Di certo il personaggio non sarebbe dispiaciuto a Niccolò Machiavelli, che ne avrebbe potuto scrivere limitandosi a sostituire il termine ‘principato’ con quello di ‘potere’. La biografia politica di Raffaele Lombardo sembra infatti mostrare in modo ineccepibile “che cosa è potere, come si acquista, come si mantiene, perché si perde”.

E’ questa l’impressione che permane dopo aver letto l’agile volume, da poche settimane in libreria, dedicato a “Sua Maestà Siciliana, Raffaele Lombardo, ritratto del governatore che dividendo impera” e scritto da Manuela Modica per i tipi di Fuorionda.

La seconda idea di fondo che emerge dalla lettura riguarda il metodo di azione costantemente seguito dal Nostro: acquisire nuovo potere o consolidare quello già acquisito indossando la maschera del dissenso e rompendo per tale via vecchie alleanze per costruirne sempre di nuove, senza andare troppo per il sottile con le questioni ideologiche, l’unica ideologia restando la gestione del potere.

Si tratta, in buona sostanza, di un’ampia inchiesta giornalistica che prova a verificare la consistenza di questi due assunti, ricostruendo le tappe politiche fondamentali di questo autentico ‘animale politico’.

Il libro parte da lontano, dalla sua lunga gavetta percorsa in casa democristiana, dove diventa intorno al 1980 il leader della corrente che aveva come obiettivo lo spodestamento del boss della DC catanese del tempo, Nino Drago, avendo come referente regionale Calogero Mannino.

Come nelle migliori tradizioni democristiane, non sono mancate anche nel suo caso le disavventure giudiziarie: nel 1992 viene arrestato per le irregolarità emerse in un concorso pubblico, ma viene poi prosciolto; nel 1994 viene coinvolto, assieme ad altri big della politica catanese, in un’inchiesta sulla fornitura dei pasti all’ospedale Vittorio Emanuele.

Passata anche questa tempesta, dopo aver condiviso dal 2000 al 2003 la disastrosa amministrazione Scapagnini al Comune di Catania, si sposta alla gestione di un’incolore presidenza della Provincia regionale di Catania.

Confluito, assieme a Cuffaro, nell’UDC di Casini dopo l’implosione della Democrazia cristiana, ne uscirà con clamore nel 2005, per fondare, accampando fumisterie autonomiste, un suo partito personale, il Movimento per l’autonomia.

Come se in quel momento fosse caduto in terra siciliana da un pianeta alieno, affermerà infatti: “Senza autonomia siamo perduti, una regione che vive di stipendi, sussidi, pensioni e invalidità, il poco ricavato lo spende nei circuiti della grande distribuzione” (pag. 37). Intanto non c’è apertura di ipermercato, e a Catania ormai non si contano più, per cui non corra voce che la sua segreteria politica funzioni da ufficio di collocamento.

Non romperà tuttavia l’alleanza con Cuffaro, tanto è vero che Giovanni Pistorio, uno dei suoi uomini di fiducia, sarà il titolare dello strategico assessorato regionale alla Sanità nella giunta di Totò vasavasa.

Quando, nel 2008, Totò Cuffaro sarà costretto alle dimissioni anticipate a causa della conferma della sua condanna per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, con l’appoggio dell’UDC e dello stesso Cuffaro, che andrà poi a sedere con pieno merito sugli scranni del Senato della Repubblica, e con quello del Pdl di Miccichè, verrà eletto nel 2008 alla presidenza della Regione.

La definitiva condanna che porterà Cuffaro a diventare inquilino delle patrie galere, segnerà per Lombardo da un lato la rottura col suo storico alleato ma dall’altro anche l’inizio di un’altra avventura giudiziaria, con un’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, successivamente derubricata dall’allora Procuratore di Catania M. Patanè, che aveva avocato a sé l’inchiesta relativa al Presidente e al fratello Angelo, in una quasi banale accusa di voto di scambio.

Poco prima che accadessero questi avvenimenti, Lombardo aveva aggiunto alla sua collezione di trofei di tattica politica, quello meno prevedibile: rompere anche con il Pdl e associare alla sua avventura di governo l’unica forza politica d’opposizione presente a Sala d’Ercole, il Partito Democratico, inoculando anche all’interno di questo partito il virus della discordia, semmai ce ne fosse stato bisogno.

