Non è un povero, ma è andato a mangiare ad una mensa in cui, quattro giorni alla settimana, si cucina per tutti coloro che hanno bisogmno di un pasto caldo. A prepararlo e a servirlo sono i volontari che aiutano le Suore Missionarie della Carità, ormai rimaste in poche, della Casa di Gioia di via Giuseppe Verdi 144

Giovanni Sciolto, da tempo amico di Argo e giovane “esploratore” delle realtà sociali più marginali, racconta anche questa volta, nel suo modo suggestivo e poetico, una esperienza che indirettamente allude a situazioni drammatiche di povertà, presenti a Catania, ma nello stesso tempo valorizza l’opera di chi sa accogliere e aiutare.

Questa testimonianza  è stata già pubblicata da Giovanni sul suo blog, Il ghetto dei fenicotteri, con il titolo” Le matite catanesi di Dio”.

Sei luglio duemiladodici, Catania. Sono le diciassette e quindici minuti. Caronte sorseggia un cocktail analcolico, sdraiato sul tetto di una casa. Ride di noi. Piazza Bovio è trafficata, come sempre. Ricordo che un anno fa, più o meno, in quel negozio indiano, comprai il riso che avrei mangiato al Palazzo delle Poste con i Maliani. E al chiosco, dall’altro lato, compravo le birre quando avevo voglia di osservare Catania, da solo. Le pagavo ottanta centesimi ciascuna.

Cinquantuno. Su quel cartoncino bianco, un pennarello nero aveva impresso il numero che, per qualche minuto, avrebbe sostituito il nome con cui mio padre e mia madre mi diedero il benvenuto, il trentuno dicembre millenovecentottantasette.

Ripongo il cartoncino nella tasca anteriore dei jeans e aspetto il mio turno. Li conosco quasi tutti. Catanesi, Africani, Arabi, anche un Bengalese. Per qualche minuto siamo tutti dei numeri. Come alla posta, come quando aspetti il tuo turno alla segreteria universitaria di via Landolina, dove pero’ i numeri non servono mai. Questa volta, invece, siamo in fila per mangiare.

Mi chiamano.  Abbasso lo sguardo. Mi vergogno. Io ho già pranzato, a casa mia, con Ester e Isabel. Penso che il mio piatto sia un capriccio. Spero che nessuno mi chieda nulla. E’ cosi’ è. Non importa chi tu sia e da dove venga. Sei un essere umano e ad accoglierti sono solamente sorrisi. Sulla soglia, una giovane suora asiatica mi ricorda che sono “il benvenuto”. Quattro, cinque gradini. Bicchiere, nocepesca, forchetta, coltello, tovagliolo e pane. Prendo posto, mi siedo. Non faccio in tempo a srotolare il tovagliolo che si alzano tutti in piedi. Padre Nostro. E’ il momento giusto per levare lo sguardo e scrutare il salone. Sono tutti assorti.

Saremo una settantina, forse più. Da ogni parte del mondo. L’atmosfera restistuisce calma e serenità. Mentre una donna legge un passo del Vangelo scorgo i Musulmani. Hanno lasciato la sala e attendono la fine delle preghiere. In religioso silenzio, rispettosi di quel sentimento di fede che caratterizza, tra l’altro, le loro esistenze.

Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, Amen. Proselitismo, penso superficialmente. Mi ricredo. Guardo i volontari che ci servono amorevolmente. La pasta con le melenzane e il cavolfiore è deliziosa. Intorno a me viene servito il bis. E poi il secondo. La forchetta, di plastica, si spezza. E con lei, anche i miei pregiudizi. Le matite di Dio tendono i piatti a chi ha fame. Lo fanno senza aspettarsi nulla in cambio. Disegnano, ogni giorno, una parabola densa di rispetto e amore. Giovanni Sciolto, Mohammed Ben Ahmed, Sekou Toure, Milanka… esseri umani. Tutti.

Madre Teresa sarà fiera delle sue figlie catanesi.

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