Poco per tutti, cioè prelievi minimi per non rischiare la ribellione degli esercenti, ma anche e soprattutto per rafforzare il controllo del territorio. E’ la nuova strategia di Cosa Nostra nella riscossione del pizzo, di cui parla il magistrato Maurizio De Lucia ne “Il Cappio”, scritto in collaborazione con il giornalista Enrico Bellavia, di cui abbiamo già parlato.

In passato venivano selezionati solo gli esercizi commerciali di maggiore rilevanza economica, imponendo cospicue tangenti. Dal 1993 subentra la riscossione “a tappeto” con richieste di contributi più modesti, adatti anche all’attuale momento di crisi, che ha determinato una flessione persino negli incassi della mafia.

Eppure la crisi rappresenta per la mafia anche una “ghiotta” occasione per accaparrarsi, a prezzi stracciati e con denaro contante, beni in svendita.

“Le voci dall’interno di Cosa nostra raccontano questa apprensione per la tenuta dei bilanci”, minacciati dai segnali di ribellione al pizzo e dalla crescita degli “assistiti”, i carcerati cioè e le loro famiglie, di cui l’organizzazione si assume l’onere del mantenimento e il pagamento delle spese processuali, oltre alla necessità di garantire un “minimo sindacale per i galoppini”.

Il pizzo è anche “l’anello di congiunzione” tra il mondo sommerso di Cosa Nostra e la società visibile. E’ un canale attraverso cui essa “entra nel mondo degli affari leciti, li scruta, li controlla giocando ruoli diversi a seconda della necessità. Anche perchè la mafia rimane anche un potenziale protettore ai cui rivolgersi per “sistemare ogni genere di questione”.

Nel paragrafo “Il modello di Villabate” gli autori raccontano come dalle carte ritrovate nelle perquisizioni, dai nastri delle intercettazioni e dalle confessioni dei pentiti si possano ricostruire le abili strategie dell’organizzazione criminale, tra cui:

  • sostegno alle candidature di sindaci e assessori
  • condizionamenti della stampa per pretese campagne garantiste
  • iniziative di apparente natura antimafiosa.

“A Villabate debutta perfino l’antimafia mafiosa. Una cortina fumogena di eventi destinati a dare l’impressione del rinnovamento dei costumi e dell’etica politica, sapientemente architettato da Cosa Nostra. Non l’antimafia infiltrata dalla mafia, ma la mafia che crea antimafia spettacolo”.

E tutto, nel caso in questione, per avere “spazi propri” all’interno di un centro commerciale, scelti tra le attività più redditizie come la ristorazione, la tabaccheria, i servizi di pulizia e controllo. Oltre naturalmente alla intermediazione al momento dell’acquisto delle aree e l’imposizione di tangenti su varie attività.

Eppure la mafia è stata messa in grosse difficoltà dalle indagini della magistratura, dai processi e dagli arresti degli anni ’90. Anche i pagamenti del pizzo sono stati talora sospesi perchè i commercianti non avevano più referenti a cui pagare. Ma questo non ha fatto scattare, se non raramente, una reazione di orgoglio e di cambiamento negli estorti .

Dai verbali dei collaboratori di giustizia risulta che “le estorsioni sono un fatto normale, tranquillo”, sanciscono un “accordo” permettendo a due mondi di venire a contatto e legittimarsi vicendevolmente.

Il fenomeno più innovativo, che ha avuto un boom negli anni novanta, è stato quello delle collaborazioni (incoraggiate dall’ottimo lavoro degli investigatori e dalle loro qualità umane e professionali, aggiungiamo noi). Molti mafiosi, nel corso degli interrogatori entrano in contraddizione, vivono momenti difficili prima di “saltare lo steccato” e uscire “dal copione già scritto per loro”.

E’ il caso di Salvatore Cocuzza, che confessa di aver partecipato alla cosiddetta strage della Circonvallazione di Catania, in cui vengono uccisi il boss Alfio Ferlito, i carabinieri della scorta e l’autista “del mezzo civile sul quale avveniva quella che in teoria doveva essere una traduzione supersegreta”. Prima di passare alla collaborazione, Cocuzza avrebbe voluto solo “dissociarsi”.

“Ho vissuto 50 anni con questa cultura qui, questo fatto mi provoca tuttora un grande travaglio, una grande lotta interiore che alcune volte vinco e altre no”. Come resistere all’odio e al disprezzo di familiari e amici, che ti considerano un infame? Come aiutare la famiglia a liberarsi dal contesto mafioso se ormai anche tua figlia ti rifiuta?

Molto toccante, nel libro, l’episodio in cui De Lucia parla a quattrocchi con la figlia quattordicenne del boss, che aveva ammirato il padre detenuto e assassino e lo detesta da quando ha iniziato a collaborare. Il magistrato, osservato da due occhi sgranati “tra l’incredulo e il commosso”, le parla del coraggio dimostrato dal padre nel pentirsi, anche per aprire a lei una nuova vita.“Non la convinsi -scrive- mi bastava insinuarle il dubbio, scalfire la patina di convinzioni posticce con le quali avevano tenuto insieme la sua educazione”.

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One Response to “Il Cappio, il pizzo al tempo della crisi”

  1. l’estorsione è il primo indispensabile anello della catena criminale che si dipana a sorpresa come in un film giallo dalla trama imprevedibile.
    Un tragico film dove dal misero piccolo estortore via via appaiono nella scena attori, molto diversi tra loro, anche in relazione al ruolo che ciascuno di essi riveste nella società.
    Lo spettatore si sente confuso perché non capisce, fino in fondo, quali possano essere i collegamenti tra i vari personaggi.
    Tuttavia ciascuno di essi dal più insignificante al più influente serve al sistema per garantire il funzionanmento della catena criminale.
    I soldi che l’ignaro imprenditore versa alla cosca vengono poco a poco ripuliti per mezzo del riciclaggio o del reinvestimento in imprese che all’apparenza sono assolutamente “pulite”.
    Purtroppo invece si tratta di imprese che desertificano il mercato alterando la libera concorrenza e distruggendo l’economia sana.
    Ma il grosso guadagno della piovra arriva con lo smaltimento dei rifiuti tossici dal Nord verso il Sud del mondo.
    Contemporaneamente ciascun personaggio appare nella scena del film per favorire o proteggere le attività illecite, per mistificare la realtà, per fuorviare le notizie con l’intento di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri crimini e dai veri coplevoli.
    Il fatto sconvolgente consiste nella sorpresa dell’ultima scena ma quando lo spettatore sta per comprendere la verità, sullo schermo scorrono i titoli di coda perché il film è già finito.

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