Si riaccende periodicamente l’attenzione sul memoriale in cui Emanuele Patanè, il giovane dottorando di Farmacia morto di tumore a 23 anni, ha annotato e descritto dettagliatamente le condizioni di lavoro in cui operavano i ricercatori del laboratorio della facoltà non a caso definita “dei veleni”.

In questi giorni si susseguono le udienze del processo per “disastro ambientale e gestione di discarica non autorizzata” a carico di 8 imputati tra dirigenti e responsabili della sicurezza dell’Università e alcuni nodi essenziali stanno venendo al pettine.

L’esclusione dei familiari di Patanè dalle parti civili sembrava aver dato ragione ai difensori degli imputati che, tutt’ora, insistono nel definire “irrilevante” il contenuto del memoriale, ma il giudice vuole vederci chiaro.

Le morti e le malattie che hanno colpito anche altri giovani ricercatori del laboratorio sono d’altra parte una conferma della situazione di pericolo e di illegalità in cui si operava. Andrà avanti anche il secondo procedimento che coinvolge il laboratorio di Farmacia, quello per omicidio colposo?

Sin dal 2008 Argo ha dedicato molto spazio al “caso Farmacia” pubblicando a riguardo diversi articoli. In particolare si è occupato del memoriale di Patanè, da cui si può ricostruire come i ricercatori lavorassero, per più di otto ore al giorno, a contatto con sostanza tossiche volatili ad altissima concentrazione, in assenza di sistemi di aspirazione e filtrazione.

Le annotazioni di Patanè vengono confrontate passo passo, da Argo, con gli articoli della legge che stabilisce -dal 1956- le “norme generali per l’igiene del lavoro”, che scandalosamente non venivano rispettate proprio dentro quello che dovrebbe essere “il tempio del sapere”.

Vi riproponiamo  in particolare quest’analisi, da cui si evincono informazioni essenziali alla comprensione del caso Farmacia

Riflessioni sulla facoltà dei veleni- 2

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