Con l’apporto di Giuseppe Lupo, Cracolici e Lumia – i dirigenti del PD che sponsorizzano questa ardita operazione – Lombardo si inventa un governo di tecnici ante litteram, che inalbera, ad esempio, il vessillo del magistrato Massimo Russo piazzato come assessore a gestire il risanamento e il rinnovamento della disastrata Sanità siciliana.

Ma, riferisce nel libro un entusiasta della prima ora, Renato Costa, segretario regionale Cgil-Fp-Medici, la delusione per i risultati raggiunti è sempre più cocente:”il risultato dei tagli è stato solo di abbassare i livelli di assistenza in modo impressionante. Nel frattempo le cliniche private, da noi, non solo non hanno avuto tagli, ma continuano ad agire in una condizione di assoluto privilegio, perché non erogano prestazioni di emergenza, rianimazione e malattie infettive”.

In altri termini si è cominciato a ridimensionare (pardon, razionalizzare) un sistema ospedaliero spesso dissennato, senza però far partire contestualmente la medicina territoriale sostitutiva.

Anche nell’altro campo minato della Formazione professionale è andato un tecnico, Mario Centorrino, che con sforzi immani sta cercando di mettere ordine.

Ma, assieme all’inevitabile situazione di stallo in cui si trova adesso il settore, il risultato più rilevante finora conseguito è la pubblicazione della relazione della Commissione d’inchiesta che ha puntualmente documentato come anch’esso, tanto per cambiare, in età cuffariana era andato fuori controllo.

Chiude il volume una lunga ma frammentaria intervista al Presidente, nella quale vengono affrontati molti argomenti, ma nessuno approfondito in modo esauriente: dopo tutti gli elementi accatastati, finisce per apparire solo come una sistematica autodifesa di Lombardo. Forse si poteva chiudere in modo più incisivo.

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2 Responses to “Raffaele Lombardo o del ‘Potere’”

  1. la strategia di Lombardo nella gestione del potere regionale è fondata sulla dislocazione di persone amiche e fidate nei posti chiave dell’amministrazione. SE si lancia uno sguardo sulle poltrone di palermo si nota che i posti sono occupati da catanesi di stazza abili a distruggere i siti dove devono operare. Acqua, territorio, belle arti , cultura sono nella mani di amici fidati del Nostro gran Lombardo che a sua volta sta tentando l’avvicinamento al governo romano od a quello delle autorità di controllo. L’avv. Pitruzzella è palermitano e proviene dalle file dei consiglieri legislativi di Lombardo e adesso si trova all’autorità garante per la concorrenza ed il mercato. L’avv. Scuderi Andrea fa pure parte della schiera di consulenti chiamati da Lombardo a dare consigli al governo siciliano.Pitruzzella ha sostenuto come avvocato la tesi della disapplicazione del principio delle gare per le concessioni pubbliche. Adesso, a Roma, deve sostenere la tesi contraria.Vorrei tanto conoscere il suo parere.Ecco come opera a livello di governo Lombardo. Ha mandato ad esempio qualche magistrato catanese e vicino ad operatori su beni poubblici demaniali a lavorare nelle formazioni di consulenti per il governo ed il parlamento italiano.Se volete esser certi delle cose che dico informatevi con Beretta o con qualche parlamentare che non sia troppo legato agli amici di Lombardo.Sono queste le tattiche di Lambardo per governare bene e proficuamente.

  2. possibile che nessuno trova da ridire sul comportamento di Lombardo? E’ mai possibile che non vi sia stato un siciliano che si sia rivolto agli amici di Lambardo? Possibile che non vi sia stato utente siciliano che abbia fatto ricorso agli interventi dei preposti di Lambardo? Il fatto mi sembra strano perchè Catania, già distrutta dagli amici di Lombardo, si è trasferita a Palermo per completare la distruzione della Sicilia. Non avete notato che i nostri marpioni hanno organizzato tavoli per le concessioni marittime? In altri termini si vogliono insediare sulle nostre coste e fare affari da veri e proprii PIRATI. State attenti inoltre che anche a Roma si allungano le mani del nostro arraffone. Ha mandato qualche giudice amico di guardiani di barconi ( già installati illegittimamente a Catania ) a Roma nell’ufficio legislativo per mettere le mani sulle concessioni marittime. Svegliatevi lettori di questo blog-.Perdere tempo è grave e si favorisono gli interessi dei ladri di beni pubblici.

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