Catania si distingue spesso dalle altre città italiane. E quasi sempre non in meglio. L’ennesima singolarità della città dell’Etna riguarda un documento dell’Università pubblicato sulla Gazzetta ufficiale senza l’approvazione del MIUR (Ministero Istruzione Università Ricerca). Altra singolarità, il silenzio. Nessuno parla dell’eccentrica prassi. Perchè ? Cerchiamo di capirlo insieme.

Uno degli aspetti più discutibili della legge Gelmini di riforma dell’università (la 240/2010) concerne la cosiddetta “governance”, in merito a due punti in particolare:

  • il ruolo del Senato accademico, una volta il centro propulsore della vita accademica e ora consegnato più ad una funzione consultiva e di proposta;
  • il nuovo ruolo del Consiglio di Amministrazione, non solo per la sua funzione preponderante assunta nel governo degli atenei, ma anche per la natura della sua composizione, che lo apre all’ingresso di componenti esterni al mondo universitario, così spezzando l’esclusivo autogoverno da parte dei docenti e degli studenti.

È recente la notizia che lo statuto dell’Università di Catania, approvato nel luglio scorso e inviato al Ministero per il prescritto parere, sia stato nella sostanza bocciato proprio su questo punto cruciale della composizione del CdA. Come mai?

Per il semplice fatto che esso prevede che la nomina di otto componenti su undici sia demandata esclusivamente al rettore, ovviamente sulla base di candidature motivate, di curricula ecc.; e sappiamo bene come sia facile trovare i competenti che aggradano a qualcuno.

Insomma la figura del rettore, che già nell’attuale assetto dell’università ha un peso assai rilevante, viene con questa norma dello Statuto dell’università di Catania assai potenziata, con una grave limitazione della democrazia e della partecipazione.

Si afferma infatti nella lettera inviata dal MIUR il 24.11.2011: «Non si ritiene di poter condividere la designazione da parte del Rettore di quasi tutti i componenti del Consiglio di Amministrazione (8 su 11). L’idea di fondo della riforma universitaria è infatti quella di assicurare una governance improntata al principio dei “pesi e contrappesi”. I consiglieri dei CdA, pertanto, non possono essere considerati come espressione diretta di un unico organo dell’Ateneo. Proprio al fine di garantire tale ruolo di garanzia e terzietà, e in linea con il dettato della legge n. 240 del 2010, la loro scelta o designazione va riformulata anche tenendo conto dell’esigenza di provvedere procedure che vedano il coinvolgimento in vario modo di una pluralità di soggetti».

Insomma, i richiami a “pesi e contrappesi”, al “ruolo di garanzia e terzietà”, al “coinvolgimento di pluralità di soggetti” non sono altro che espressioni indicanti una sola cosa: l’esigenza di democrazia e di partecipazione della comunità accademica alla vita dell’università.

Una democrazia che lo Statuto dell’università di Catania mette in serio repentaglio, per come viene indicato dalla stessa lettera del MIUR, e che configura un potere accentrato e – a seconda delle scelte effettuate dal rettore – anche prono alle influenze o alle incursioni di partiti e potentati esterni all’università.

Quale vantaggio possa trarne la ricerca e la didattica da un simile assetto non si sa proprio. Si rischia così di passare dal potere dei “baroni” a quello dei “capibastone” partitici, che (con un rettore debole o complice) si possono insediare nel CdA per dettare legge, fare assunzioni, indirizzare programmi di ricerca laddove loro conviene, magari per favorire qualche protetto, per chiudere corsi di laurea o aprirne di nuovi.

Tanto il Senato – dove viene rappresentata la comunità accademica – ha solo potere consultivo e di proposta. Insomma un ateneo che assomiglia sempre più ad una unità sanitaria locale.

Ma il Senato dell’università di Catania ha prontamente reagito a tale invito: lo ha bellamente ignorato e – in base a motivazioni giuridiche offertegli da un parere legale – ha proceduto comunque a pubblicare lo Statuto in Gazzetta Ufficiale. A questo punto al MIUR non resta che ricorrere in Tribunale contro tali norme. Lo farà mai?

Ma ad importare non è il rebus giuridico-legale, quanto il dato politico. E difatti già si notano segni di differenziazione nella comunità accademica e v’è chi (come l’ex Preside di Scienze politiche Giuseppe Vecchio) richiama cautamente, in una sua lettera alla comunità accademica, l’esigenza di un periodo di sperimentazione per verificare la praticabilità di tale Statuto, con ciò ipotizzando una sorta di cantiere aperto che potrebbe preludere ad alcune modifiche su suoi punti essenziali, come quello qui esaminato.

Con maggiore decisione, il prof. Giacomo Pignataro (membro dell’attuale CdA), si richiama esplicitamente alla lettera del MIUR per criticare la concentrazione di potere che con tale norma si viene a prefigurare e per sostenere la necessità che la selezione delle candidature «coinvolga, in forma da definirsi, l’intera comunità»; e quindi non solo il rettore.

E considerato che – a quanto pare – i proff. Vecchio e Pignataro sono possibili candidati alla successione del rettore Recca, resta acceso un lumicino di speranza per la sopravvivenza della democrazia e della partecipazione nel nostro ateneo. Sarà verosimilmente questo uno dei punti di maggiore discussione per le future candidature.

Ma questo è un problema che riguarda solo l’università di Catania? Oppure non è una deriva che sembra coinvolgere molti altri atenei, anche se quello etneo sembra avere più decisamente imboccato tale strada?

Insomma, sembra proprio che via sia un grande desiderio di dispensarsi dal peso della democrazia, una volontà di demandare al potere (specie se rivestito di una parvenza tecnocratica) la risoluzione dei problemi, dei quali non ci si vuole assumere la responsabilità.

Forse sta qui appunto il nodo della questione: una democrazia senza responsabilità per le scelte effettuate non è credibile e corre il rischio di lasciare il posto ad un potere la cui legittimazione è tutta riassorbita nella competenza tecnica e nell’alta professionalità, dietro le quali si nasconde un potere politico incontrollato e invisibile, e per ciò stesso più insidioso, brutale e potente.

In fondo l’università italiana non è che un tassello di questo insidioso e pervasivo processo di decadimento democratico.

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