Il persistente terremoto che sta tenendo sul filo della paura molti paesi dell’Emilia, ha risvegliato gli antichi fantasmi dei terremoti nostrani che, in un passato anche recente, hanno causato ben altri lutti e danni.

Come sempre, di fronte all’impotenza della scienza rispetto alla possibilità di fare previsioni, ci si rifugia , come un mantra, nelle discettazioni sul tema della prevenzione come unica arma che abbiamo a disposizione, quanto meno per cercare di limitare i danni.

Lodevole, a questo proposito, l’iniziativa presa da un gruppo di associazioni catanesi – Cispa “Giovanni Campo” onlus, Cittàinsieme, Cittàinsieme giovani, Italia nostra, Lipu, Wwf Catania, Comitato cittadino “Porto del sole” – che hanno colto questa occasione per ribadire un documento che, nella sostanza, era già stato presentato nel corso degli Stati generali, ma era rimasto lettera morta.

Si tratta di una sorta di decalogo di proposte a costo (quasi) zero che non richiedono interventi strutturali e pertanto di più o meno rapida e agevole applicazione, per una città più sicura.

Tra esse l’istituzione di una sorta di marchio per gli immobili “dotati di un libretto di istruzioni” che ne garantisca la qualità rispetto al rischio sismico.

Paradossalmente, sottolineano gli scriventi, sul rischio sismico a Catania, non mancano affatto le conoscenze scientifiche. Il capoluogo etneo è addirittura l’unica area metropolitana dotata, oltre che di una mappatura degli edifici pubblici, anche di una dettagliata analisi della vulnerabilità degli edifici privati, che consente di ricostruire in modo attendibile i possibili danni che sarebbero provocati da un sisma di potenza pari o di poco inferiore a quello del 1693.

Questi documenti però, non vengono resi pubblici perché rischierebbero di modificare i valori immobiliari di alcune zone della città.

A parte qualche cartello posto al margine delle (poche) aree disponibili in cui concentrare o organizzare la popolazione in caso di sisma, ciò che manca completamente è una corretta informazione della cittadinanza, soprattutto indicazioni operative sul cosa fare e costanti esercitazioni che contribuiscano a formare una “cultura del rischio”, come accade in altri paesi, come il Giappone, dove si ha ben altra consapevolezza del problema.

Per questo le Associazioni raccomandano di istituire una Giornata annuale della Protezione civile (proposto l’11 gennaio, in ricordo del catastrofico sisma del 1693), nella quale far svolgere un’esercitazione di evacuazione simultanea di tutte le scuole e altre esercitazioni nei quartieri.

Il fatto è che queste discussioni spesso sfumano nella retorica, per di più passeggera, mentre si dimentica che il problema non riguarda solo ciò che sarà costruito, ma soprattutto il già costruito. Come afferma infatti il presidente degli Ingegneri di Catania Carmelo Maria Grasso, “il 70% dei nostri fabbricati è a rischio in quanto la loro costruzione è antecedente al 1981, anno in cui gli edifici sono stati realizzati in vigenza di normativa sismica.”.

Prima di allora, infatti, Catania non era stata dichiarata zona sismica grazie alla strenua resistenza opposta dai solerti politici locali, i quali, temevano giustamente che ciò avrebbe fatto alzare i costi delle case e danneggiato gli interessi della speculazione.

E come si sia costruito tra la fine della guerra e il 1981, soprattutto nei quartieri della cosiddetta ‘Catania nuova’, è sotto gli occhi di tutti. Avete mai provato a percorre, ad esempio, una strada come la via Padova e a pensare al terremoto? Fatelo, e capirete cosa succederà a Catania nel caso si verifichi questa evenienza.

Non si tratta infatti solo di osservanza delle norme sismiche nell’uso dei materiali e nelle tecniche costruttive ma del modo selvaggio con cui è stato occupato il territorio, delle distanze tra i palazzi in relazione alla loro altezza, del fatto che spesso si è lasciato costruire e solo dopo ci si è ricordati che servivano anche strade e piazze, del fatto che in certe zone non è rimasto neanche lo spazio per collocarci un vaso di prezzemolo, e via recriminando.

D’altra parte anche la gran massa di soldi destinati alla città per mettere in atto misure di prevenzione sono stati stornati, soprattutto durante l’età dell’oro scapagniniana, per costruire rotatorie e parcheggi scambiatori, tuttora inutilizzati.

Partendo da questa realtà, parlare di prevenzione rischia di apparire solo un pannicello caldo e un esercizio accademico, mentre c’è il rischio che queste giuste preoccupazioni aprano la strada a ulteriori interventi speculativi.

E’ il caso della Legge Regionale 23.03.2010 (Norme per il sostegno dell’attività edilizia e la riqualificazione del patrimonio edilizio) che prevede ampliamenti sino al 30% dei volumi preesistenti. Lo fa per “promuove misure straordinarie e urgenti finalizzate a sostenere la messa in sicurezza e/o riduzione del rischio sismico e idrogeologico nonché la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente”, in deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici comunali (per gli edifici ultimati entro il 31 dicembre 2009).

Nonostante il fallimento di questa legge, i tentativi speculativi rischiano di avere una nuova chance con l’annunciato nuovo PRG.

P. Leocata (su la Sicilia del 23.05.2012) ci informa del fatto che in esso, “nelle aree dal tessuto urbano più degradato, a Cibali come a Picanello, è stata prevista – nell’ambito di un intero comparto – la rottamazione dei vecchi edifici prevedendo, per incentivare i privati, un premio di riedificazione pari al 100%”. Anche se sarà obbligatorio il rispetto di criteri di bioedilizia e l’uso dei tecnologie antisismiche.

Se poi la mappa del rischio che riguarda la città di Catania continua a rimanere “segreta” per evitare che crolli il valore economico degli immobili delle zone più esposte, non ci resta che augurarci che Dio ce la mandi buona!

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