Studia con impegno, ma trova anche il tempo di dedicarsi a chi ha più bisogno di aiuto e di solidarietà. E’ Claudia Piccolo, una ragazza di 21 anni, iscritta al terzo anno di Scienze Politiche, indirizzo “politica e relazioni internazionali”. Le abbiamo chiesto di raccontarci della sua esperienza di volontaria al Centro Astalli di Catania.

L’insegna non è per nulla appariscente, la porta d’ingresso stretta. Dall’esterno sembrerebbe uno di quei noiosi e grigi uffici burocratici sparsi per la città. Eppure è qualcos’altro. Da quella porta transitano ogni giorno decine di persone su cui, prima di ogni altra cosa, pesano gli sguardi di chi li considera elementi che disturbano e sporcano l’armonia del “paesaggio” e le maniere brusche e malcelate di chi li scansa come fossero randagi affamati. A vederli così composti e pazienti ad aspettare il loro turno nella sala d’attesa del Centro ci si chiede quante volte si siano messi in fila durante la loro vita, tradottasi ormai in un percorso ad ostacoli che spesso non concede loro neanche un minimo di tregua.

La mia esperienza al Centro Astalli è cominciata poco più di un anno fa. Non avendo avuto, fino a quel momento, alcun contatto ravvicinato con la realtà che mi si presentava davanti, decisi sin da subito di “registrare” scrupolosamente tutte le istruzioni e i consigli che le mie colleghe, anch’esse volontarie, si premuravano a fornirmi. Mi colpì immediatamente il loro modo di lavorare, l’umanità con cui si rivolgevano ai migranti, il loro senso pratico nel cercare di risolvere i problemi di questi ed in generale, la dedizione con cui portavano avanti il loro impegno. Era evidente come la decennale esperienza le avesse armate per fronteggiare qualunque eventualità o imprevisto.

Altri “insegnamenti”, invece, li ho appresi dagli stessi assistiti che si rivolgono allo sportello lavoro, sportello del Centro presso il quale presto ancora oggi il mio servizio.

I loro racconti, in un italiano che svela immediatamente da quanto tempo si trovano nel nostro paese, sono quasi sempre tortuosi, travagliati, colmi di tentativi a volte riusciti, altre andati a male e impregnati di speranza e forza d’animo, naturalmente a dosi variabili, che subito mi rendo conto essere le ragioni che li hanno condotti a chiedere il nostro aiuto.

Col tempo, fra le altre cose ho capito che è meglio evitare di domandare a ciascuno se ha figli o meno, perché questo, talvolta, risveglia in loro le fitte del dolore dovuto alla lontananza. In questi mesi, inoltre, ho avuto modo di comprendere in maniera chiara che le difficoltà incontrate dai migranti nel trovare lavoro non sono, purtroppo, da ricondurre esclusivamente all’attuale periodo di crisi economica, bensì al fatto che, non poche volte, coloro che offrono lavoro sono affetti da insensati e ridicoli pregiudizi nei confronti dell’intera “categoria- immigrati” o di talune nazionalità.

Ricordo che in più di un’occasione mi è stato specificato, da parte di chi cercava una badante, di escludere a priori migranti dalla carnagione nera, dal momento che l’anziano/a da accudire aveva “paura delle persone di colore”. Altre volte la selezione “preliminare” è stata ancora più esplicita: “…guardi, cerco una persona mauriziana o che venga dallo Sri Lanka…non mi sembra il caso di parlare di afgani, cerchiamo di restare coi piedi per terra!”.

Non solo, anche il modo in cui certa gente descrive il candidato/a che desidererebbe assumere, elencando in sequenza caratteristiche che sarebbero più adatte se si stesse parlando dell’acquisto di un nuovo elettrodomestico, rivela una sottesa indifferenza.

Le offerte di lavoro più frequenti rientrano nei settori del lavoro domestico, dell’assistenza (badanti per persone anziane, baby-sitter ), nell’ambito alberghiero e della ristorazione (lavori stagionali come cameriere/a, barista, cuoco o aiuto cuoco) o, ancora, in quello dell’edilizia (muratori, manovali, carpentieri, imbianchini). Dal canto loro, gli stranieri, anche qualora siano in possesso di competenze pratiche specifiche (ad esempio restauratori, geometri, saldatori, grafici, ecc.) oppure abbiano conseguito il diploma di laurea presso il loro paese di provenienza, si ritrovano spesso, per necessità, a doversi accontentare di svolgere mansioni umili o, comunque, prive di qualsiasi attinenza con la loro preparazione professionale o culturale.

Malgrado la portata di tali difficoltà, non si possono ignorare tutti i casi in cui l’iniziale ritrosia, dettata dai pregiudizi di cui sopra, cede generosamente il posto al sorgere di rapporti di lavoro che si tingono di lealtà, fiducia e rispetto reciproco. Sono proprio questi gli episodi che, oltre a mitigare la fatica dell’esistenza dei nostri assistiti, offrono a noi volontari il vigore necessario a perseverare nel nostro impegno.

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