94 famiglie mafiose nella sola Sicilia occidentale, con una “forza complessiva di circa 3500-4000 soggetti, non tutti in libertà, ai quali vanno aggiunti i favoreggiatori, circa 8000 persone sfiorate solo da sospetti che vengono monitorate costantemente”. E’ il dato che troviamo nella seconda parte della relazione della Commissione parlamentare antimafia, di cui ci siamo già occupati (Commissione antimafia, parole, parole, parole…).

Fra i settori più attraenti per l’organizzazione mafiosa vi “è quello della grande distribuzione commerciale, utile per perpetuare il potere sul territorio, grazie soprattutto al positivo rapporto tra impiego di capitale e numero di persone occupate. Viene offerta la possibilità di lavorare non soltanto ai figli di mafiosi, ma anche a persone estranee all’organizzazione “che vengono così gratificate e rimangono ad esse grate”.

A Catania la presenza mafiosa, connotata dai clan storici (Santapaola, Mazzei e Caltagirone), ai quali si aggiungono clan di minore importanza (Laudani, Pillera, Cursoti, Sciuto, Cappello, Ceusi ovvero Piacente), si caratterizza per la gestione di intere filiere illegali, anche attraverso la collaborazione di soggetti provenienti dal mondo delle professioni.

Permane, ovviamente, l’attenzione verso i flussi di denaro pubblico, che permettno contatti e accordi con il mondo della politica, in una logica di sempre maggiore organicità fra’ i due mondi’. Rapporti ricercati anche dagli imprenditori, per operare più tranquillamente nel territorio.

Interessante è lo studio sull’infiltrazione mafiosa nel settore sanitario, che costituisce la terza industria del Paese (109.669 miliardi nel 2009). In questo senso, vanno rilevati:

  • il maggior ricorso (il doppio della media nazionale) nelle Regioni del Sud all’accreditamento delle strutture private
  • l’analisi quantitativa del personale sanitario: in Sicilia 2,3 ogni 1000 abitanti a fronte di una media nazionale pari a 1,8;

Altri settori di interesse a Catania sono il trasporto su gomma, i videogiochi e  il mercato ortofrutticolo. La Commissione si occupa anche delle  energie alternative e dei parchi eolici, che hanno attirato l’attenzione della criminalità organizzata per  l’assenza di una legge quadro.

Relativamente alle infiltrazioni nelle amministrazioni locali e allo scioglimento delle amministrazioni per infiltrazioni mafiose si legge che  “Secondo la Direzione Nazionale Antimafia, la riforma del 2009 ha da un lato organizzato meglio la materia, ma dall’altro “ha imposto soglie probatorie per i provvedimenti di scioglimento decisamente più alte”. Con la legge n. 94, infatti, i presupposti per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali sono diventati più rigorosi, in quanto gli elementi sui collegamenti con la criminalità mafiosa o sul condizionamento devono essere “concreti, univoci e rilevanti”.

Interessanti i tre capitoli relativi al narcotraffico, al gioco d’azzardo, all’usura e alle estorsioni. Anche perché è in discussione alla Camera una proposta di legge per trasformare il reato di usura da contravvenzionale a delitto ed è stata trasmessa al Parlamento una relazione che individua possibili interventi legislativi per perseguire quelle società che utilizzano sedi legali nei paradisi fiscali per operazioni di riciclaggio.

All’interno del capitolo sull’impegno della società civile trova spazio il codice etico di Confindustria Sicilia con presidenza Lo Bello e si riconosce il ruolo dei movimenti antimafia per il contributo al varo di importanti provvedimenti legislativi e per la promozione e la diffusione della cultura della legalità. Ad esempio, a  Libera viene riconosciuto il merito della “grande battaglia avviata per il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie”.

Conclude la relazione un riconoscimento al ruolo della scuola e di “chi lavora sul campo” (magistrati, testimoni della legalità, ecc.) per “promuovere e diffondere una cultura della legalità e della partecipazione democratica”, che “possa contrapporsi alla cultura mafiosa del privilegio, del ricatto, della violenza e della sottomissione”.

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3 Responses to “Un datore di lavoro di nome Mafia”

  1. non sopporto la politica antimafia e quella antiraket perchè le trovo false e ipocriti.I vizi di un’economia mafiosa derivano dalla pessima organizzazione burocratica della società capitalistica.Il silenzio posto a tutela della privacy è uno strumento essenziale per l’economia mafiosa ion quanto si fanno gli affari e si specula ignobilmente a danno dei privati e dell’economia pubblica grazie a procedura per le quali non è possibile stendere lo sguardo oltre alle liste o ai bandi. Per il resto, il segreto favorisce le ruberie e le illegalità. Bisogna rendere pubblico tutto cià che attiene alla vits associata. Registri anagrafici e pratiche di appalti , concessioni edilizie e commerciali debbono essere a disposizione di tutti. Non vi debbono essere segreti nè tutele. D i queste cose nessuno parla. Non v’è giornalista nè giornale che abbia fatto una campagna contro la privacy nella pubblica amministrazione. Sono certa che non vi sarà alcun lettore disposto e rinunciarte alla privacy per conoscere il contenuto di tutti gli atti posti in essere dalla PA.

  2. Dissento sulla insopportazione della politica antimafia che al contrario va incrementata, “ipocrita” o meno che sia .
    Concordo sulla necessità di eliminare “privacy” di sorta nella pubblica amministrazione.

  3. egregio Marcello, se la politica antimafia o antiraket è malcondotta o comunque realizzata in modo errato gli effetti saranno nocivi e contrari al fine perseguito. Le leggi fatte male non sortiscono mai buon effetto.

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