Perché il pesce spada a Messina o a Palermo costa di meno che a Catania? Perché con l’entrata dell’euro i prezzi sono raddoppiati mentre il coltivatore non ha avuto alcun beneficio? Perché durante il periodo della mucca pazza in Sicilia è stata messa sul mercato carne proveniente da zone bandite? Perché gli operatori del settore sono costretti ad approvvigionarsi dei mezzi di produzione e trasporto di soggetti vicini alle organizzazioni criminali? Perché i braccianti agricoli devono subire l’intermediazione di un caporale che impone orari e compensi, non paga tasse e contributi e fa lavorare gli immigrati in condizioni di sostanziale schiavitù?

Sono tutte domande a cui il Rapporto Eurispes-Coldiretti sulle Agromafie consente di dare risposte non aleatorie.

Il Rapporto stima il volume d’affari delle mafie in 12,5 miliardi e l’intero comparto agroalimentare – leggiamo anche su mglobale.it – è caratterizzato da fenomeni criminali legati al contrabbando, alla contraffazione e alla sofisticazione di prodotti alimentari e agricoli e dei relativi marchi garantiti.

Nel 2009 la Guardia di Finanza ha accertato l’indebita percezione di oltre 92 milioni di euro di finanziamenti per aiuti all’agricoltura. Chi ne paga il prezzo sono quanti aspirano legittimamente ad accedere ai finanziamenti nazionali e comunitari.

A subire non sono solo il bracciante agricolo, il migrante, il piccolo proprietario terriero costretto a vendere sottocosto il suo prodotto, l’imprenditore agricolo vittima di intimidazioni. Ne risente tutto il regolare andamento del mercato agroalimentare e l’intero sistema sociale ed economico,  che si vede imposti prezzi d’acquisto spesso fuori mercato in cambio di merce la cui provenienza e la cui lavorazione non sempre corrispondono al dichiarato, senza escludere i pericoli per la salute dei consumatori.

Chi controlla i grandi mercati ortofrutticoli decide il prezzo di vendita delle merci, ciò comporta il graduale immiserimento dei ricavi delle imprese produttrici di merci locali e consente alle mafie di estendere la loro influenza verso altre aree commerciali molto redditizie (vedi le infiltrazioni di Cosa Nostra a Vittoria e a Fondi per raggiungere la lucrosa area commerciale milanese).

Le organizzazioni criminali – si legge anche su Sicurezzaalimentare.it – si caratterizzano inoltre sempre più come holding finanziarie, con un giro d’affari di 220 miliardi l’anno (11% del PIL), in grado di operare sull’intero territorio nazionale e nella quasi totalità dei settori economici e finanziari.

Ma non tutte le responsabilità sono addebitabili alle organizzazioni criminali. Vi è stata anche una responsabilità della politica quando – in nome di una semplificazione delle leggi – è stata cancellata la norma che punisce chi commercia cibi adulterati (vedi cibi adulterati di Mario Pappagallo su Corriere.it).

Non solo. Quanto dei 170 milioni di kg di mozzarella lavorata in Italia ha una filiera agricola tutta italiana? Quanti produttori di latticini, spinti dall’esigenza di abbattere i costi di produzione, decidono di rivolgersi ai mercati stranieri per l’approvvigionamento di materie prime?

Nel 2010 l’Italia ha importato 10.004 tonnellate di pomodori freschi o refrigerati (prevalentemente da Israele) e 153.358 tonnellate di pomodori preparati o conservati (quasi esclusivamente dalla Cina). Nello stesso anno ha importato 32.219 tonnellate di uva fresca o secca (prevalentemente dalla Turchia) e 62.375 tonnellate di vini di uve fresche (quasi esclusivamente dagli Stati Uniti).

E cosa dire del caso delle importazioni di olio vergine ed extravergine di oliva? Su 42.956 tonnellate di olio di oliva ed extravergine importato il 75% viene riesportato dopo la lavorazione e trasformazione.

Si stima che circa il 33% della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati derivano da materie prime importate, trasformate e vendute con il marchio Made in Italy, in quanto la legislazione lo consente, nonostante esse possano provenire da qualsiasi parte del pianeta.

Ma i danni economici e di immagine alla produzione e all’esportazione italiana di prodotti agroalimentari non vengono solo dall’Italia. Esempi di imitazione e di contraffazione prosperano in assenza di una normativa comune che obblighi alla trasparenza di tutta la filiera: il Parmesan prodotto in Germania, il Romano prodotto nell’Illinois, l’Asiago e il Gorgonzola statunitensi, i fusilli tricolore di Peppino prodotti in Austria, i pomodorini di collina cinesi, la salsa bolognese dall’Australia sono solo alcuni esempi che permettono a queste aziende di ottenere un vantaggio sul proprio mercato di riferimento rispetto alla concorrenza, sfruttando marchi che ‘sanno’ di italiano.

“Sono molteplici le cause – si legge nel Rapporto – che rendono l’agricoltura l’anello debole della filiera agro-alimentare, e vanno dall’eccessiva polverizzazione delle imprese, alla scarsa trasparenza nella formazione dei prezzi, alla mancanza di concorrenza, al numero troppo elevato di intermediari, con il conseguente moltiplicarsi dei costi, all’insufficienza, inadeguatezza e inefficienza delle piattaforme logistiche e delle strutture di stoccaggio, all’eccessivo potere detenuto dalla Gdo (Grande distribuzione organizzata), sino ad arrivare alle falsificazioni e imitazioni agroalimentari, il cui valore è pari al triplo di quello dell’export Made in Italy originale.

La proposta di Coldiretti per combattere questo stato di cose, è la creazione di una filiera agricola, italiana e firmata: completamente italiana, perché tutti i processi devono avvenire in Italia, con prodotti rigorosamente italiani, gestita − quando possibile lungo tutte le fasi − principalmente dagli agricoltori; firmata perché si tratta di una filiera i cui prodotti sono caratterizzati dai tratti distintivi propri dei luoghi di origine e produzione, ossia prodotti immediatamente riconoscibili come totalmente italiani, grazie all’etichettatura all’origine, alla trasparenza della filiera e della formazione dei prezzi, e al legame con il proprio territorio”.

Per saperne di più, leggi Marco Rizzo, Supermarket mafia

Una contestazione ad alcuni contenuti del rapporto viene fatta da Dario Dongo su Il Fatto alimentare. Vengono evidenziate, ad esempio, la scarsa  attenzione ad fenomeno del caporalato e la confusione tra prodotti contraffatti e prodotti regolarmente realizzati in altri paesi secondo la tradizione italiana, a volte ad opera di emigrati di seconda e terza generazione.

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