La preannunciata chiusura dei punti nascita, cioè dei reparti di ostetricia, degli ospedali di Paternò e di Bronte è entrata in una fase di stallo, almeno fino al 30 giugno.

La chiusura infatti sarebbe dovuta avvenire proprio in questi primi giorni di marzo, ma le proteste dei politici e delle popolazioni locali hanno convinto l’attuale Commissario straordinario dell’ASP 3, Gaetano Sirna, a riservarsi tutto il tempo consentito dalla legge prima di prendere una decisione.

Successivamente, entro il 30 settembre, si dovrà comunque decidere se accorpare o disattivare i reparti interessati.

Nel frattempo potrà ulteriormente monitorare ed eventualmente decidere se chiedere una deroga alla norma stabilita dall’Assessorato regionale alla Sanità sul raggiungimento dello standard di 500 parti l’anno perché possano restare aperti.

Dall’1 marzo è stato per intanto trasferito definitivamente a Bronte il primario di Ostetricia e Ginecologia, fino ad oggi a scavalco tra Paternò e Bronte.

Dalle dichiarazioni che Sirna ha rilasciato, sembra emergere l’orientamento di chiedere la deroga solo per Bronte, che pure nel 2011 ha totalizzato solo 341 parti, mentre per Paternò, che lo scorso anno si è fermato a 440, la sopravvivenza potrà essere assicurata solo se si raggiungerà lo standard previsto.

Oltre alla questione dell’efficienza della rete ospedaliera, il criterio che sembra ispirare il ragionamento di Sirna è quello della sicurezza; sostiene infatti, non a torto, che “le piccole strutture, che hanno un trend negativo di parti annui, non possono garantire la qualità dell’assistenza a tutti i livelli sia alle mamme che ai bambini. E’ preferibile pertanto rinunciare al parto ‘sotto casa’ per recarsi in un presidio con alti standard di qualità, dove sia il personale che le strutture possono rispondere al meglio alle esigenze dell’utenza. “

Ma, al di là dei numeri, occorre tuttavia riconoscere che si tratta di due situazioni oggettivamente differenti. Il ‘Castiglione Prestianni’ di Bronte, che fra l’altro in un primo momento era stato escluso dalla chiusura, serve infatti il comprensorio montano dell’alto Simeto e dell’alto Alcantara, che comprende anche i comuni di Randazzo, Maniace, San Teodoro, Cesarò, Maletto e Santa Domenica di Vittoria, ed è servito da una rete di comunicazione non certo ottimale.

L’ospedale di Paternò vanta a suo favore la presenza di un servizio collaterale molto importante per la sicurezza, quale ad esempio il reparto trasfusioni, ma è abbastanza vicino e ben collegato sia agli ospedali ‘Garibaldi’ e ‘Policlinico’ di Catania sia all’ospedale di Biancavilla, cha riesce a superare quota 500 e che dovrebbe costituire, con la ristrutturazione della rete ospedaliera, il nuovo punto di riferimento.

A parte il fatto che, in base ai numeri, anche l’ostetricia del Policlinico non supera la soglia di sbarramento, dato che si ferma nel 2011 a 428 parti, due sono, a questo punto, le riflessioni che occorre mettere sul tappeto per avere un quadro sufficientemente chiaro della situazione.

La questione del partorire in sicurezza dovrebbe innanzitutto essere estesa a tutte le strutture private che operano in questo ambito: nessuna di loro è attrezzata per le emergenze e, in caso di necessità, si limitano a scaricare i problemi sulle strutture pubbliche.

La seconda questione riguarda proprio le strutture ospedaliere pubbliche della zona. Sirna sostiene, giustamente, che “è preferibile caratterizzare l’ospedale attraverso alcune eccellenze e non battersi per preservare tutte le specialità, cercando un compromesso tra le risorse che abbiamo a disposizione e l’ampliamento dell’offerta”.

Questo tuttavia sarà vero solo quando sarà aperto il nuovo ospedale di Biancavilla, che dovrebbe essere dotato anche di un reparto di rianimazione che attualmente manca in tutti gli ospedali della zona.

Nel frattempo il rischio è che si continui a depotenziare un ospedale, come quello di Paternò, discretamente attrezzato e a servizio di una città di 50 mila abitanti e di un comprensorio ancora più vasto. Forse sarebbe più ragionevole pensare ad una sua organica integrazione con quello di Biancavilla, da cui in fondo dista meno di 10 chilometri.

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2 Responses to “La fatica del nascere (a Bronte e a Paternò)”

  1. Ma quale sicurezza, per cortesia, smettiamola! Chiudere il punto nascita dell’ospedale di Paternò mette a repentaglio la sicurezza delle partorienti paternesi, perchè Catania dista 20 km e Biancavilla 13. Come si fa a dire che sono vicini?

    Se noi consideriamo una serie di fattori, come il traffico sulla SS 121 e la scarsa sicurezza della strada per Biancavilla a carreggiata unica per doppio senso di marcia, è estremamente pericoloso per le partorienti, e chissà quante morti per emorraggia ci sarebbero durante il trasporto all’ospedale in cui le si vuol far partorire.

    E poi il SS. Salvatore, nonostante le difficoltà, è uno dei più efficienti della provincia, e lo si continua a depotenziare.

    La verità è solo una: che ormai da diversi anni la Regione amministrata da Lombardo cerca in tutti i modi di distruggere Paternò, per ragioni puramente politiche.

    Mentre infatti a Bronte hanno x loro fortuna trovato un appiglio per salvare il reparto di ostetricia del loro ospedale, nonostante sia il “feudo” di Firrarello e Castiglione, nemici giurati del Governatore, a Paternò purtroppo non si riesce a trovare una scappatoia, e il fatto che sia (ancora per poco visto il danno che hanno fatto in 10 anni mettendo Failla sindaco) il “feudo” di La Russa e Torrisi, anch’essi nemici, la si vuole colpire così. E’ vergognoso e irresponsabile, che per le loro zuffe politiche ci debbano rimettere i cittadini, e soprattutto la loro salute.

    Poi c’è anche una questione matematica: il reparto ostetricia di Biancavilla che serve oltre a Biancavilla stessa, pure Adrano e in parte anche Santa Maria di Licodia, non può ospitare pure i nascituri di Paternò, perchè questi sono molto più numerosi considerata la sua ampiezza demografica e creerebbe solo caos e inefficienza in quell’ospedale.

    E’ chiaro a tutti che la sanità regionale ha un pesante deficit, ma non è eliminando reparti negli ospedali che si risparmia, semmai accorpando le aziende ospedaliere presenti. Alla luce di ciò, la soluzione più giusta, sarebbe costituire un’unica azienda ospedaliera del comprensorio, ma senza toccare i reparti delle singole strutture.

    Ma tanto questo non lo faranno, perchè purtroppo a questi nostri politici importa più delle loro “beghe” e dei loro rendiconti, che dell’interesse e delle esigenze dei cittadini.

  2. capisco le ragioni di WB.ma come si fa a non capire la modestia culturale e politica di un Firrarello e del genero Castiglione? Si prova solo vergogna a sentirli parlare. E’ mai possibile che dalle altre parti politiche non vi siano soggetti bravi e competenti? Si può mai consentire che ci rappresentino sempre e solo dei cretini?

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