Brevi flash di immagini e spezzoni di storie. Così Giovanni Sciolto parla del CARA di Mineo nel suo blog, Il ghetto dei fenicotteri. Nessuna posizione ideologica, nessuna retorica. Ma è come entrare lì dentro anche noi e conoscere e capire chi ci vive, da mesi.

Oltre i canti e i balli. Oltre i tamburi e i sorrisi. Oltre qualsiasi rivendicazione pubblica, urlata e sbandierata. Oltre le fotografie delle reflex tra mani bianche. Oltre pena e carità.

Oltre tutto questo esistono le storie. Esistono e sostengono con fatica e vigore la Storia. Le spalle sono nere, bianche, gialle. Sono anche abbronzate di fatica. Sono spezzate e storte dal tempo. Lo sguardo tende ad infinito e le mani stringono la stoffa umida all’interno delle tasche. Piene di carne ed ossa. Né metallo, né carta.

Varcata la soglia del più grande CARA d’Europa ti vien subito voglia di lanciare un pallone in aria e calciarlo a campanile per scoprire se il cielo è di cartone.

E’ un paesino, il Residence degli Aranci. Un paesino con tanto di Hard Rock Café Mineo e Indipendence Street. Un paesino strano i cui abitanti passeggiano in ciabatte per strada e ascoltano Alpha Blondy e Tiken Jah Fakoly dai telefonini. Un paesino in cui ogni giovane italiano medio borghese vorrebbe vivere.

I prezzi dell’amore sono bassi. Le sigarette costano meno. Ti danno da mangiare ogni giorno, il giardiniere lavora talmente bene che puoi sdraiarti sull’erba e guardare le stelle di cartone. E infatti è sull’erba che giocano a carte i Sudanesi. Ti sorridono e ti chiedono come stai.

Puoi fermarti a ballare la rumba in mezzo alla strada senza che nessuno t’investa. Le auto sono pochissime. Hanno queste scritte bizzarre: polizia, ambulanza. Poi ci sono le camionette dei militari. Se non fosse per loro, basterebbe mettere un unicorno in un angolo e sarebbe il paradiso in Terra.

Altra chicca! Per Natale le case della via centrale sono ricoperte di lucine intermittenti. Vuoi mettere con le case tristi di gran parte delle famiglie italiane?! No, no. Il Residence degli Aranci è una bomboniera.

Forse è per questo che quando Victor, detto Victor Hugo, ha chiesto a qualcuno degli Italiani del paesino: “Come faccio a vivere fuori da qui? Non conosco nessuno! Dove posso andare?”, la risposta è stata: “Ma cosa vai a fare fuori? Qui hai da mangiare, puoi dormire! Non va bene così?”.

Victor Hugo, infermiere camerunense con tanto di diploma al seguito, avrà sorriso prima di scuotere il capo. Lo immagino. Con in tasca il suo documento italiano se ne va per le stradine del Residence degli Aranci pensando a una soluzione. In fondo in Libia, almeno, faceva il falegname. Com’è possibile che nella civilissima Europa resti per mesi senza far nulla?!

La soluzione pare averla trovata e, mentre tra una battuta e l’altra sull’ambience di Brazzaville (dove ha passato qualche giorno in vacanza) mi accompagna a casa dell’unico Congolese del paese, me ne parla. Vuole essere sicuro della fattibilità del progetto, Victor Hugo. “E’ difficile vivere per strada in Italia? La gente ti disturba?”. (Troviamo un accordo su un progetto alternativo e realistico di cui parleremo a Catania, in questi giorni, davanti una birra…tipico di quell’ambience).

Il Congolese abita in cima al paese. Suono il campanello. Victor mi sposta e spinge la porta. Mi invita ad entrare.

“Moninga! Moninga!” urlo. Salgo di corsa ed eccolo! Ci salutiamo con le fronti. Lo stringo. Si scusa, non può offrirmi nulla. Protesto: “neanche un caffè, moninga?”. Mi mostra la casa. “Non abbiamo il gas nelle case. Posso darti un po’ della pasta del pranzo della mensa.”

Anche lui ha il suo bel documento italiano! Gli chiedo perché non è ancora a Matonge, Bruxelles, quartiere congolese. “Dove vado? E da chi? Non parlo neanche l’italiano. Esco e dove vado? Io so lavorare la ceramica, quello è il mio lavoro. Ma come faccio?!”

Altra storia, stesso girone.

Madou, Ivoriano di Korogò, vent’anni, è un altro dei tanti che non trovano motivi concreti per sorridere in quel paesino. Le sue lacrime e le sue urla sono più forti di qualsiasi retorica sulla solidarietà e la carità. Un pugno allo stomaco. Si vergogna di quelle lacrime, si copre gli occhi e singhiozza.

Il pianto è liberatorio e denso di rabbia.

“Ieri in Mali è morta mia madre! Era andata via da Korogò per curarsi. E io sono qua come uno stupido ad aspettare un pezzo di carta per uscire definitivamente da questo posto! Ho passato mesi qua dentro. E lo sai cosa faccio dalla mattina alla sera?! Nulla. Non faccio nulla. Mangio e dormo. Dimmelo. Dimmelo Tu. Dov’è che sei stato tu? Ti abbiamo chiuso ad aspettare non so quale pezzo di carta per mesi?! Non ci sarei salito su quella barca se i soldati libici non mi ci avessero messo su. Ma c’era la guerra là. Lo sai che c’era la guerra?!”

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