Uno, il Teatro Valle, prestigioso e collocato nel centro storico della capitale, gestito dall’E.T.I. (Ente Teatrale Italiano) sino a quando, con l’ultima finanziaria, questo Ente è stato soppresso. L’altro, il Coppola, primo teatro di Catania, chiuso da anni, in attesa di lavori di ristrutturazione mai completati. Due strutture unite dal fatto di essere entrambe attualmente occupate da lavoratrici e lavoratori dello spettacolo.

Del tutto naturale, quindi, la voglia di confrontarsi, come infatti è avvenuto il 9 gennaio. Due esponenti del Valle hanno avuto modo di raccontare, al Coppola, ciò che stanno facendo. Due gli obiettivi iniziali dell’esperienza romana: ribadire che la cultura è un bene comune e contribuisce alla crescita del Paese (con buona pace di chi ha affermato, anche recentemente, che con la cultura non si mangia), rimettere in discussione la precarietà lavorativa che caratterizza la maggior parte di artisti e maestranze e il meccanismo clientelare con il quale sono gestite dalla politica (dalla cattiva politica) le –poche- risorse disponibili.

Rispetto al primo obiettivo le due esponenti hanno fatto riferimento a quanto scritto, sul sito del Valle occupato, da S. Rodotà: “ I beni comuni sono ‘a titolarità diffusa’, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Indisponibili per il mercato, i beni comuni si presentano così come strumento essenziale perché i diritti di cittadinanza, quelli che appartengono a tutti in quanto persone, possano essere effettivamente esercitati”.

Tutto ciò ha portato gli occupanti a confrontarsi sul progetto generale e sulla politica culturale (sulla direzione artistica del teatro) sperimentando una programmazione varia nelle proposte, ma sempre rigorosa rispetto alla loro qualità. Insomma, una “restituzione critica” di un bene comune.

Con la stessa coerenza è stato affrontato il tema delle risorse, altro elemento essenziale se si vuole mantenere una reale autonomia. L’idea innovativa è quella di affiancare a un diffuso azionariato popolare la costituzione di una Fondazione Etica.Molto rimane ancora da fare in un percorso da chiarirsi man mano che si affronteranno i problemi (ricorda un po’ il “camminare domandando” del movimento zapatista).

Le due artiste del Valle sono comunque convinte, viste le notizie di occupazioni e/o autogestioni che provengono da tante parti del Paese, che il complessivo risveglio culturale e civile (diversi i riferimenti al referendum per l’acqua bene comune) è in grado di misurarsi con la complessità di questi problemi.Problemi che il Coppola sta iniziando ad affrontare, a partire dalla necessità di completare la ristrutturazione dei locali.

In rapporto a quanto avvenuto al Valle, pensiamo che a Catania occorra innanzitutto riflettere su quale progetto culturale proporre, al di là della più che positiva restituzione di uno spazio pubblico alla città. Se il teatro è un bene comune, non tutte le interlocuzioni sociali e politiche hanno lo stesso valore; è, perciò, importante e utile ricevere solidarietà senza accettare etichette partitiche.

Ma è altrettanto decisivo saper rifiutare quegli abbracci, apparentemente disinteressati, di chi, nella pratica quotidiana, non esprime né valori, né progetti coerenti con un’ idea di cambiamento. Restituire un teatro alla città significa rimettere in discussione una programmazione politico-culturale che ha quantomeno impoverito Catania.

Nel rivendicare la gestione di tale struttura bisogna, evidentemente, trattare con chi governa. Occorre, però, farlo, se è vero quanto premesso, senza alimentare false illusioni. Come insegna il Valle, le occasioni non vanno sprecate.

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