Nell’aula 3 dei Benedettini, ci si ritrova dopo un anno a parlare del tema della legalità all’interno dei festeggiamenti per la patrona di Catania. Purtroppo, sul piano pratico, poco è cambiato.

Il sindaco, che non ha ritenuto necessario intervenire o inviare un suo portavoce, ha fatto sapere di essere disponibile ad accettare l’introduzione di un regolamento, a partire dall’anno prossimo.

Di un regolamento comunale relativo ai festeggiamenti si era parlato già nel 1998 (sindacatura Bianco), ma nessun passo concreto è stato fatto, se si eccettuano le recenti ordinanze di Stancanelli che vietano anche quest’anno “l’accensione e il trasporto dei ceri accesi in tutto il territorio comunale”, salvo alcuni “siti, collocati lungo il percorso del fercolo, opportunamente delimitati” per evitare “problemi di pubblica incolumità e pericolo di incidenti, anche gravi, per pedoni e autoveicoli” (i dettagli sul sito del Comune)  I dubbi sul rispetto dell’ordinanza sono inevitabili, soprattutto dopo l’esperienza dell’anno scorso.

La Chiesa locale ha invece già cominciato a porre dei paletti regolamentando il conferimento dell’incarico di “maestro del fercolo”, che verrà rinnovato ogni tre

CLICK per leggere il REGOLAMENTO

anni, e verrà attribuito solo a chi rispetta “le leggi ecclesiatiche e civili” ed opera “di concerto con il delegato arcivescovile”. Nel regolamento vengono previsti anche  momenti mensili di “formazione” sia per il “mastro” (il capovara) sia per i 12 responsabili, i quali devono anch’essi rispettare, insieme ai “collaboratori”, le “giuste leggi che regolano la società civile”, oltre che prestare la propria opera “per devozione e dunque senza remunerazione”. Altra importante novità: la gara pubblica per lo smaltimento della cera.

Della necessità, e non solo sulla carta, di eliminare il trasposto dei ceri accesi e il conseguente stato di rischio delle strade, parla Milena Verzì, la madre di Andrea Capuano, il ragazzo morto nel febbraio 2010 per un incidente stradale causato dalla cera. “E’ un fatto di civiltà e di rispetto degli altri e di se stessi”, sottolinea, “ed è improprio parlare di tradizione perchè in passato questa usanza di spostare i ceri accesi non c’era. I ceri grossi erano proprio le “candelore”.

Sulla questione del ritorno alla tradizione va quindi fatta chiarezza, evitando che venga usato come arma per impedire la riaffermazione della legalità. La dimostrazione che molte usanze non siano “tradizionali”, e siano state introdotte in tempi più recenti per motivi molto diversi dalla devozione alla santa, ci viene oggi da intercettazioni e dichiarazioni di pentiti.

Per iniziativa del Comitato per la legalità della festa di sant’Agata, sono stati diffusi, durante la conferenza stampa, i verbali riguardanti le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Daniele Giuffrida e Natale Di Raimondo, entrambi affiliati alla famiglia Santapaola, all’interno del processo, ormai quasi giunto al termine, su presunte infiltrazioni mafiose nelle celebrazioni agatine.

Dalle dichiarazioni dei pentiti vengono confermati i sospetti sull’accaparramento dei “cerei” da parte dei clan mafiosi. Il cereo dei Pizzicagnoli, candelora de’ Fummaggiari, fu strappato dalla famiglia Santapaola alle famiglie Ceusi e Cappello, quello dei “pisciari” era gestito dal clan Savasta, quello dei macellai e dei fruttivendoli dai Cappello. Dalla gestione dei “cerei” si ricavavano vantaggi economici o sotto forma di “offerte” settimanali, a cui si aggiungeva poi il regolare “pizzo”, o sotto forma di pagamento di una somma giornaliera che di fatto rappresentava la modalità dell’estorsione.

