Uno storico e un magistrato a confronto sul tema della Verità. Non un giuoco delle parti in un racconto dal sapore sciasciano, né una pièce pirandelliana dal gusto retrò. Una interlocuzione non monocorde, ma dialettica e ricchissima di squarci dottrinali adagiati sui versanti scomodi, ma trasparenti, di esempi tratti dalla prima e dalla seconda repubblica: è stato questo il tono del dibattito che ha visto dialogare Franco Benigno, docente di Storia nell’università di Teramo e Giovanni Salvi, procuratore della Repubblica di Catania, nell’incontro organizzato dal circolo di Libertà e Giustizia di Catania, che ha avuto luogo nel Palazzo della Cultura lo scorso tredici marzo.

‘Il giudice e lo storico. Due verità a confronto’, questo il titolo dell’evento, è stato introdotto dall’avvocato Patrizia Eberle e presentato dal coordinatore di LeG Catania Francesco Coniglione, che, dinanzi ad una numerosa platea, hanno sottolineato l’interesse di LeG alla giustizia come strumento non solo di accertamento della verità, ma anche quale elemento essenziale per lo sviluppo di una vita economica e sociale ordinata e solidale. Il ‘bisogno di giustizia’ non è un astratto furore della coscienza etica, ma un bisogno concreto, essenziale, di una società non solo moralmente risanata, ma anche economicamente sana.

Nel dibattito tra il ‘giudice’ e lo ‘storico’, di fronte alla ‘bellezza dell’ipotesi’ della ricostruzione, è emersa l’esigenza di un necessario misurarsi con i fatti: ciò non significa che quei fatti possano vivere una vita lontano dalle prove che essi stessi sono chiamati a fornire ad entrambi, affinché l’approssimazione alla cosiddetta verità non scada semplicemente in un lavoro di concatenazioni. Questo in sintesi lo zoccolo duro della discussione.

Così Benigno e Salvi si sono trovati concordi nel giustificare l’atto di ricostruzione della verità storica e della verità giudiziale, su piani diversi e per nulla antitetici, come un’azione coordinata di ipotesi, di fatti, di prove, ma sostenuto anche da scelte ponderate, dall’uso di logiche appropriate, dal ricorso alle intuizioni, dalla cultura della responsabilità.

In questo senso la ricerca di entrambe le verità appare, ha ricordato Benigno, un tentativo di dare forma al mondo dei fatti attraverso le domande. In ogni caso, il giudizio sui fatti che ci si attende dall’indagine degli storici, li espone oggi sempre più alla cultura del dubbio, sotto la pressione della medialità. Ma la memoria, con le sue testimonianze in filigrana, aspetta costantemente al passo lo storico ponendogli di volta in volta l’ennesima sfida a raggiungere una verità.

Che questa sfida sia di fatto la missione costante che accomuna la magistratura inquirente e quella giudicante, è stato il filo rosso che ha attraversato l’intervento del procuratore Salvi. Il compito di pervenire ad una verità giudiziale è per il magistrato innanzitutto un dovere costituzionale che si esplicita nel perseguimento dell’azione penale a tutela dell’intera società. Un dettato, questo, che si manifesta, essenzialmente, in un’accurata lettura del fatto storico, mettendo in luce di esso tutti quegli elementi normativi di un certo rilievo e che risultano essere significativi all’interno di una fattispecie normativa astratta rappresentata dalla legge. In questo reticolo di implicazioni logiche e di significato, maturano lentamente il giudizio e le verità di cui esso si fa carico.

Non arbitrarietà, ma appello alla responsabilità; non l’elaborazione di ‘teoremi’, bensì la costruzione di complessi paradigmi interpretativi, non l’adozione di supposizioni ma l’elaborazione di ipotesi; non verità date ma ricostruite: queste in sintesi le risposte di Salvi agli interventi alla fine dell’incontro. Verità storica e verità giudiziale, al di là delle distinzioni dottrinali, sono sembrate essere alla fine le tanto citate due facce della stessa moneta. Due facce necessarie per rafforzare la tutela della forma democratica di convivenza sociale e di cultura politica. Che il lavoro condotto apparentemente ‘a distanza’ da storici e giudici non sempre si incastri perfettamente, non è cosa da poco. Forse quella giusta distanza non è data per incontrarsi nel presente immediato, ma per essere colmata nel futuro.

Salvatore Vasta, ricercatore di Storia della Filosofia, Scienze della formazione

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One Response to “Lo storico e il giudice, le due facce della verità”

  1. Mi piacciono la “cosiddetta verità” e il “ricorso alle intuizioni”. E’ così che si definiscono eventi, reati? Intuisco di non essermi perso nulla di sexy e saluto il mio caro amico Vasta con un aforisma krausiano:”L’uomo si immagina di colmare una donna. Ma è soltanto un riempitivo”. Immaginarsi di definire un fatto ed essere invece un riempitivo costituente del fatto!

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