Le siciliane non sono tantissime ma non sono da meno, non sfigurano certo tra le altre, tra le tante “che hanno fatto l’Italia”. A cominciare da Giuseppa Calcagno Bolognara, meglio nota come Peppa a cannunera. Parliamo della mostra “Le donne che hanno fatto L’Italia”, promossa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal Comitato dei Garanti per le Celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, dal Comune e dalla Prefettura di Catania in collaborazione con l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano.

Ospitata al Castello Ursino di Catania, dal 3 febbraio all’8 marzo, è stata recentemente inaugurata alla presenza del presidente del Comitato dei Garanti per le celebrazioni del centocinquantenario, Giuliano Amato. Ci sono dipinti originali, foto, filmati, documenti, abiti, giornali e cimeli.

Ci accoglie all’ingresso la storia di Peppa. Ne abbiamo sentito parlare tante volte ma vale la pena ricordare. Non era bella; era una trovatella, butterata, corpulenta e mascolina ma di coraggio ne aveva da vendere, più di un uomo, anzi quanto una donna qual era. Così, incurante del fuoco nemico, durante l’insurrezione del 31 maggio 1860 a Catania, riuscì a catturare con una sorta di lazo, un cannone borbonico, portandolo via insieme ad alcuni compagni. Quando, però, questi videro caricare la cavalleria del generale Clary, fuggirono. “Giuseppa Bolognara, invece, restò impavida al suo posto – scriveva lo storiografo Vincenzo Finocchiaro – e con grande sangue freddo improvvisò uno stratagemma dando nuova prova del suo meraviglioso coraggio. Sparse della polvere sulla volata del cannone e attese tranquilla che la cavalleria caricasse; appena gli squadroni si mossero, essa diede fuoco alla polvere ed i cavalieri borbonici credettero il colpo avesse fatto cecca (cilecca) prendendo soltanto fuoco la polvere del focone. Si slanciarono perciò alla carica, sicuri di riguadagnare il pezzo perduto: ma, appena avvicinatisi di pochi passi, la coraggiosa donna, che li attendeva a piè fermo, diede fuoco alla carica con grave danno degli assalitori, e riuscì a mettersi in salvo”. Peppa divenne così il simbolo dell’insurrezione popolare contro i Borboni.

Troviamo anche l’inno popolare di Bernardo Pezzolet “Le donne siciliane a Giuseppe Garibaldi”, le 21 donne della Costituente, Anna Kuliscioff, la pasionaria che si battè per l’emancipazione delle classi oppresse e per il suffragio universale.

Dall’impegno sociale e politico al cinema con un’altra magnifica Anna, la Magnani, le locandine dei film, le pellicole e una bella intervista delle teche rai. Ancora una la siciliana della quale andar fieri, Franca Viola che rifiutandosi di sposare il suo stupratore fu protagonista di una grande rivoluzione di costume. Era sarda Emanuela Loi, prima poliziotta a perdere la vita in servizio ma lavorava in Sicilia. Faceva parte della scorta di Paolo Borsellino. La mafia la fece saltare in aria a Palermo insieme al grande giudice siciliano.

La mostra, che proviene dal Complesso del Vittoriano di Roma, si snoda attraverso cinque sezioni espositive con il coordinamento e la direzione generale di Alessandro Nicosia .

“Le Donne del Risorgimento italiano” e “Donne insieme” sono le sezioni affidate alla consulenza scientifica di Marco Pizzo ed Emanuele Martinez; Lea Mattarella ha curato “Le Donne e l’Arte”. ” Nessuno ci ha mai regalato niente”, ha detto Miriam Mafai curatrice delle sezioni “Le Protagoniste” e “Le Prime”. In queste troviamo anche la senatrice Angelina Merlin che tutti ricordano per la chiusura dei bordelli ma non per la lotta partigiana né per gli interventi nel dibattito costituzionale, determinanti per la tutela dei diritti delle donne. A lei si devono infatti le parole dell’articolo 3: “Tutti i cittadini…sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso“, con le quali veniva posta la base giuridica per il raggiungimento della piena parità di diritti tra uomo e donna.

In “Donne insieme” troviamo il lavoro che accomuna, le mondine, la maestre, le tabacchine, le balie. Ricordiamo anche noi queste ultime, madri di latte, madri in prestito, che, spesso, amavano i bimbi attaccati al loro seno come o più delle mamme. Il loro compenso era un piatto di pasta e, con lo svezzamento, dei monili, collane e più spesso orecchini di corallo. In Sicilia, ricevevano i cosiddetti “panierini”, boccole di oro e smalti, bellissimi e divenuti ora introvabili.

Ci piace pensare, infine, che a questa mostra senza catalogo, manchi anche una sesta sezione, un comparto ideale, un’invenzione, una fantasia, ma non per questo irrilevante. Un capitolo che accomuni ed esalti il lavoro, le fatiche , i sacrifici di quelle tante eroine ignote, delle quali mai conosceremo nè tantomeno ricorderemo i nomi e i volti. Quelle che tirano la carretta e che, ogni giorno, in silenzio, nell’ombra, fanno davvero l’Italia. Guarda la galleria immagini

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