Un’espressione pittoresca ritorna spesso nei discorsi riguardanti l’economia siciliana: desertificazione industriale.

Ce n’è per tutti e per tutti i gusti: la Keller di Carini, la Fiat di Termini, la Nokia di Catania, l’Enel di Gela, la Fincantieri di Palermo, il distretto dell’abbigliamento di Bronte, il distretto agroalimentare del Val Dittaino, e poi ancora le dismissioni dell’Italcementi, delle Ferrovie, fino ad arrivare al quasi fallimento di Wind Jet, passando per la crisi che sta colpendo un po’ tutti i settori: l’agricoltura, l’edilizia, i servizi, i trasporti, il manifatturiero.

A volersi consolare, basta leggere i dati Istat che riguardano tutta l’Italia e che segnalano un calo della produzione industriale a luglio dello 0,2% su giugno, mentre su base annua l’indice resta ampiamente negativo a -7,3%, sottolineando con ciò che la contrazione a livello tendenziale prosegue ininterrotta da undici mesi.

Anche uno studio della Banca d’Italia dedicato all’economia regionale ha confermato che nel corso del 2011 l’economia siciliana ha risentito del deterioramento del quadro macroeconomico nazionale, con ricadute negative nei principali settori, aggiungendo, per non farci mancare nulla, che “l’occupazione è diminuita per il quinto anno consecutivo; il tasso di disoccupazione si è mantenuto tra i più elevati tra le regioni italiane ed è aumentato ulteriormente il ricorso alla Cassa integrazione guadagni”.

Non stiamo quindi parlando di un fenomeno locale o congiunturale ma di una crisi sistemica che, naturalmente, fa sentire maggiormente i suoi effetti negli snodi più deboli della rete.

Non è inutile volgere lo sguardo indietro, per cercare di capire quali sono le cause almeno più prossime che hanno condotto la nostra regione sull’orlo del collasso.

Negli anni Cinquanta dello scorso secolo si avviò quella che può essere definita la prima rivoluzione industriale siciliana, con un’iniziativa indotta dall’alto che portò soprattutto alla nascita di grandi poli petrolchimici, in prossimità di adeguati approdi costieri: Augusta-Priolo, Gela. Milazzo.

Si trattò di scelte di politica industriale non funzionali all’economia locale che, a parte un certo miglioramento economico riguardante piccole aree circostanti, hanno causato gravi ripercussioni ambientali e inquinamento territoriale probabilmente irreversibili, senza dare luogo a impulsi di sviluppo generalizzato.

Negli anni Sessanta si tentò una correzione di rotta, orientandosi verso il sostegno allo sviluppo di piccole e medio imprese, con la creazione di  Aree di sviluppo industriale, maggiormente diffuse nel territorio.

Scelta più oculata, soprattutto per dare una possibilità di modernizzazione alle tante e fiorenti attività artigianali preesistenti nei settori che andavano dalla meccanica, all’industria del legno, dall’agro-alimentare all’edilizia.

A sostegno finanziario e commerciale di queste iniziative furono costituiti diversi enti regionali che si dimostrarono ben presto funzionali più agli interessi clientelari dei politici che ai bisogni reali delle aziende. Il risultato fu che molte aziende si rivelarono presto fasulle perché sorte col solo scopo di drenare i finanziamenti pubblici che, a vario titolo ma senza alcun controllo e verifica, venivano concessi a pioggia.

Questo fattore, associato al mancato completamento delle infrastrutture, soprattutto logistiche, delle zone industriali, determinò il parziale fallimento anche di questo modello di industrializzazione.

Per farsene un’idea oggi, basta fare un giro in macchina per le strade (dissestate) della zona industriale di Catania, per ammirare i tantissimi ruderi di insediamenti industriali dismessi.

In contemporanea, convincendo a suon di facilitazioni economiche alcune grandi aziende nazionali, furono realizzati anche diversi grossi insediamenti industriali di interesse non solo locale, i cui limiti però stanno adesso venendo drammaticamente a galla, come dimostra il triste elenco con cui abbiamo aperto questo articolo.

A guardarsi intorno, a giudicare ad esempio dal sorgere di innumerevoli e faraonici centri commerciali, sembra che la Sicilia sia destinata a diventare solo un grande mercato di consumo.

