Sembra che non sia consuetudine dei componenti la Commissione Parlamentare Antimafia leggere le relazioni delle precedenti Commissioni. Prova ne è – come si legge nella bozza di relazione intermedia dell’attuale Commissione – l’incarico dato alla Direzione Investigativa Antimafia (pag. 5 introduzione) di studiare le conclusioni delle Commissioni nell’ultimo decennio. Eppure il 20% degli attuali componenti hanno fatto parte anche della precedente Commissione

Sorge anche il dubbio che siano stati esaminati gli innumerevoli rapporti di ricerca e approfondimento commissionati al Censis (o ad altro istituto di ricerca) negli anni passati, perché anche in questa legislatura (pag. 5) si è dato incarico al Censis di “predisporre uno studio sul condizionamento delle mafie sull’economia, sulla società e sulle istituzioni del mezzogiorno”.

Già in un rapporto di ricerca del 1997 dal titolo “Cultura dello sviluppo e cultura della legalità”, il Censis esponeva le fasi di evoluzione dei gruppi di criminalità:

  • “La fase parassitaria, nella quale le organizzazioni si dedicano essenzialmente ad attività criminali tradizionali (furti, rapine, racket, ecc)
  • La fase predatoria, che si ha quando i gruppi passano al controllo degli affari illegali (scommesse, contrabbando, droga, ecc.) stabilendo un monopolio su di essi tramite la guerra ad altri gruppi;
  • La fase simbiotica, quando assumono un ruolo imprenditoriale affacciandosi sui mercati protetti (appalti pubblici, edilizia, servizi, settori della finanza) e mimetizzandosi con l’assunzione di un aspetto rispettabile”.

Ed era chiara la consapevolezza che “In alcuni contesti territoriali (la mafia) esercita un’influenza totale su alcuni settori quali le grandi opere pubbliche, l’edilizia, i servizi, i trasporti, la piccola e grande distribuzione, lo smaltimento dei rifiuti” (pag. 25 del Programma integrato per il mezzogiorno).

Le analisi e gli studi sono indubbiamente necessari per sensibilizzare sempre più cittadini e per individuare le strategie più adeguate per un’azione più mirata. Ma se – fatta l’analisi- il potere legislativo non ne trae le dovute conseguenze, le analisi servono solo a distribuire denaro pubblico e a dare l’impressione che qualcosa si stia facendo.

In particolare ci chiediamo se siano state prese in esame dal Parlamento le ipotesi di modifica delle attuali norme esposte nelle tre relazioni (pag. III della premessa), prodotte dalle sottocommissioni dell’attuale sodalizio. Ci riferiamo a quelle su:

  • ingerenza mafiosa nei settori del gioco e delle scommesse;
  • utilizzo dell’archivio dei rapporti finanziari per rendere più efficaci le indagini patrimoniali anche in funzione antiriciclaggio;
  • costi economici della criminalità organizzata e la loro quantificazione in termini di mancato sviluppo delle regioni più colpite (anche su quest’ultimo argomento c’è un’indagine del Labos degli anni ’90)

Analoga denuncia leggiamo su Il Fatto Quotidiano, in una intervista al PM F. Greco, nella quale si auspica che il Parlamento adegui “la nostra legislazione alle richieste degli organismi europei e agli impegni che l’Italia stessa ha preso con la comunità internazionale. Soprattutto non si capisce perché non si voglia intervenire con leggi che contrastino seriamente le due principali cause del declino del Paese e della diseguaglianza sociale: la corruzione e l’evasione fiscale

Che cosa si aspetta ad approvare norme europee già definite anziché dover leggere – nella relazione della Commissione – che “è ancora all’attenzione della Commissione una… relazione… che affronta il problema cruciale dell’adeguamento della legislazione vigente alla evoluzione del crimine organizzato”?