Altri introiti venivano ricavati dalle candele offerte dai devoti, raccolte da una ditta che pagava una percentuale al clan su ogni chilo di cera raccolto, fino ad arrivare anche a 15 milioni di vecchie lire.

I pentiti parlano anche di giri di scommesse relative ai tempi di sollevamento del “cereo”, soprattutto in occasione della salita di san Giuliano. E dell’utilizzo dei proventi di una bisca clandestina per pagare i portatori della candelora del circolo di Sant’Agata nel quartiere di Monte Po.

In generale con i soldi raccolti dai clan venivano pagati innanzi tutto fuochisti e portatori (scelti tra le persone di fiducia) ma anche la cocaina fornita a questi ultimi. Il denaro restante, al netto delle spese, veniva usato per acquistare droga e armi.

La mafia quindi lucra sulla festa e sulla devozione dei catanesi e usa la processione anche per dare un segno del suo potere. Dirige i movimenti della “vara”, la fa fermare dove e quando vuole, fa arrivare le candelore anche nei quartieri periferici, come fece Natale Di Raimondo portando  a Monte Po un cereo arricchito da uno stendardo con il nome della famiglia. Fino a quando, nel 1998, Di Raimondo non divenne collaboratore di giustizia.

Il passato è d’obbligo, precisa Renato Camarda, portavoce del Comitato, perchè le testimoninanze si riferiscono agli anni 90. Sul presente non abbiamo analoghe dichiarazioni, ma non abbiamo neanche informazioni su radicali cambiamenti di stile.

Ma il tema della legalità della festa, secondo Nunzio Famoso, ex preside della Facoltà di Lingue, non è solo una questione giudiziaria, è soprattutto un problema di mentalità diffusa e quindi necessita di un lento e costante lavoro di educazione “civica”, essendo la “mafiosità” un sistema di massa contro cui è molto difficile lottare “perchè la società civile, e anche il sistema politico, se ne nutrono”.

Renato Camarda ha sottolineato che la richiesta del regolamento, avanzata dal Comitato, va letta soprattutto come una grande operazione di democrazia, che permetta non solo al Comune, ma a tutti gli altri soggetti interessati, istituzionali e no, Chiesa, Forze dell’ordine, associazioni agatine e tutta la società civile, di operare in modo condiviso.

Non a caso del Comitato fanno  parte molte  associazioni che operano sul territorio: Addio Pizzo Catania, Banca etica della Sicilia orientale, Cope (Cooperazione paesi emergenti), Cittàinsieme, Fondazione Fava, Libera, Mani Tese Sicilia, Movi (Movimento di volontariato italiano) e Pax Christi.

Si potrebbe anche stilare un decalogo che costitusca una base di partenza per arrivare al regolamento. Da qui al prossimo 5 febbraio la gestione della festa deve essere cambiata, deve diventare più pulita e trasparente.

Devono essere stabilite  regole riguardo alla committenza dei fuochi, al rispetto degli orari, alla raccolta dei fondi, alla traparenza della busta paga dei portatori, e così via. E poi, aggiunge Maria Teresa Ciancio, della Fondazione Fava, perchè non trasformare questo progetto di regolamentazione in un momento di lotta all’evasione? Perchè non ricostruire il percorso del denaro che circola e richiedere che tutti i pagamenti (dall’acquisto dei fuochi allla retribuzione dei portatori) vengano opportunamente fatturati?

Questo sì che sarebbe un segnale di radicale cambiamento. Resterà solo una provocazione?

Leggi il testo della deposizione di Daniele Giuffrida e quella di Natale Di Raimondo

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2 Responses to “Un decalogo per la festa di sant’Agata”

  1. Tutte le iniziative per sottrarre una festa religiosa e popolare al controllo della mafia è benvenuto. E’però importante che anche i “fedeli” si convincano che celebrare questa festa in questo modo non è più una celebrazione religiosa, ma , nella migliore delle ipotesi una sagra paesana che non ha niente di spirituale.
    Naturalmente la responsabilità maggiore ricade sulla gerarchia della chiesa catanese. Contenti loro….

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