Ieri, ventesimo anniversario della strage di via D’Amelio, Paolo Borsellino è stato ricordato, a Catania e in Sicilia, con vari eventi. Noi vogliamo rievocare alcuni aspetti della sua personalità che rischiano di essere dimenticati.

Borsellino è divenuto oggetto di attenzione da parte dei media soprattutto dopo la morte di Giovanni Falcone, quando ormai la sua vita era dominata dalla preoccupazione, preoccupazione per la sua incolumità e per quella della sua famiglia, come testimonia la moglie Agnese, preoccupazione per il tempo breve che gli resta per lavorare alle indagini, soprattutto quella sulla morte di Giovanni Falcone.

“Ripeteva: faccio una corsa contro il tempo, devo lavorare, devo lavorare tantissimo e se mi fanno arrivare… Io ho capito tutto della morte di Giovanni” (ancora la moglie). Anche il suo collega del pool Leonardo Guarnotta ricorda che “ Paolo sapeva di dover correre, perchè sapeva che poi sarebbe toccato anche a lui”.

Forse per questo le immagini fotografiche e i video di questo periodo ce lo mostrano sempre con un’espressione accigliata, con il volto contratto.

Ma non era questa la personalità dell”uomo, che -come rievoca Guarnotta- “era il classico esempio della sicilianità, espansivo ed estroverso”. Anche Antonio Ingroia, nel suo libro “Nel labirinto degli dei” menziona diversi episodi che evidenziano soprattutto il suo calore umano, la sua risata contagiosa.

Così lo ricorda anche Antonino Caponnetto, capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo e quindi del pool antimafia: “Io ho amato particolarmente Paolo per la sua semplicità, perchè sapeva essere uomo tra gli uomini, per la sua profonda umiltà e immensa umanità, e per la carica d’amore che sapeva spargere intorno a sé. […] forse il suo segreto sta nell’aver messo insieme queste virtù così rare a incontrarsi: la semplicità, l’umanità, l’amore, il senso religioso del lavoro, tutte doti che oggi, purtroppo, si stanno sfrangiando e disperdendo”

Ricordare soprattutto l’umanità di Paolo Borsellino, non vuol dire trascurare la sua vicenda professionale e il valore etico della sua scelta di essere fedele alla sua funzione di uomo di stato. Per questo è andato consapevolmente incontro alla morte (sapeva persino che era arrivato a Palermo un carico di tritolo e che, molto probabilmente, era destinato a lui).

Non a caso Ingroia, nella prefazione a “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino” (da cui sono tratte le citazioni precedenti), lo definisce “eroe moderno della nostra democrazia, un vero modello di vita da proporre ai nostri giovani, davvero alternativo rispetto ai modelli devianti spesso imposti dall’imperante semplicismo mediatico, tutti imperniati sulla furbizia, la prevaricazione, l’indifferentismo etico e l’egoismo morale”.

Ada Mollica, una giornalista siciliana che l’ha intervistato, conserva nel cuore questa immagine. “Era disponibile con tutti, anche con la stampa minore, quella delle tv private regionali che contavano poco e non erano la Rai. Lo avevo davanti, lo sguardo un po’ triste che guardava lontano. L’immancabile sigaretta in bocca, i baffi e le dita ingiallite dalla nicotina. Pensai con apprensione: ‘Ma quanto fuma. Morirà di cancro'”. Quanto si sbagliava.

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One Response to “Ricordando Paolo Borsellino, il giudice, l’uomo”

  1. Ero a Palermo quando Falcone e Borsellino furono uccisi. Ero là anche quando uccisero Lima, e la facoltà in cui insegnavo stava proprio nel mezzo del triangolo della morte che congiungeva i luoghi dove avevano ammazzato Mattarella, La Torre e Chinnici. Si respirava nell’aria e si diceva nelle piazze quello che oggi si cerca di ricostruire, la connivenza fra i mafiosi eccellenti e le parti dello stato deviato o assente, la mediazione dei politici corrotti e corruttori. Si respirava soprattutto l’indifferenza di tanta gente (“non sono fatti nostri”), che Falcone rappresentò bene nell’ultima intervista a Marcelle Padovani, quel “brodo di coltura”, sempre parole di Falcone, in cui la mafia si nutre. L’opposizione coraggiosa di una parte della chiesa – ero a Palermo anche quando uccisero don Pino Puglisi – contrapposta al silenzio assordante di un’altra parte della stessa chiesa.
    Mi chiedo cosa è cambiato da allora, a parte la condanna di molti esecutori e di qualche mandante, e il ricordo periodico. Poco sapevamo allora e poco sappiamo adesso. Molto intuivamo allora, e altrettanto adesso. Ma nessuno, dalla testarda procura di Palermo agli scrittori e ai registi, ha prove sufficienti per arrivare oltre l’intuito e la certezza morale, che però non si può giocare in tribunale.
    L’indifferenza è la stessa, e anche il “double face” della chiesa.
    Possiamo sperare che il ricordo educhi… ma senza farci troppe illusioni

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