C’è un’area del nostro Paese, il Mezzogiorno, “accomunata da due o tre elementi negativi. Ad esempio il deficit di funzionamento delle istituzioni, legato alla qualità scadente del ceto politico.

Poi una pesantissima questione ambientale: parte del territorio è stato completamente devastato. Ancora, la presenza della criminalità organizzata”. Franco Garufi, Una finestra al quarto piano. La CGIL e il Mezzogiorno. Appunti per un futuro condiviso, Ediesse.

Già segretario della Camera del Lavoro di Catania, l’autore è oggi il coordinatore nazionale del Dipartimento Coesione sociale e Mezzogiorno della C.G.I.L. Del tutto naturale, quindi, affrontare un tema, quello della questione meridionale, sparito dall’agenda politica del Paese dall’inizio del nuovo secolo.

Nell’Italia della cosiddetta ‘questione settentrionale’, Garufi prova a riannodare i fili di una riflessione che affonda le radici nella nostra storia, ma che appare drammaticamente attuale. Lo fa con spirito partigiano, esplicitando la sua visione riformista (socialista, si sarebbe detto una volta) della realtà e non sottacendo errori, ritardi e contraddizioni (e talvolta connivenze) della sinistra italiana e dello stesso sindacato.

Sviluppa, perciò, un’analisi puntuale e accurata (in collaborazione con Andrea Montagni e Frida Nacinovich) per contribuire a rimettere in discussione quel “senso amaro di impotenza e quasi di sconfitta diffuso nella sinistra verso la questione meridionale”. Ma anche per non dimenticare l’assoluta indisponibilità di Berlusconi, Bossi e Tremonti, e più in generale dei governi di centrodestra, a ragionare sullo sviluppo del Sud.

Un’analisi che parte dalle lotte contadine del secondo dopoguerra; ricorda Di Vittorio e la sua “visione di un rapporto organico tra classe operaia del Nord e movimento contadino, asse fondante per la ricostruzione del Paese dopo il fascismo e la guerra”; l’eccidio di Avola (2 dicembre 1968) e la lotta per l’abolizione delle gabbie salariali; la storia della cassa del Mezzogiorno, sostituita nel 1984 dall’Agensud sino alla soppressione, nel 1992, di ogni intervento straordinario; le trasformazioni intervenute negli apparati produttivi e nella stessa composizione sociale dei grandi centri urbani e delle periferie.

Un’analisi complessa, ben più articolata di quanto non dica questa breve sintesi, e che, soprattutto, cerca sempre di connettere insieme i temi più specificamente sindacali con una visione generale dei processi di cambiamento che avvengono nella società (civile e politica). Dal delitto Moro, alla crisi dei partiti della Costituzione; dalla stagione dei Sindaci, al tema dei beni comuni, Garufi non rinuncia mai a confrontarsi, e a prendere posizione, per individuare una possibile lettura del ‘caso italiano’, senza la quale non avrebbe senso parlare della stessa questione meridionale.

Così come non manca un intero capitolo, il quinto, dedicato alla criminalità organizzata, in tutte le sue articolazioni regionali (mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita).

Il ‘mestiere’ di sindacalista fa sì che Garufi abbia sempre ben presenti i dati concreti (puntualmente proposti nella trattazione) della situazione reale e, perciò, è del tutto consapevole che occorre una nuova lettura della questione meridionale per individuare efficaci modalità di intervento.

Come afferma egli stesso: “Se invece si guarda all’economia e alla sua crescita, il Mezzogiorno come area omogenea non esiste più almeno dagli anni Ottanta”. Partendo da questa consapevolezza e dalla constatazione che la crisi attuale, data la dipendenza economica e l’estendersi del disagio sociale, produce effetti più pesanti nel meridione, ritiene perciò necessario un cambiamento nello stesso modo di ‘essere sindacato’.

In assenza del quale rischia di prevalere “una deriva di progressiva emarginazione sociale e culturale che potrebbe non limitarsi a quella sorta di sottoproletariato urbano che vive ai margini di quella che fu la società opulenta, ma può coinvolgere anche aree di piccola borghesia impoverita o di lavoro precarizzato”, così come non ci sarebbero argini allo sfruttamento selvaggio di una fascia di immigrazione.

In sostanza, il sindacato, secondo Garufi, ha difeso bene il lavoro che c’è, ma non è stato altrettanto capace rispetto all’organizzazione dei disoccupati. Un sindacato che, data l’asfissia della politica, è diventato l’ultimo baluardo collettivo per contrastare quella generale degenerazione che, sommata all’assenza di un’etica pubblica, “sta portando a un ripiegamento della società su se stessa, e al prevalere degli egoismi di piccoli gruppi o addirittura personali”.

Conseguentemente, vista l’urgenza e la necessità del cambiamento, nell’ultimo capitolo, vengono proposti “tredici titoli a partire dai quali sviluppare ragionamenti ed iniziativa politica”. In questa parte finale, in un’ottica mediterranea, si ribadisce fra l’altro che: il Mezzogiorno è il banco di prova della politica nazionale; la coesione fra i territori passa attraverso lo sviluppo di politiche regionali; lavoro, tutela del territorio e risanamento ambientale mantengono un’assoluta centralità; bisogna investire su stato sociale, istruzione, innovazione; occorre difendere il lavoro buono e legale; “servono risorse europee e nazionali per lo sviluppo […] da gestire attraverso una qualità nuova della governance, la trasparenza, la legalità e non ‘soldi’ per alimentare vizi e distorsioni della spesa”. Perché “non c’è via di uscita dalla crisi senza e contro il Meridione”.

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One Response to “Garufi, non si esce dalla crisi senza il Meridione”

  1. avete un bel dire e denunciare ma il sindacato non aiuta i lavoratori.Parecchie volte, dinnanzi a casi concreti di gravi ingiustizie e penosi licenziamenti , i lavoratori sono rimasti soli e scornati. Mi è capitato financo di trovarmi con il rapopresentante della FIOM il quale dinnanzi ad una mia richiesta di intervento in giudizio per collaborare nella difesa del lavoratore, autore peraltro di una ricerca di prove faticosa e lodevole, mi ha stretto la mano per dire: il sindacato non fa nulla.E’ una vergogna perchè proprio per quel caso specifico sono riuscita, grazie all’impegno di altri lavoratori, a fare emergere una triste verità e cioè la frode orchestrata dal datore di lavoro a scapito dell’agenzia delle entrate grazie ad una delittuosa collaborazione con i poveri lavoratori che aderivano a false dichiarazioni di dimisisioni con contestuale assunzione alle dipendenze di una societàò sorella della filiera. Insomma, diciamolo chiaramente: il sindacato è stato anche silente sodale di padroni ignobili.

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