“E’ tutto finito”. Furono le parole amare pronunciate dal giudice Caponnetto all’indomani dell’omicidio Borsellino. Tre mesi prima c’era stata la strage di Capaci. Il vecchio magistrato, che era venuto dalla Toscana a Palermo dopo la morte di Chinnici per ricoprire la carica di capo dell’Ufficio Istruzione e dirigere il pool antimafia, le pronunziò cedendo ad un momento di scoraggiamento, ma il giorno successivo, in TV, fece pubblica ammenda e chiese a tutti e soprattutto ai giovani di non darsi per vinti. Quelle affermazioni non ratificarono, dunque, una sconfitta ma diedero il via alla riscossa. E a quelle parole ha fatto riferimento Alessandro Copianchi, responsabile nazionale dell’Arci, per ricordare lo spirito che animò la nascita della prima Carovana antimafia.

Organizzata nel 1994 dall’Arci, a cui si unirono successivamente Libera (1995) e Avviso Pubblico, la Carovana nazionale antimafia é tornata quest’anno a Catania nella mattina del 5 giugno e ha incontrato le scuole. Quelle di Librino innanzi tutto e poi gli studenti più grandi, al Liceo Boggio Lera, per riproporre la memoria e invitare all’impegno, in difesa della legalità ma anche  della giustizia sociale, così come prevede la Costituzione, e come ha sottolineato con forza Maria Giovanna Italia dell’Arci Catania.

Il momento centrale della mattinata al Boggio Lera è stato l’intervento di un magistrato, Simona Ragazzi, che è riuscita a toccare le corde giuste per coinvolgere i giovani.

Il punto di partenza del suo discorso è stata la lettera, rimasta interrotta, che Borsellino iniziò a scrivere alla professoressa di una scuola di Padova presso cui non era riuscito a recarsi. Una lettera resa particolarmente toccante dalla data, 19 luglio 92, il giorno stesso dell’esplosione di quel carico di tritolo che Borsellino sapeva essere appena giunto a Palermo.

Al di là delle risposte “tecniche” ad alcune domande ricevute, Borsellino accenna, in questa lettera, alla sua storia personale e scrive di essere entrato in magistratura per “diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche” di cui era appassionato. Per tornare a Palermo, era approdato però all’Ufficio Istruzione Processi Penali ed era stato incaricato di occuparsi del procedimento relativo all’uccisione del capitano Emanuele Basile, eliminato dalla mafia nel 1980. Ne parla come di un punto di svolta. “Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso”. Ecco perchè, visto che amava questa terra, non poteva che occuparsi di mafia.

Poi un messaggio di speranza: “E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.”

La forza di reagire viene innanzi tutto dalla conoscenza e Ragazzi invita a guardare alla mafia con realismo, come un’impresa che tende a fare soldi, ad accaparrare ricchezze, sottraendole a chi lavora. L’uso della forza, il delitto, sono solo dei mezzi adoperati per imporre i propri obiettivi. Gli appartenenti alla struttura mafiosa sono come i soldati di un esercito e ricevono uno stipendio mensile, senza trattenere nelle loro tasche il ricavato delle estorsioni, delle rapine o del traffico degli stupefacenti, che confluisce tutto in una cassa comune, su cui i gregari non hanno alcun controllo.

Proprio perchè la mafia è una macchina per fare soldi, l’intuizione geniale di Pio La Torre fu quella di colpirla nel suo punto debole, cioè nei beni. Propose, infatti, oltre all’introduzione del reato di associazione mafiosa, che non esisteva nel nostro ordinamento, la confisca dei beni di cui il mafioso non potesse giustificare la provenienza. Era una proposta che rompeva gli schemi del diritto penale e che non fu inizialmente vista con favore, tanto è vero che si dovette attendere non solo l’assassinio di La Torre, ma anche quello del generale Dalla Chiesa perchè fosse presa in seria considerazione e fatta propria da un ministro della Repubblica, Rognoni.

Neanche questi nuovi strumenti si sono rivelati risolutivi nella lotta alla mafia. Ne servono degli altri, soprattutto per indagare sui patrimoni, sugli enormi flussi di denaro che vengono riciclati nei circuiti dell’economia legale. Le indagini bancarie, ad esempio, sono frenate dalla mancanza di un’anagrafe nazionale sui conti correnti. Le intercettazioni non si possono disporre per persone estranee a ipotesi di reato, anche nell’ipotesi che siano intestatari fittizi di beni mafiosi.

Fondamentale rimane comunque il ruolo della politica, che è sempre quella che detta le regole. A proposito delle collusioni tra stato e mafia, per esempio, è prevista oggi solo la possibilità di colpire lo scambio tra voti e somme di denaro, sebbene sia ormai chiaro che chi assume una carica politica si impegni a fornire, a chi lo ha sostenuto, favori che non prevedono necessariamente passaggio di denaro. Basterebbe inserire nella legge la formula più generica di “altre utilità” per colpire complicità che attualmente non possono essere colpite.

Il cambiamento quindi è possibile solo se cambia la politica. Il prospettato Codice di autoregolamentazione, che escludeva l’inserimento, nelle liste dei partiti, di persone condannate in via definitiva o rinviate a giudizio o con ordine di custodia cautelare, è stato violato, in occasione delle elezioni del 2008, in 107 casi. Non dovrebbe nemmeno essere necessario reperire le prove di colpevolezza perchè la politica espella chi è sospettato di non lavorare per il bene comune.

Simona Ragazzi ha, infine, richiamato anche la parole del presidente Napolitano che, in occasione della recente visita all’Ucciardone, ha invitato i giovani a impegnarsi nella politica, che non è solo casta e apparati, e nelle organizzazioni della società civile.

Chi vuole cambiare il proprio territorio deve innanzi tutto essere coscienza critica e deve affermare, in tutte le scelte e i gesti quotidiani, la cultura del diritto, senza cercare le facili scorciatoie del clientelismo.

Fuori dall’Aula Magna erano esposti dei pannelli raffiguranti volti di vittime di mafia. Riprodotti su carta velina, serviranno ad avvolgere le “arance antimafia“, quelle prodotte nei beni confiscati.

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