Un cinema che vuole essere di impegno e di cultura, il King, ha proposto una rassegna sui film d’esordio del cinema italiano. La illustra per Argo, con grande competenza,  un uomo di impegno (è coordinatore provinciale di Libera) e di cultura (è un cinefilo, docente di scuola superiore), Giuseppe Strazzulla.

Meno male che il King c’è. No, non è una ricandidatura a premier col sistema uninominale, ma la semplice constatazione che l’ormai unico cinema d’essai (ma si dice ancora così?) catanese lavora per chi ama il cinema. Questa idea delle “opere prime” di alcuni grandi registi italiani, svolta da venerdì 17 a giovedì 23 agosto, è davvero utile e bella: bella, non c’è bisogno di dire perché  (in diversi casi, non solo in Italia, la prima opera è già “definitiva”, e dopo l’autore si limiterebbe a “rifare” sempre lo stesso film); utile, perché si tratta quasi sempre di film che anche il cinefilo ha visto al massimo in Tv, mentre il fascino del grande schermo sta lì a ricordarci che il cinema si “svolge” su quel lenzuolone, non su i-phone palmari, non su i-pad accessoriati. E poi, i giovani appassionati possono trarne spunti didattici, studiare e capire che il cinema non si improvvisa, specie se vuole continuare ad essere, come allora, occasione per interpretare la realtà e intervenire nel dibattito culturale.

Può essere quindi interessante una carrellata cronologica sui film proposti, per capire quanto essi hanno da dirci sulla poetica dei loro autori e sul contesto nel quali hanno visto la luce.

Si comincia con Maddalena… zero in condotta (1940) del grande Vittorio De Sica. Già divo affascinante e misurato in alcune pellicole girate negli anni Trenta dal regista Mario Camerini (Gli uomini, che mascalzoni…, ‘32, dove canta – o sussurra – la più bella canzone del cinema italiano, “Parlami d’amore Mariù”; Darò un milione, ’35; Il signor Max, ’37, rifatto nel ’57 con il titolo Il conte Max con al fianco Alberto Sordi; I grandi magazzini, ’39), aveva esordito come regista l’anno prima con la commedia Rose scarlatte prodotta da Giuseppe Amato. Maddalena… contiene già lo stile e una parte della poetica di De Sica, con il suo tocco spiritoso e garbato col quale, pur utilizzando ancora ambientazioni e contesti da “telefoni bianchi”, egli innova il genere disegnando figurine già più moderne e più realistiche. Ha probabilmente ragione chi pensa che il De Sica più grande sia quello successivo del Neorealismo più netto, ma questi filmettini ci ricordano che la spensieratezza al cinema non deve voler dire per forza di cose volgarità e piattezza (e il pensiero corre inesorabilmente a chi ancora oggi, con quel cognome…).

Grande film senza mezzi termini è Ossessione (1943) di Luchino Visconti. Ispirata al romanzo “Il postino suona sempre due volte” di James Cain, la torbida storia dell’omicidio di un uomo ad opera dei due amanti rompe definitivamente con i telefoni bianchi e con l’ideologia fascista che li sosteneva. Visconti, esempio irripetibile di aristocratico che diventa comunista, idea il primo film da lui stesso firmato insieme ad intellettuali del calibro di Pietro Ingrao, Mario Alicata, Giuseppe De Santis. Affida i ruoli principali a Clara Calamai (che sostituisce Anna Magnani, in avanzato stato di gravidanza) e a Massimo Girotti, due “belli” di una bellezza nuova e un po’ selvaggia e sceglie come location luoghi inusuali (la Bassa padana, Ancona, Ferrara) che oggi, alla luce del contesto storico in cui siamo in grado di inserire l’opera, non ci sorprendono più, se pensiamo che sono gli anni della Resistenza nel Nord Italia e della nascita della nuova letteratura che vedrà fra i protagonisti Cesare Pavese e Beppe Fenoglio: la realtà quotidiana si trasforma in mito, e i luoghi reali in ricettacoli dell’anima. Sarà il montatore di questo film, Mario Serandrei, che rivedendo il proprio lavoro, lo definirà per la prima volta “Neorealismo”.

Non osiamo dir nulla di Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, film celebratissimo e punto di riferimento imprescindibile di qualunque film-maker successivo (si pensi solo al filone, in seguito preponderante, del realismo nel cinema americano, ma l’ispirazione riguarda davvero tutto il mondo). C’è da dire che Rossellini aveva già girato alcuni film da regista “fascista” (il più conosciuto dei quali è Un pilota ritorna del ’42), ma la sconvolgente novità dell’esperienza umana, civile, storica di questo film girato per le vie di una Roma appena uscita dall’occupazione tedesca porta con sé una carica di nuova etica (dei rapporti umani e dell’agire culturale) che i “peccati di gioventù” del suo vulcanico autore passano in secondo piano.

