Fare cinema indipendente e creativo, con tutti i limiti e i rischi che comporta? Ci ha provato il giovane regista emiliano Marco Righi con la sua opera prima “I giorni della vendemmia”, presentata nei giorni scorsi dal Cinestudio all’arena Argentina.  Giuseppe Strazzulla, appassionato cinefilo nonchè coordinatore provinciale di Libera, lo ha visto per noi, e ci racconta le sue impressioni.

Serata di gala al cinema “Argentina”, mercoledì 25 luglio. Il Cinestudio, al compimento del suo 30° anno di attività, non perde occasione per offrire ai fedelissimi e agli occasionali spettatori qualche chicca più o meno imperdibile.

Questa volta si è trattato del film I giorni della vendemmia, girato nel 2010 dal giovanissimo regista emiliano Marco Righi – presente alla serata insieme alla sua produttrice Simona Malagoli – ma solo in questi ultimi mesi salito alla ribalta della cronaca filmica grazie semplicemente al passaparola degli appassionati cinefili.

E’ sempre difficile, specie con un’opera prima, stabilire il valore assoluto di un film come questo, intimista e poetico. La tentazione di un cinico “si vedono i difetti” è operazione scorretta e poco rispettosa per un autore che ha lavorato con pochissimi mezzi, realizzando il film in due settimane, senza la possibilità di ritornare sui suoi passi, di ripensarci, di rigirare le scene; ma ci sembra altrettanto sbagliato alzare peana trionfali, come è stato fatto la stessa sera all’Argentina da parte di qualche spettatore “privilegiato” che, forse per un eccesso di cortesia, si è lasciato andare a giudizi agiografici e sostanzialmente autoreferenziali. Molto più equilibrato il regista stesso, che ha invitato gli spettatori a prendere l’opera per quel che vuol essere, un garbato e intelligente tentativo di “fare cinema” in modo indipendente e creativo.

Diciamo allora di che si tratta. La storia, a raccontarla così, appare leggerissima: l’educazione sentimentale di Elia, un adolescente nella campagna emiliana nell’anno 1984, tra una madre bigotta, un padre comunista in crisi identitaria per la morte di “Enrico” (il cognome di Berlinguer non viene mai pronunciato), un fratello omosessuale giramondo; e la comparsa improvvisa di Emilia, la giovane amica di famiglia emancipata e provocante, che porterà scompiglio negli ormoni di Elia più che nell’assetto della famiglia.

Ma l’essenza del film non va cercata nella trama, quanto piuttosto nel gioco continuo di corpi che si sfiorano, di sguardi che si intrecciano, di vite che si toccano, sullo sfondo di una campagna densa di odori e di umori, protagonista quanto le donne e gli uomini che la manipolano.

Righi compie un lavoro registico sapiente, malgrado la sua “prima volta”, confortato dai riferimenti culturali che si tiene accanto (sul comodino di Elia), gli stessi della sua crescita personale, a cominciare da Pier Vittorio Tondelli, l’autore-cult della generazione di ragazzi dei Settanta-Ottanta, cui attinge anche per la frase incipit del film: “Sulla mia terra, semplicemente ciò che sono mi aiuterà a vivere” (da “Altri libertini”). Non si tratta di un rifiuto del cambiamento, anzi lo stesso autore ci aiuta a capire il senso che egli vuol dare alla frase, di affermazione della propria storia individuale per mezzo dell’attraversamento della vita e dei luoghi in cui essa si svolge, senza chiedere sconti o favori (proprio come è richiesto dal lavoro in campagna, fatica senza tragedia, accettazione dei ritmi e dei gesti che bisogna compiere).

Una storia piccola, molto emiliana ma in fondo molto italiana: non sappiamo quanto gli spettatori più giovani potranno comprendere, di quell’Italietta che perdeva anche gli ultimi brandelli di ingenuità e di spirito comunitario. La morte di Berlinguer provoca una svolta politica nella sinistra non più rimediabile, e il padre di Elia sente già che non ci sarà più “uno come lui”. E intanto avanza l’eco della parte più avida del Paese, la scalata di nuovi poteri, la scomparsa della civiltà contadina…

Più volte, nel corso dell’incontro con il pubblico, la produttrice ha sollecitato una risposta al perché questo film abbia riscosso un particolare successo a Catania. Non sappiamo, naturalmente, quale sia il motivo, ma è certo che la nostra è una città strana nei comportamenti culturali: da una lato, infatti, risponde con entusiasmo ad eventi magari insoliti come questo, riempiendo cine e teatri con la presenza della medioborghesia medioricca e mediocolta; dall’altro, “dimentica” di coinvolgere quella gran parte di persone che, vivendo nelle periferie e non avendo informazione di quel che accade “in centro”, rimane esclusa da ogni possibilità di crescita culturale.

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