Metti insieme ragazzi provenienti da paesi in guerra tra loro, cresciuti nel contesto di uno di quei conflitti che generano inevitabilmente paura, sfiducia e sospetto, permetti loro di vivere insieme per due anni, mangiare alla stessa tavola, studiare l’uno accanto all’altro, usare la stessa macchina, ed ecco avrai … lo Studentato Internazionale Rondine.

A parlare di questa esperienza, semplice e allo stesso tempo straordinaria, sono stati mercoledì sera, nell’aula A8 del Monastero dei Benedettini, Tara Maria Jabbour e Fadi Barakat, ventenni libanesi, insieme a Noam Pupko, israeliano. Ad accompagnarli Ursula Armstrong, referente dell’associazione.

L’iniziativa è stata promossa da Pax Christi Catania, un attivo gruppo che da alcuni anni dedica una settimana dell’estate alla scoperta di luoghi ricchi di arte e spiritualità, rintracciando talora esperienze significative ma poco conosciute.

Rondine è innanzi tutto un luogo, ha detto Ursula, un piccolo borgo medievale, a 12 km da Arezzo, che si affaccia dall’alto sull’Arno. Abbandonato alla fine degli anni ’70 , è stato lentamente recuperato da giovani e famiglie che hanno cominciato ad utilizzarlo per attività di formazione e di accoglienza.

Sarà un viaggio compiuto in Unione Sovietica nel 1988 a segnare l’inizio di scambi culturali non solo con la neonata Federazione Russa ma anche con vari paesi che entrano in rotta di collisione con essa e tra loro, Cecenia, Georgia, Abcasia. Sulle orme del pensiero di Giogio La Pira, l’associazione Rondine Cittadella della Pace intraprende la strada dell’accoglienza di studenti provenienti da paesi in guerra tra loro affinchè, nella condivisione quotidiana, ognuno di essi scopra che l’ “altro”, pur avendo cultura, lingua e tradizioni diverse, è simile a sé.

L’orizzonte, dalla Russia e dal Caucaso, col passare del tempo si amplia. Si intrecciano rapporti con altre zone calde dal pianeta, il Medio Oriente, l’Africa subsahariana, i Balcani, il sub continente indiano. I giovani che arrivano allo Studentato sono spesso già laureati, vengono in Italia per fare un master con una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri, ma alle spese della struttura contribuiscono anche donazioni private, tra cui quelle di banche e imprenditori locali, parti attive della rete solidale che caratterizza la Toscana.

All’arrivo, in primavera, fanno subito un corso intensivo di italiano (“Rondine mi ha regalato una lingua nuova” dice Fadi) ma vengono anche immessi in un contesto multiculturale. Sono architetti, farmacisti, assistenti sociali, diversi quindi anche nelle competenze e negli interessi e imparano ad apprezzare la bellezza della diversità.

L’esperienza più forte rimane comunque l’incontro con il “nemico”. “In Libano è vietato parlare con gli Israeliani, possiamo essere considerati delle spie” dice Tara “e quando sono arrivata non sapevo cosa mi aspettasse. La guerra con Israele ci ha condizionato anche a livello psicologico. A Rondine ho incontrato anche un ragazzo israeliano che aveva combattuto nel mio paese nel 2006 ed è stato difficile essere normale con qualcuno che aveva fatto la guerra al mio popolo”.

E’ solo nella condivisione di tutti i giorni, una condivisione protratta per ben due anni, che si riesce a dimenticare il conflitto e a capire che “vogliamo tutti la stessa cosa”. “Ho capito che il meccanismo del conflitto è lo stesso dappertutto” afferma Noam “Il nostro conflitto non è speciale, non lo sono le dinamiche e neanche i motivi”.

“Volevo incontrare gli Israeliani, capire come vivono, perchè non sappiamo nulla di loro”, racconta Fadi, “adesso so che sono come noi e oggi il mio migliore amico a Rondine è un israeliano, Noam.”

Sulla gioia della scoperta grava un’ombra, la consapevolezza che questo periodo “speciale” finirà. Tara è a Rondine già da un anno e mezzo, il suo percorso è vicino alla conclusione. “Tornando lavoreremo per il cambiamento, ma non è una cosa facile, non posso dire di essere ottimista”.

A macchia d’olio però una sensibilità diversa si diffonde. Fadi aspetta in visita a Rondine la sua ragazza ed alcuni amici, conosceranno il suo amico israeliano, stringeranno al mano al nemico.

“Ho studiato per assistente sociale e vorrei lavorare per migliorare Israele” conclude Noam “ma nessun cambiamento è possibile senza risolvere il conflitto. Anche qui facciamo l’esperienza del conflitto, a volte litighiamo tra noi, eppure questo non ci impedisce di stare bene insieme.”

I ragazzi partecipano anche a dei progetti che possono coinvolgere popolazioni di vari paesi (Venti di pace su Caucaso, un progetto di diplomazia popolare), richiedere un ruolo di educatore in un campo di dialogo interculturale (Triumph, Building bridges) o costituire un’esperienza di alto valore simbolico (La vigna della pace) in cui “invece delle armi impugniamo le forbici per vendemmiare”. Quest’ultimo progetto, finalizzato anche alla racconta di fondi, si conclude con la produzione di un vino di qualità che ha, come valore aggiunto, il “sapore della pace”.

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  1. Verba Volant – n° XVII – Dicembre 2011 | Paxchristi

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