Per cercare di capire a che punto è la lotta alle mafie – senza farsi prendere da facili entusiasmi o da cinici scoraggiamenti – è necessario avere a disposizione dati aggregati a livello nazionale, regionale e provinciale. Una delle fonti più attendibili è la relazione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA).

Confrontando i dati semestrali delle segnalazioni per associazione di tipo mafioso, spaccio o traffico di sostanze stupefacenti si registra una diminuzione rispetto a periodi precedenti, insieme ad un preoccupante incremento di un numero non trascurabile di minori denunciati e/o arrestati per violazione dell’art. 416 bis (58 minori  e 85 maggiorenni sotto i 21 anni nel 2010). Ciò non può che essere un grave segnale del coinvolgimento di soggetti più deboli (minori) all’interno delle organizzazioni mafiose, specie per i reati di spaccio, danneggiamento e incendio, unitamente ad una maggiore cautela ad esporsi da parte degli affiliati che hanno un ruolo non di mera manovalanza.

Se differenziamo le segnalazioni di tipo mafioso per regione di origine dei denunciati, continuano ad essere maggiormente interessate sempre le stesse quattro regioni (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia).

In esse sono rilevanti i reati di attività estortiva, omicidio,  rapina, usura, i reati di danneggiamento e di incendio, produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti, riciclaggio e impiego del denaro.

Se invece i dati fossero stati aggregati per luogo ove è stato commesso il reato, la distinzione sarebbe stata meno evidente, perché già da tempo le attività criminose si realizzano anche fuori dai confini regionali tradizionali.

Uno sguardo all’entità dei reati denunciati fa intendere la gravità della situazione, nonostante “i successi – si legge nella relazione – dell’azione di contrasto, che si è attestata, con ottimi risultati qualitativi e quantitativi, sia sul versante della disarticolazione giudiziaria dei sodalizi, tramite l’arresto di latitanti eccellenti e di numerosi sodali, sia sull’aggressione ai patrimoni illecitamente costituiti, in termini di sequestri e confische”:

Tant’è che si legge: “continuano a risaltare attuali e persistenti livelli di minaccia, rilevabili non solo nella pressione estortiva sul territorio, ma anche nella più qualificata ingerenza del sistema mafioso nel circuito economico… in specie, negli appalti pubblici e in quei settori che godono di significativi incentivi statali e comunitari”. E’ del 2010 un maxi sequestro di beni (1 miliardo e 500 milioni di euro) a carico di un imprenditore alcamese per reati legati allo sfruttamento dell’energia fotovoltaica.

Altri elementi interessanti presenti nella relazione sono:

a) segnali di crisi di liquidità per una parte sensibile del contesto criminale che perde credibilità perché “sempre più incapace di far fronte alle spese di mantenimento delle famiglie e alle richieste degli affiliati detenuti”;

b) “imprenditori formalmente estranei al sodalizio mafioso che sembrerebbero stabilire con gli esponenti criminali un biunivoco rapporto di reciprocità, che garantisce agli uni il raggiungimento di vantaggi altrimenti non conseguibili sulla concorrenza e all’organizzazione mafiosa la capacità di infiltrazione e di condizionamento di settori dell’economia e della P.A.”;

c) a proposito dei “nuovi referenti di spicco sia della famiglia di Catania, sia della famiglia di Caltagirone… confermati gli spiccati interessi mafiosi nel settore degli appalti… unitamente a soggetti ritenuti referenti dell’organizzazione ed appartenenti a settori della politica, delle professioni, della P.A. e dell’imprenditoria”;

d) l’erogazione di 4.817.382 euro come solidarietà per le vittime di estorsione e di usura, in accoglimento di 51 istanze su 100 presentate;

e) la diminuzione delle segnalazioni di danneggiamenti, unitamente all’aumento di danneggiamenti seguiti da incendio doloso ci fa supporre, purtroppo, l’ipotesi che si denuncino meno i danneggiamenti perché più facilmente occultabili rispetto all’incendio;

f) l’attenuazione dei reati congiunti di associazione e spaccio per l’utilizzo di manovalanza non direttamente riconducibile alle famiglie;

g) l’attenzione al ciclo dei rifiuti con segnali preoccupanti: incendi su strada, sabotaggi in danno di auto-compattatori, fallimento degli ATO, blocco della realizzazione dei termovalorizzatori.

Relativamente alla provincia di Catania, si rileva inoltre che:

a) “Il pizzo sembra oscillare da alcune centinaia sino a qualche migliaio di euro, in considerazione delle dimensioni e della capacità contributiva della ditta coinvolta”.

b) In alcuni negozi di franchising “a titolo estortivo, venivano effettuati saltuari ‘acquisti‘, anche per valori di diverse migliaia di euro. Rientra nel novero delle estorsioni l’imposizione di servizi a titolo gratuito da parte di commercianti o professionisti, ad esempio per la riparazione di veicoli utilizzati dagli affiliati mafiosi”.

c) Emerge il notevole interesse della criminalità organizzata catanese per la gestione del prolifico mercato degli stupefacenti;

d) il controvalore dei beni patrimoniali posti a sequestro o confisca, in base alla legge Rognoni – La Torre dal Tribunale di Catania (meno di 40 milioni di euro) è relativamente modesto rispetto a quello dell’intera Regione (quasi 2 miliardi). Sarebbe forse opportuno che gli inquirenti considerassero le strategie messe in atto (leggi o ascolta l’intervento di Scarpinato in Le armi spuntate del codice Antimafia) da altri tribunali, come quello di Palermo?

Infine ampio spazio è dedicato alla presenza dell’organizzazione mafiosa siciliana in contesti regionali diversi, con “infiltrazioni nei vari settori dell’imprenditoria e degli appalti pubblici, nonché nelle mediazioni finanziarie, attraverso l’uso di figure professionali dotate di competenza in materia tributaria, finanziaria e fiscale, con le intuibili ripercussioni inquinanti nel sistema economico legale”: nel 2° semestre del 2010 sono pervenute all’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia ben 14.201 segnalazioni sospette, 141 delle quali trattenute dalla DIA.

Ad un esame complessivo della relazione si rileva il grande lavoro che viene svolto dagli uffici investigativi e dalle forze dell’ordine, ma altrettanto chiaramente non si rileva analogo impegno delle forze politiche che pongono ostacoli e riducono, anziché incrementare, gli strumenti a disposizione: dopo il crollo dei collaboratori di giustizia è stata la volta della riduzione dei tempi di prescrizione e della forte limitazione delle intercettazioni nella fase investigativa.

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