Accedere liberamente al mare è possibile? O bisogna per forza pagare un obolo ai “proprietari” dei lidi, che sono in realtà solo concessionari di un terreno pubblico? Due giovani collaboratori di Argo, Marco Fisicaro e  Simone Failla, hanno indagato per noi e ci raccontano cosa prevede la legge e cosa avviene in concreto quando se ne chiede l’applicazione.

In Sicilia, e in particolar modo a Catania, l’accesso libero al mare diventa un’utopia, ostacolato dal sempre più opprimente processo di privatizzazione di spiagge e scogliere. Passeggiando per il lungomare e in particolar modo alla “Playa” diventa quasi impossibile intravedere la costa, celata dalla presenza di una quantità abnorme di stabilimenti balneari privati e di aree concesse a enti ecclesiastici o “corporativi”.

L’Assessorato Territorio ed Ambiente della Regione Siciliana il 17 Giugno del 2007, ritenendo “necessario disciplinare l’attività balneare per i profili connessi all’utilizzo del pubblico demanio marittimo a fini turistici e ricreativi lungo le spiagge della Regione Siciliana”, ha emanato il D.D.G. n. 476 che all’art. 3 (Prescrizione sull’uso delle spiagge e delle strutture balneari) recita:

“Ove non esistano idonei varchi pubblici a mare nelle immediate vicinanze, il concessionario deve consentire il libero transito, attraverso lo stabilimento balneare, a coloro che siano diretti verso la fascia di bagnasciuga antistante la struttura. Il concessionario, inoltre, non deve ostacolare in alcun modo, il libero transito o la sosta del bagnante sulla battigia.

Ai fini del libero transito, dovrà essere lasciato un passaggio non inferiore a mt. 1,5 dal ciglio dei terreni elevati sul mare, mentre sull’arenile o sulle scogliere basse dovrà essere lasciata libera una fascia misurata dalla battigia per la profondità minima di mt. 5. In tale fascia non sono ammesse installazioni di nessun tipo, né la disposizione di ombrelloni o sedie sdraio o qualsiasi attrezzatura anche se precaria”.

Il decreto, comunque, risulta ambiguo in molti suoi punti. Infatti cosa si intende per “idonei varchi pubblici”? E cosa si intende per “immediate vicinanze”? In più, nella parte finale, leggiamo che nei 5 mt. che costituiscono la battigia “non sono ammesse installazioni di nessun tipo” ma anche che  “il concessionario non deve ostacolare in alcun modo, il libero transito o la sosta del bagnante sulla battigia”.

Ambiguità che sembra non esistere in Puglia, dove in ogni stabilimento sono presenti due cartelli: uno che ricorda il libero accesso dalla struttura balneare, l’altro che indica la distanza dal primo varco pubblico disponibile (vedi foto).

Per avere chiarimenti sull’ordinanza regionale, ci siamo recati presso la Capitaneria di Porto del Comune di Catania. Dopo un paio di ore nelle quali abbiamo dovuto presentare a più persone le nostre richieste, siamo riusciti ad avere delucidazioni sull’argomento. Con il termine “installazioni” si intendono quelle attrezzature non immediatamente removibili quali ombrelloni, sdraio, tende, teloni etc… la cui presenza crea reale intralcio alle eventuali attività di soccorso che si svolgono in questi famosi 5 mt. Intralcio che invece non creano teli da mare o stuoie, che sono removibili in maniera immediata e non ostacolano le operazioni di salvataggio, più di quanto non potrebbero ostruirle il transito o la sosta di persone sulla battigia. Da ciò si evince che, con “installazioni […] anche se precarie” non si intendono stuoie o teli da mare.

Pertanto abbiamo deciso di constatare personalmente se tale normativa viene rispettata e ci siamo recati in un celebre lido della zona centrale della Playa, dove non sono presenti “idonei varchi nelle immediate vicinanze” e abbiamo chiesto di poter accedere alla battigia usufruendo del nostro diritto.

All’ingresso del lido, tra gli sguardi sbalorditi e increduli degli impiegati, tipici di chi non sa o non vuole sapere, siamo stati inizialmente bloccati con il seguente monito: “Non si può accedere alla battigia gratuitamente; per entrare bisogna pagare il biglietto d’ingresso poiché si transita su una proprietà privata”. Peccato che la legge specifichi chiaramente che “il concessionario deve consentire il libero transito, attraverso lo stabilimento balneare, a coloro che siano diretti verso la fascia di bagnasciuga antistante la struttura”.

Chiediamo conto e ragione e dopo un breve battibecco ci viene indicata una seconda entrata nella quale veniamo nuovamente bloccati, questa volta da qualcuno che sa, ma vorrebbe non sapere! Prima ci viene consigliato, in maniera più o meno cortese, di usufruire di “fantomatici” varchi situati alla destra e alla sinistra del lido. Varchi che, almeno nella realtà palpabile, non esistono. A meno che per “immediate vicinanze” non si intendano chilometri!

