Una legge che riguarda gli ultimi, gli autori di reati “bagatellari”, cioè di piccoli reati, i tossicodipendenti trovati con una dose di hascisc in tasca, gli immigrati considerati ormai criminali per infrazioni “contravvenzionali”. E’ il decreto legge 211 del 2011 (convertito nella legge 9 del 2012)  che prevede un processo per direttissima per chi viene arrestato in flagranza per reati minori, punibili con condanne diverse dal carcere.

In sostanza si viene giudicati nell’arco di pochi giorni (o addirittura di poche ore) a pene alternative alla detenzione. Fino a un mese fa, anche se la pena diversa dalla detenzione era prevedibile, l’arrestato doveva comunque entrare in carcere, anche solo per 48 ore o poco più. E’ il fenomeno, chiamato delle “porte girevoli”, che la nuova norma vuole bloccare.

Perchè evitare il carcere a chi non ci deve restare? Per molti sacrosanti motivi.

  • Perchè le carceri sono sovraffollate e la permanenza in carcere di questi arrestati, anche per pochi giorni, rende più drammatica la situazione. I numeri relativi alle “porte girevoli” infatti non sono piccoli. Si parla di un 35% degli ingressi (a Catania nel 2011 la percentuale accertata è stata del 42,3 %).
  • Perchè le “porte girevoli” comportano un onere notevole per le casse dello Stato e quindi per noi contribuenti. Chi entra in carcere, anche solo per poche ore, viene necessariamente sottoposto a un iter che prevede una serie di passaggi (immatricolazione, visita medica, colloquio con lo psicologo, ..) che impegnano operatori e servizi. E’ d’altra parte impossibile, come ha dichiarato Elisabetta Zito, direttora del carcere di piazza Lanza, non seguire la procedura perchè, anche solo per permanenze di un paio di giorni, l’istituzione è responsabile di quello che avviene al proprio interno e deve cercare di cogliere i segni di eventuali propensioni ad atti autolesionistici o al suicidio, per prevenirli anche con un livello di sorveglianza a vista che impegna risorse umane di cui c’è carenza.
  •  Perchè l’esperienza del carcere è un’esperienza “violenta”, come l’ha definita il procuratore Salvi, che va evitata a chi in carcere non deve restare e soprattutto ai soggetti fragili. Tanto più che, conferma la Zito, l’identikit del suicida in carcere è quello di un giovane, alla prima esperienza di arresto, che ha commesso reati minori e fa uso di sostanze.

Bloccare il fenomeno delle “porte girevoli” può quindi contribuire a svuotare le carceri, così sovraffollate da essere disumane, e a risparmiare risorse da destinare ad altri scopi, come l’assunzione e la adeguata formazione di nuove guardie penitenziarie (attualmente è bloccato anche il turn over), che rimangono l’anello più importante e “sensibile” della struttura che accoglie e gestisce i detenuti. O ancora, a creare condizioni migliori per i detenuti di lungo periodo, che -dopo la condanna definitiva- avrebbero diritto (art. 27 della Costituzione) anche ad un trattamento rieducativo.

Di tutto questo si è parlato nel corso di un seminario organizzato lunedì scorso, nella sede del Palazzo di Giustizia di via Crispi, da Magistratura Democratica, Movimento per la giustizia e Articolo 3: Convalide e giudizio direttissimo, moderatrice Simona Ragazzi.

Molto spazio è stato dato dai relatori agli aspetti organizzativi della gestione dei processi per direttissima, a partire dalle esperienze più consolidate, come quella di Milano, dove le direttissime si fanno già da 10 anni, in anticipo sulla normativa ora in vigore, come ha raccontato Ilio Mannucci Pacini. “A Milano un arrestato arriva in poche ore davanti al giudice monocratico” ha detto “grazie ad una centralizzazione delle direttissime, ad una turnazione in cui sono coinvolti tutti i giudici, ad una cancelleria molto esperta e competente”. La rapidità deriva anche dal fatto che non si deve passare dalla convalida del gip che, sgravato da questo peso, può dedicarsi ai procedimenti più complessi.

All’avanguardia anche Roma, dove ha lavorato Alessandra Tasciotti, attualmente in forza alla Procura di Catania. Qui, in seguito all’arrivo del nuovo procuratore, Giovanni Salvi, molto sensibile al problema, sono stati approntati nuovi strumenti che permettono di velocizzare gli adempimenti necessari e sono in fieri convenzioni con alcuni laboratori per l’analisi delle sostanze stupefacenti. Della collaborazione tra Procura e Tribunale ha parlato Rosario Cuteri.

Dire di no al carcere non basta se non si individuano percorsi alternativi. A Milano, ad esempio, è in vigore da anni un protocollo con il Sert che prevede la presenza di un ambulatorio proprio accanto alle aule adibite alla direttissima. Per i dipendenti da sostanze stupefacenti o da alcool possono essere individuati percorsi riabilitativi, presi poi in considerazione in sede di convalida. Sempre a Milano i servizi sociali del Comune hanno aperto un analogo ambulatorio per persone che soffrono di disagi sociali, psichici e di vario tipo. Si tratta di strategie di intervento che vanno incontro ai problemi dei più deboli e permettono contestualmente di individuare modalità alternative al carcere.

“Dove siano finiti gli arrestati non lo so, ma a piazza Lanza abbiamo visto subito gli effetti della nuova legge e il blocco delle “porte girevoli”, ha dichiarato Zito presentando i dati della rilevazione condotta su alcuni dei fenomeni che si verificano nella casa circondariale che dirige.

Certo è che si stanno riadattando le vecchie camere di sicurezza, e se ne stanno allestendo di nuove, all’interno dei posti di polizia, delle caserme dei carabinieri e dello stesso Tribunale. Auspichiamo che il loro utilizzo non comporti mai le violenze gratuite di cui talora sono state teatro.

Puoi ascoltare, a questo link, gli interventi dei relatori al seminario

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