“Lo uccisero alle 7,36 [,,.] di quel 29 agosto del 1991 per saldare il conto con Libero Grassi”. Inizia così il primo capitolo de Il cappio, libro da noi altre volte citato, che analizza -sulla base di documenti processuali- la realtà del pizzo nella Sicilia degli ultimi venti anni.

La colpa di Libero fu proprio quella di non averlo pagato il pizzo. “Ma questo da solo non giustificava il piombo” scrivono gli autori de Il Cappio, Bellavia e De Lucia. E continuano. “Per convincerlo, lo avevano tempestato di telefonate e visite in azienda, gli avevano rapinato le paghe dei dipendenti e rapito il cane. Libero Grassi aveva denunciato tutto, ma neppure questo spiegava da solo quei quattro colpi di 38. No, Libero Grassi aveva istigato alla ribellione quelli come lui. E lo aveva fatto nel modo più plateale possibile, scrivendo al principale quotidiano di Palermo, sicuro che quel messaggio sarebbe arrivato a destinazione. Aveva scelto il “Giornale di Sicilia”, lo specchio fedele dell’anima, anche quella nera, della città”.

Grassi era un imprenditore, la sua fabbrica produceva biancheria da uomo, pigiami, boxer e vestaglie, esportava in tutta Europa e aveva un giro di affari di 7 miliardi annui. Un’impresa solida che non poteva sfuggire all’attenzione della mafia. Il suo rifiuto di pagare, le sue denunce, le sue uscite pubbliche, invece di suscitare solidarietà, gli avevano creato attorno il gelo.

Lo scrisse lui stesso in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera il 30 agosto 1991, il giorno successivo alla sua morte. Il racconto è venato di amarezza, soprattutto quando esprime la propria “delusione”:

“…il presidente provinciale dell’Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. Una “tamurriata” come si dice qui. E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito. Infatti dovrebbero essere proprio le associazioni a proteggere gli imprenditori. Come? È facile. Si potrebbero fare delle assicurazioni collettive. Così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino si può rispondere picche. Ma anche a queste mie proposte il direttore dell’Associazione industriali di Palermo, dottor Viola, ha detto no, sostenendo che costerebbe troppo. Non credo però si tratti di un problema finanziario, è necessaria una volontà politica.

L’unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuto dalla Confesercenti palermitana. Devo dire di aver molto apprezzato l’iniziativa SoS Commercio che va nella stessa direzione della mia denuncia. Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare.

Non ho mai avuto paura ed ora mi sento garantito da ciò che ho fatto. La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo (del 4 aprile 1991) che ha stabilito con una sentenza che non è reato pagare la “protezione” ai boss mafiosi, è sconvolgente. In questo modo infatti è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. Così come la resa delle istituzioni e le collusioni. Proprio ora che qualcosa si stava muovendo per il verso giusto.

Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi? Ora più che mai le Associazioni imprenditoriali che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno messe con le spalle al muro. La risposta infatti deve essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda.”

Un’analisi lucida accompagnata da proposte concrete che ancora non sono diventate realtà, anche se ormai parlare del pizzo non è più un tabù e Confindustria ha preso posizione contro le complicità degli industriali con la mafia.

Industriali e commercianti tuttavia continuano in maggioranza a pagare il pizzo, la mafia continua a costruire sulla paura “il bisogno di sicurezza che si prepara a soddisfare”. Anche queste sono parole di De Lucia e Bellavia, e con un altro passo del loro libro vorremmo chiudere il ricordo di un uomo coraggioso il cui nome rischia di rimanere sconosciuto alle giovani generazioni che potrebbero invece trovare in lui un modello di “eroe” civile.

“Libero Grassi firmò così la sua condanna a morte. Ma in qualche modo consegnò alla storia della coscienza civile dell’intero Paese una verità scomoda e imbarazzante ancora oggi.”

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2 Responses to “In memoria di Libero Grassi”

  1. a Catania si è verificato un caso simile nel senso che un imprenditore che ha osato denunciare personaggi potenti è stato messo alle corde e distrutto proprio dalla pubblica amministrazione che lo avrebbe dovuto aiutare e salvare da sicura fine. Ivi compresa quella economica. Catania è un centro dove l’alta burocrazia è inquinata fino alle midolla. Chi lo vuole intendere lo intenda. Da Catania partono soggetti per rivestire alti incarichi a Roma e gestire i gangli vitali della pubblica amministrazione.

  2. attenzione poi mbisogna prestare alle organizzazioni antiraket.Dietro il volto suadente di chi vuole aiutare sovente si cela lo spione che attinge informazioni e rende pan per focaccia. Sono troppi gli interessi loschi che devono essere protetti.

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