Sti cappidduzza nun pozzu suffriri;
Chi si mìntunu ncutti a passiari!
E, ncorchi bota, rarreri li rini e,
Na pitratuna ci l’agghiu a ncugnari.
La ghiammèrica lcontadinionga e li sulini,
Scumpuònunu a li figghi re massari.
E su passati ca sugnu a mitìri,
La carta billiana v’he cantari.
Questi giovani signori non li posso soffrire
passeggiano insistentemente
qualche volta, dietro le reni
una gran pietrata gliela devo scagliare.
In giacca lunga e colletti duri
importunano le figlie dei contadini.
E se passate mentre sto mietendo
come una Sibilla grido i vostri segreti.

I campi colorati dal sole di giugno rimandano alla mietitura, ma soprattutto al mietitore dalla cui bravura dipende il buon esito del raccolto. Di questo parlano i versi proposti, “un canto di protesta” potremmo definirlo, che fanno parte della raccolta – Canti popolari di Noto – curata da Corrado Avolio (Siracusa 1843 – Noto 1905).

La particolarità della ‘canzuni’, come fa notare Francesco Giuffrida, sta nel fatto che il mietitore, proprio in virtù dell’importanza del lavoro svolto, può permettersi di denunciare, senza peli sulla lingua, soprusi e ingiustizie commessi “dai cappidduzza: diminuitivo di cappedda, i signori per antonomasia, contrapposti ai poveri burritta”.

A fronte di questa libertà, bisogna ricordare che il raccolto del grano ha tempi precisi “giugnu fauci ’n pugnu, giugnettu fauci ’n pettu; a giugno si miete, a luglio è tutto finito”, e, come ricorda Giuffrida, da ciò dipese “: la scarsa adesione dei contadini siciliani all’appello del Generale Garibaldi, emanato proprio nel mese di giugno del 1860.

La terra, il raccolto, prima di ogni altra cosa, anche di Garibaldi e delle speranze di riscatto”. Sempre di questa speciale libertà di cui godevano i mietitori, parla “Il canto delle messe”, pubblicato da Serafino Amabile Guastella (Chiaramonte Gulfi 1819 – 1899).

Quant’è beddu ’u bon campari …
Prima ’u metri, pu’ ’u pisari:
Lu pisari ccu lu metri,
Picchì l’omu ’unn’è ri petri.
Quant’è bello il buon campare
prima il mietere e poi il trebbiare
il trebbiare con il mietere
perché l’uomo non è di pietra

Il Guastella, però, sottolinea non la libertà di critica, ma l’odio verso ogni altra classe sociale che caratterizza il mietitore che “sta sedici ore il giorno curvo a falciare, bagnato come un Tritone, nero come un Etiope, sotto l’orrenda sferza del sole … canta, ride, bestemmia, ingiuria sozzamente chi passa per quelle vie …”

Su questo giudizio non concorda Giuffrida, “ non l’ebbrezza della messe gli mette sul labbro l’odio e la diffidenza verso il resto del mondo, sentimenti comuni tra l’altro in tutte le stagioni dell’anno. Di nuovo c’è, la possibilità del mietitore di dettare lui le condizioni di lavoro e non di subirle. Guastella ci informa che il mietitore aveva

diritto a cinque pasti e a bere vino per ben venticinque volte nell’arco della giornata. Condizioni assolutamente fuori dall’ordinario, giustificabili solo coi tempi obbligati della mietitura: il bravo mietitore ha, appunto, una forza contrattuale che non avrà più per tutto il resto dell’anno”.

Viene così evidenziata un’immagine poco conosciuta del contadino siciliano: un salariato capace anche di ribellarsi, che sente fortemente le ingiustizie. Un progenitore, forse, è ancora Giuffrida che parla, “di quei braccianti che occuperanno le terre negli anni quaranta e cinquanta del Novecento, amati e cantati con la sua passione di contadino-poeta da Ignazio Buttitta (“… e sutta la russìa di li banneri – parsi un giganti ogni jurnateri”); è il padre – certamente non ancora cosciente , in bozzolo – di contadini e braccianti riuniti nei Fasci Siciliani solo qualche lustro più avanti”.

Non sembra, perciò, corretto paragonare questa libertà agli ‘eccessi carnascialeschi’, quando il diritto alla satira e allo sberleffo era una concessione delle autorità, non un diritto ‘conquistato dal basso’.

Un canto, questo dei mietitori, che sarà progressivamente abbandonato.  Scomparirà man mano che verranno modificate le condizioni materiali della vita, a partire dai profondi cambiamenti prodotti nel meridione dall’unificazione del Paese e, più in generale, dallo sviluppo dei processi di modernizzazione. Ma quando le lotte contadine e popolari, come nel caso dei Fasci Siciliani, torneranno protagoniste della storia italiana, Mario Rapisardi proporrà il suo Canto dei mietitori. “Un canto – sottolinea Giuffrida – schierato, partigiano ma non fazioso, una sorta di lettura rovesciata, di contraltare al Canto della messe dove l’odio viene razionalizzato senza perdere sincerità e passione”.

La falange noi siam dei mietitori
E falciam le messi a loro signori.

Ben venga il Sol cocente, il Sol di giugno,
Che ci arde il sangue, ci annerisce il grugno
E ci arroventa la falce nel pugno,
Quando falciam le messi a lor signori.

Noi siam venuti di molto lontano
Scalzi, cenciosi, con la canna in mano,
Ammalati da l’aria del pantano,
Per falciar le messi a lor signori.

I nostri figlioletti non han pane,
E chi sa? forse moriran domane,
Invidiando il pranzo al vostro cane …
E noi falciam le messi a lor signori.

Il Sol ci cuoce, il sudore ci bagna,
Suona la cornamusa e ci accompagna
Finché cadiamo all’aperta campagna.
Falciam, falciam le messi a quei signori.Allegri, o mietitori, o mietitrici:
Noi siamo, è vero, laceri e mendici,
Ma quei signori son tanto felici!
Falciam, falciam le messi a quei signori.

Che volete? Noi siam povera plebe,
Noi siamo nati a viver come zebe,
Ed a morir per ingrassar la glebe.
Falciam, falciam le messi a quei signori.

O benigni signori, o pingui eroi,
Vengano un po’ dove falciamo noi:
Balleremo il trescon, la ridda e poi …
Poi falcerem le teste a lor signori

Tratto da: Francesco Giuffrida, La rivista del Galilei, marzo 2012

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