Ma, con quali prospettive e fino a quando? Dove si genera il reddito necessario per essere dei bravi e disciplinati consumatori? Ci sono vie d’uscita?

A nostro modo di vedere, quattro sono le precondizioni da instaurare per tentare di rilanciare il nostro sistema industriale.

Si tratta innanzitutto di combattere un mostro con tre teste: la pressione mafiosa, il clientelismo politico e la corruzione, che spesso veste la maschera delle lentezze burocratiche e che si annida in molti snodi strategici della pubblica amministrazione. La loro presenza costituisce spesso un muro invalicabile che tiene a debita distanza dalla Sicilia l’imprenditoria sana.

Disporre in secondo luogo di un sistema creditizio, se non locale, almeno ‘amico’ dei bisogni specifici dell’economia siciliana. In questo senso stiamo ancora aspettando la messa a regime di quella Banca del sud, di tremontiana memoria.

In terzo luogo la costruzione di un efficace sistema di trasporti che non si nasconda dietro lo stupido alibi della mancanza del ponte sullo Stretto.

In quarto luogo l’individuazione e l’incentivazione di tutte quelle tipologie produttive che valorizzino al massimo le enormi risorse di cui dispone il nostro territorio.

Pensiamo quindi all’industria turistica in tutte le sue tipologie: culturale, ambientale, artistico, enogastronomico.

Pensiamo ancora alle industrie legate alla produzione e all’uso delle energie alternative, quella solare innanzitutto.

Un altro settore su cui puntare per farlo salire di livello potrebbe essere quello dell’artigianato artistico: si consideri, ad esempio, il grande rilancio che sta avendo la lavorazione della pietra lavica in tutte le sue potenzialità sia decorative che di arredo, spesso associata alla più tradizionale ceramica.

Un ultimo compartimento che meriterebbe di uscire dall’ambito localistico è quello variegato delle produzioni agro-alimentari di qualità, di cui si potrebbe fare un elenco pressoché infinito.

Il valore aggiunto di molti di questi settori produttivi è quello di coniugare efficacemente la solidarietà fra le generazioni, nel senso che si tratta spesso di mestieri che possono favorire l’entrata di molti giovani nel mondo del lavoro, attraverso una diversa gestione della formazione professionale e il rilancio dell’antico istituto dell’apprendistato.

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3 Responses to “C’è un futuro per l’industria in Sicilia?”

  1. Un eccellente promemoria per le prossime elezioni. Ma a chi proporlo perche non si rivelino solo promesse elettorali? Forse…a re Gustavo di Svezia !

  2. mmmm ci siamo quasi ma manca un pezzo molto importante, anzi direi fondamentale, leggete a questo indirizzo un’altra analisi sempre della Banca D’Italia: http://www.bancaditalia.it/pub.....nomica.pdf

    L’economia del settentrione dipende quasi esclusivamente dalla capacità di spesa dei meridionali e dalla loro (appunto) incapacità a produrre e diventare competitor. In altre parole il degrado meridionale (e siciliano i particolare) è il più grande AFFARE DI SEMPRE per il settentrione.

    A questo aggiungiamo che senza aziende quotate in borsa, TUTTI i soldini investiti dai Siciliani rimpinguano le casse delle aziende settentrionali, e i numeri sono da capogiro.

    Tutto il resto è una conseguenza che purtroppo, troppo spesso, anche ARGO ha scambiato per causa.

    saluti.

  3. HO LETTO CON ATTENZIONE QUESTE POCHE RIGHE E CHI SCRIVE HA CENTRATO IN PIENO LE QUESTIONI DI QUESTA MALTRATTATA SICILIA,QUALCHE RIFLESSIONE:CONSUMARE PIU’PRODOTTI SICILIANI SAREBBE MEGLIO,MA LA COSA PIU’IMPORTANTE E’REQUISIRE LE STRUTTURE A TUTTE QUELLE AZIENDE FASULLE CHE BENEFICIANDO DI CONTRIBUTI A VALANGA NON CREANDO LAVORO MA SOLO PROPI INTERESSI,OGGI SONO PROPRIETARI ILLEGITTIMI.

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