“Le convenzioni internazionali – continua il PM F. Greco – regolarmente sottoscritte dallo Stato italiano, alcune mai ratificate dal Parlamento italiano, da quella di Merida sulla criminalità organizzata del 2003 a quella di Strasburgo del 1999 sulla corruzione, ma anche le raccomandazioni dell’Ocse, impegnano gli Stati a intervenire su cinque punti fondamentali: trasparenza dei flussi contabili, trasparenza dei flussi finanziari, sistema della prescrizione, “enforcement” (efficacia d’intervento degli organi preposti alla repressione), corruzione privata nazionale e internazionale”

In realtà qualcosa in direzione della legalità è stata portata a termine dalla Commissione parlamentare. Ci riferiamo al Codice di autodisciplina per le candidature alle regionali e alle amministrative (pag. III). Ma perchè non è stato esteso anche alle prossime nazionali, considerato che l’attuale composizione del Parlamento ha il più alto numero – mai avuto finora – di indagati e condannati?

Nella pag. VIII della relazione si legge che “non si sono mai visti tanti interessi criminali scaricarsi pesantemente, senza neanche il velo della mediazione, sugli enti locali, sulle istituzioni regionali e sulla rappresentanza parlamentare. Gli organi di informazione, le indagini della magistratura, i primi controlli sulla formazione delle liste ci hanno dato in questo senso conferme inequivocabili”.

E ancora:

Perché non è stato riconosciuto il reato di auto riciclaggio (pag. VI), la cui importanza è stata sottolineata da una recentissima presa di posizione del ministro Cancellieri?

Perché non si rende più attrattivo, con provvedimenti straordinari, il lavoro legale  (pag. VII), visto che viene esplicitato che l’offerta di lavoro illegale da parte delle mafie può essere contrastata anche con queste modalità strategiche?

Perché il provvedimento anticorruzione, giacente alle Camere, non viene iscritto all’ordine del giorno e non viene ricostituito un ufficio ad hoc, dotandolo di competenze, risorse umane e mezzi adeguati (pag. VII)?

Perché non si assume sul piano legislativo il reato di favoreggiamento per individuare e rompere i legami occulti tra zona grigia-nera e ambienti criminali (pag. VIII)?

Perché non si procede al potenziamento di organico e risorse della magistratura (pag. IX)?

Perché non si procede all’esame del Testo Unico delle leggi antimafia (pag. IX)?

Un’ultima domanda, nella speranza che il contenuto della relazione non resti un insieme di buoni propositi: riuscirà questo Governo a porre in essere azioni legislative concrete di contrasto alle mafie?

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2 Responses to “Commissione Antimafia, parole parole parole…”

  1. L’antimafia, in Sicilia, lavora a scartamento ridotto. Le denunce sono tante ma credo che all’interno degli uffici vi siano cestini molto capienti. Bisognerebbe denunciare tante autorità pubbliche che con la scusa della copertura del titolo abusano dei loro diritti e prevaricano sui cittadini. Senza dire poi che l’ignoranza è sovrana.Spesso mi capita di rilevare defaillances terrificanti in soggetti che dovrebbero almeno stare zitti e tutelare i diritti dei cittadini. Capita invece il contrario e quindi tacere a fronte di ignobili errori.Non concordo sull’aumento delle figure di reato. Basterebbe solo rendere pubblici tutti gli atti della pubblica amministrazione e dare al cittadino il potere di dire la sua e di impugnare provvedimenti e autorizzazioni su beni pubblici. In altri termini, metterei alla gogna il compagno RODOTA’ che con la sua legge sulla privacy ha ridotto l’Italia in cenere.

  2. credo che sia giunto il momento di interessare l’antimafia europea che pare sia stata costituita da recente. Le nostre coste versano in pericolo di appropriazione da parte di bande di veri e propri PIRATI. Intervenire con urgenza credo sia il caso ed il momento opportuno prima che valanghe di cemento , recinzioni e pali ci fanno diventare veri e propri reclusi.Attenti a Lombardo perchè è bravo solo ad organizzare TAVOLI ,riunioni e incontri per deliberare provvedimenti e leggi ignobili. Bisogna lottare per fare abrogare le leggi sulla privacy e tutte quelle leggi che mirano a distruggere il patrimonio demaniale costiero e non.

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