Essendo noi a conoscenza della mancanza di tali varchi, il nostro interlocutore, o meglio, i nostri interlocutori (intanto si era minacciosamente aggiunto alla conversazione l’addetto alla sicurezza del lido) sono stati costretti a impostare la conversazione su un piano diverso, prendendo le nostre rivendicazioni come un affronto al loro lido. “Perché volete entrare proprio da qui? Perché, con tre spiagge libere presenti sulla costa? Volete solo fare polemica!”. Sì, perché a Catania, rivendicare i propri diritti è “fare polemica”. Le leggi sono solo formalità. Nella pratica esiste tutto un codice ben specifico che, dal parcheggiare nei posti riservati ai disabili al non emettere scontrini, il catanese-tipo impara negli anni con tanta fatica e dedizione!

Dopo una lunga e accesa discussione, ci viene finalmente concesso di entrare accompagnati (dall’addetto alla sicurezza!) a fare il bagno senza poter sostare sulla battigia. Alla nostra contestazione (la legge specifica il diritto di sosta all’interno dei 5 mt.) il nostro addetto alla sicurezza, mostrandosi raffinato conoscitore del “codice catanese”, piuttosto che ammettere che è un nostro diritto accedere e sostare sulla battigia, decide “magnanimamente” di offrirci l’ingresso al lido “per non fare discussioni e polemiche”! Quindi per oggi possiamo ringraziare la “casa” ed essere “ospiti d’onore” del nostro nuovo “amico”!

Come a dire che, ancora una volta, in Sicilia  è meglio concedere un favore che riconoscere un diritto.

Nonostante la nostra infinita gratitudine di fronte a tale “spontaneo” gesto, invitiamo tutti gli onesti catanesi (che sappiamo essere molti) ad usufruire di questo diritto contrastando la sempre più totale privatizzazione delle spiagge che sta progressivamente e indiscriminatamente diventando una privatizzazione del mare.

Simone Failla e Marco Fisicaro

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5 Responses to “Mare privato, meglio un favore che un diritto”

  1. bisogna introdurre lo studio sui BENI COMUNI e sui beni demaniali, IN PARTICOLARE. LA SPIAGGIA è UN BENE CHE APPARTIENE A TUTTI E NON SI DOVREBBE NEANCHE DARE IN CONCESSIONE. Invito pertanto tutti i lettori e gli studiosi della materia dei beni comuni a denunciare indistintamente tutti i casi di concessione e delimitazione della riva del mare. Bisogna essere intransigenti perchè la riva del mare non si può chiudere nè far godere a pochi. Non esistono concessioni di sorta. La denuncia deve essere la regola e le associazioni come Legambiente o Italia nostra debbono assistere i cittadini per evitare che lo sfregio venga compiuto. Le Capitanerie sono le vere responsabili di questo furto. Sono dirette da persone ottuse o corrotte.La denuncia , da sola, non basta. Bisogna seguirla e sollecitarla. Occorre inoltre stare attenti e controllare gli uffici tecnici comunali perchè accadono sovente tanti scambi con le cartografie private.

  2. Qui il video girato dai Giovani di CittàInsieme l’anno scorso per documentare come si comportano i gestori dei Lidi Playa: http://www.cittainsieme.it/ope.....e-balneare

  3. Ma chimare i vigili e far fare a loro il loro dovere? Visto che sopratutto a Catania sono strapagati e quasi nulla facenti? Inoltre consiglio di portare in questi leggittimi bliz una telecamera e filmare tutto mettendolo su youtube e usandolo come eventuale prova

  4. Marco Fisicaro e Simone Failla sono stati bravi e determinati.Hanno effettuato un ottimo servizio sulle spiagge gestite in regime di concessione ed il titolo che hanno suggerito la dice lunga sul comportamento degli utenti dei beni pubblici, specie quelli demaniali, in tutti i casi in cui vengono concessi in godimento a terzi con il meccanmismo della concessione. Vorrei segnalare tuttavia ai due bravi giovani (che debbono avere una conoscenza del diritto )che lo stesso potere concessorio utilizzato dalla Pubblica amministrazione per affidare a terzi il godimento esclusivo del bene non è indiscriminato e può e deve essere limitato tutte le volte in cui la concessione è nociva all’interesse pubblico. Per le spiagge e per la riva del mare in genere il potere concessorio è limitato e quasi nullo tant’è vero che si parla di concessioni sulle spiagge da limitare per un futuro prossimo.Occxorre quindi verificare la incostituzionalità delle norme che conferiscono il potere concessione senza limiti alla PA e comunque denunciare tutti i casi in cui il diritto prevalente o preminente del pubblico confligge con quello del concessionario. Per le spiagge inoltre la CE preve una rotazione o meglio la gara per cui i signori delle spiagge sono in allarme e preavvertiti.

  5. noto con dispiacere quanto sia poco attenzionato l’argomento dei beni comuni. E’ una materia di vecchia impostazione su cui anche la Costituzione italiana ha legiferato ma che la scuola e soprattutto l’Università hanno scarsamnente inciso.Sappiamo solo lamentarci; lanciare anatemi ma non riusciamo a dare indicazioni precise per garentire una gestione onesta dell’ambiente. Dove sono i piani regolatori delle nostre città? Non ne conosco una che abbia un piano che rispetti gli standards edilizi. Eppure la legge istitutiva esiste . Ma non viene applicata. Cosa fanno i nostri valenti urbanisti che affollano le nostre università ma non capiscono un tubo di ambiente ?

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