporto pubblico cittadino di potersi finalmente rilanciare secondo criteri di efficienza ed economicità”, come ha pomposamente dichiarato il sindaco Stancanelli?

Abbiamo fondati motivi per temere che stiamo per aggiungere un altro tassello a quel quadro già delineato da Francesco Coniglione, a proposito del “costo della “casta minore”, ovvero di tutti i famigli e i clientes della politica che si insediano in consigli di amministrazione, comunità montane, autorità portuali, ATO ed enti vari partecipati o controllati in qualche modo da comuni, province, regioni”, un esercito di almeno 80.000 persone per un costo di circa 3 miliardi di euro l’anno.

E pensare che il passaggio alle SpA era stato ritenuto necessario per immettere queste società nel mercato, responsabilizzare i manager, ridurre il peso del controllo della politica e così via.

In effetti la politica non solo non ha fatto alcun passo indietro ma potrà continuare  il saccheggio meglio e più facilmente di prima, al riparo da occhi indiscreti.

Per non parlare, ricorda sempre  Coniglione, dei “dirigenti che vengono nominati politicamente, ricevono retribuzioni spropositate e non corrispondenti alle loro qualifiche (…) spesso per non fare nulla o per farlo male.”

E oggi, oltre  all’aumento esponenziale del costo della politica ci troviamo con aziende e servizi dissestati e inefficienti. L’esempio recente del fallimento degli ATO e del colossale mucchio di debiti che stanno lasciando, in cambio di bollette impazzite e strade piene di spazzatura, è sotto gli occhi di tutti.

Nel frattempo si susseguono incessanti i proclami degli attuali dirigenti dell’azienda sul futuro Piano aziendale: acquisto di nuovi autobus, incremento della «velocità commerciale», apertura dei parcheggi scambiatori, risparmio nelle spese di gestione, nuove paline informative e nuove pensiline.

Se non fosse che sono anni che siamo costretti ad ascoltare le stesse litanie, verrebbe quasi da crederci.

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