Il 57,3% degli Italiani è disponibile a sacrificare in tutto o in parte il proprio tornaconto personale per l’interesse generale del Paese ‒ anche se quasi il 46% restringe la propria disponibilità ai soli casi eccezionali.

Così leggiamo nel Rapporto CENSIS del 2011. Cosa vuol dire “disponibili a sacrificare in tutto o in parte il proprio tornaconto” e solo nei casi eccezionali? Tutto e niente, se non si specifica quali siano le condizioni considerate necessarie e la differenza tra il tutto e una parte del tornaconto personale.

Eppure molti giornali hanno titolato: “6 italiani su 10 pronti a fare sacrifici in nome del bene comune”. Non è chiaro perché si voglia far credere che la maggioranza degli italiani sia pronta a far sacrifici sebbene sia abbastanza evidente che vorrebbe che a far sacrifici fossero prima di tutto gli altri, in particolar modo i politici e – più in generale – tutti coloro che hanno un reddito superiore al proprio.

Da una ricerca sociologica effettuata da uno dei più autorevoli centri di ricerca nazionale ci aspetteremmo molto di più che asserzioni ad effetto o semplicemente ovvie, del tipo: “la nostra salvezza sta nel tenere dritta la barra”, “la crisi economica ha colpito come una scure soprattutto i giovani”, “l’occupazione stenta”, “il lavoro sommerso cresce”, “occorre tornare al nostro scheletro contadino, riscoprendo l’economia reale al posto dei giochi finanziari”. O del tipo: ad accomunare gli italiani  è “il senso della famiglia” (65%), i valori guida risultano essere moralità ed onestà (55%) e rispetto per gli altri (53%).

Non è chiaro, inoltre, cosa voglia dire che l’81% condanna duramente l’evasione fiscale. Provate a chiedere quanti siano disposti a soprassedere all’emissione di una fattura o scontrino fiscale in cambio di una riduzione della parcella o di uno sconto sul prodotto acquistato. O se siano certi di voler dichiarare al fisco un introito che potrebbe essere omesso, considerato che circola la convinzione che si pagano già troppe tasse.

Che vuol dire poi che “alla classe dirigente gli italiani chiedono “specchiata onestà sia in pubblico che in privato (59%), preparazione (43%), saggezza e consapevolezza (42,5%)”? Provate a chiedere quali siano stati realmente i criteri che hanno determinato la scelta del politico da votare e se mai gli elettori siano andati a rivendicare nella segreteria politica del loro eletto “onestà, preparazione, saggezza e consapevolezza”.

Quando un giovane studente lavoratore (pagato a 5 euro l’ora) muore durante i lavori della costruzione di un palco per un concerto è un problema di crisi economica mondiale? O è puro sfruttamento facilitato dalla carenza di controlli e dalla esiguità delle pene in caso di trasgressione?

Se ogni Azienda trovata ad impiegare lavoratori in nero fosse chiusa immediatamente almeno per un anno senza alcuna eccezione, forse avremmo meno lavoro sommerso.

Da più parti si parla del Rapporto CENSIS come di un’indagine approfondita che non fa sconti. Non sono state ancora pubblicate le note metodologiche del Rapporto di quest’anno, ma a leggere quelle dello scorso anno (in ottemperanza al regolamento dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni in materia di pubblicazione e diffusione dei sondaggi) notiamo che il più delle volte si tratta di rilevazioni con metodologia CATI (Computer Assisted Personal Interviewed), ovvero interviste telefoniche, brevi e basare su poche asserzioni, in cui l’intervistatore legge le domande all’intervistato e registra le risposte su un computer, tramite un apposito software. E non è ancora tutto. La percentuale di interviste complete sul totale dei contatti telefonici effettuati è bassissima: alcune indagini hanno interessato solo il 3,5%, il 5% o l’8% del totale dei contatti, fino ad un massimo del 28%.

Sono queste le ricerche che dovrebbero rappresentare il pensiero degli italiani?

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One Response to “Rapporto Censis, Italiani pronti al sacrificio?”

  1. Concordo con l’analisi fatta nell’articolo. Purtroppo è una prassi consueta – proprio dei grandi Istituti che hanno tanti mezzi e potrebbero fare al meglio il loro lavoro – procedere con interviste telefoniche, con campionamenti discutibilissimi, con domande che rasentano la stupidità (di chi chiede…) e con una selezione delle risposte-tipo da divulgare di livello pari a quelle che fa l’intervistatore televisivo prendendo a caso la gente che passa per strada, e mettendo poi nel servizio ciò che gli conviene.
    E dire che quando un ricercatore sottopone le sue ricerche – fatte con mezzi che niente hanno a che vedere con il Censis! – per una pubblicazione passa da controlli e verifiche ben più rigorose (giustamente).
    Ma ormai siamo abituati alla prassi – ad uso politico più che scientifico – del “CENSIS DIXIT”

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