Luigi Comencini, il “regista dei bambini”, esordisce nel 1948 con un filmettino leggero e tenero, Proibito rubare. Dichiaratamente ispirato a La città dei ragazzi (1938) di Norman Taurog, con Spencer Tracy – padre Flanagan e Mickey Rooney – bambino che si ravvede, il film è ingenuo e in certi tratti un po’… improvvisato, ma in nuce si intravedono il sincero interesse per il mondo dell’infanzia dell’autore del meraviglioso Pinocchio televisivo e di tante opere con bambini protagonisti (fra le quali Incompreso, ’66; Voltati Eugenio, ’80; Un ragazzo di Calabria, ’87; e, ancora per la Tv, Cuore, ’84 e La Storia, ’86).

L’esordio di Michelangelo Antonioni avviene nel 1950 con Cronaca di un amore. Anche in questo caso il primo film di un vero “autore” contiene già la sua poetica e il suo stile. L’ambientazione è nei quartieri alti della borghesia, i dialoghi rarefatti, il registro linguistico letterario: Antonioni si allontana dal “populismo” neorealista, anticipando i temi dell’esistenzialismo e della sofferenza interiore, senza perché, tipica della società dei consumi, utilizzando i suoi famosi piani-sequenza e la bellezza inquieta ed irrisolta di Lucia Bosè.

Più complesso, per la personalità dell’autore e per la sua poetica già avanzata, il caso di Pier Paolo Pasolini. Quando, nel 1961, esce il suo primo film, Accattone, Pasolini ha già pubblicato le raccolte di poesie Le ceneri di Gramsci (’57) e L’usignolo della Chiesa cattolica (’58) e soprattutto i due romanzi, Ragazzi di vita (’55) e Una vita violenta (’59) ai quali il film in qualche modo si ispira, ricalcandone temi e ambientazioni. La vicenda di Castaldi Vittorio detto Accattone è tutt’altro che realistica, piuttosto straniata e universale nel mostrare un dolore di vivere che va al di là della storia e delle condizioni di miseria nelle quali i protagonisti si trovano a vivere. Anche l’uso della musica – in particolare la Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach – a fare da commento ad immagini asciutte e (apparentemente) semplici, anticipa tutto il cinema di Pasolini, strumento di riflessione come diversi altri utilizzati dal poliedrico artista per capire e criticare un sistema sociale del quale egli capì prima di chiunque nel nostro Paese la pericolosità sociale e la disumanità latente.

L’ultimo film in ordine cronologico della rassegna del King è anche l’unico di un autore vivente: La commare secca (1962) di Bernardo Bertolucci. Figlio del grande poeta Attilio, cresciuto in ambienti intellettuali e libertari, Bernardo era stato assistente alla regia proprio per Accattone: con la sua prima regia (ispirata ad un fatto di cronaca: l’immagine del titolo indica la morte, come indicata in un sonetto di Giuseppe Gioachino Belli), egli vede ricambiato il proprio lavoro, in quanto è proprio Pasolini a scriverne il soggetto, che forse in un primo momento pensava egli stesso di dirigere. Bernardo ne fa un raffinato esercizio di stile, con i toni liricheggianti che spesso, nel prosieguo della sua carriera, renderanno i suoi film “classici” al di là dell’argomento e della narrazione.

Questi i film proposti dalla rassegna. Non possiamo che dircene felici, per il livello alto della proposta e per l’invito ad una nuova cinefilia che essa indica. Potrebbe forse essere un’idea inserire qualche “classico” nella rassegna del Cinestudio. Non per banale sfoggio di grandi opere (e tantomeno per risparmiare sull’affitto di pellicole!), quanto per rendere palpabile la continuità diacronica di modi di raccontare la realtà che vivono trasversalmente nei tanti appassionati di cinema nella nostra città.

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One Response to “Cinema King, questo era il Neorealismo”

  1. Che bello! E’ proprio confortante vedere che c’è chi rivisita o visita il passato cinematografico( e quello italiano non ha niente da invidiare al cinema d’oltralpi o d’oltreoceano, grandiosi tutti) per capire tanti aspetti della storia: artistica, letteraria, cinematografica, etc. e anche, spero, per costruire un cirrispettivo futuro e, perchè no, anche lavoro!…..) Complimenti, spero di venire a conoscenza in tempo di prossime vostre iniziative!
    celestina failla.

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