Tre giorni con Goliarda, Goliarda Sapienza. Tre giorni con la scrittrice per le vie della sua Catania. Tre giorni per guardare la città con i suoi occhi, attraverso la sua straordinaria intelligenza, la sua passione, la sua sregolatezza. Una forma di attenzione dopo tanto colpevole silenzio e un omaggio a “una genia”, solo dopo la sua morte apprezzata in Italia e ancor prima in Francia e Germania. Un riconoscimento in una città distratta e svogliata che, per accorgersi del valore dei suoi figli, ha bisogno di imput esterni e attende che qualcuno indichi, faccia vedere, sbatta in faccia e renda visibile ciò che fino ad allora é stato nascosto o occultato.

Peccato che questo ritorno, comunque riparatorio e tardivo, non l’abbia voluto l’Istituzione, il Comune o l’Università (che, pure, attraverso alcuni dipartimenti ha patrocinato la manifestazione) ma una piccola grande donna, Pina Mandolfo e la sua SIL, Società italiana delle letterate. E’ nato così il “Viaggio sentimentale e letterario nei luoghi di Goliarda Sapienza” che si è snodato dal 14 al 16 settembre, a Catania, in una fantasmagoria di eventi. E ha richiamato nella città dell’Etna donne e letterate da tutta Italia e dall’estero.

Ma tant’è. Ripercorriamo passo passo le tappe di questo itinerario del cuore e delle parole scritte, riproponendovi un tour in sedicesimo, un bonsai della ricchissima, ramificata tre giorni, un piccolo resoconto “zippato”, come il web impone. Il punto di partenza è la storica libreria antiquaria Prampolini. E’ lì che nasce l’idea di un premio letterario intitolato a Goliarda e, dato che qualcuno ci aveva già pensato (pur confinandolo a Rebibbia), si trova la soluzione nel coinvolgimento della madre di Goliarda, direttrice, prima di Gramsci, de “Il grido del popolo”, socialista e appassionata sindacalista. Il premio sarà, dunque, intitolato a “Goliarda Sapienza/Maria Giudice”. E la prima, la figlia, diventerà, così, dando visibilità e vita, la madre della seconda.

Nel pomeriggio, nel salone dell’hotel Royal, irrompono le personagge, protagoniste di una lettura-spettacolo “Le personagge sono voci interiori”, ideata da Gisella Modica della Sil , per la regia di Patrizia D’Antona. Accanto a due attrici, protagoniste  sono altre professioniste che nulla hanno a che vedere con il teatro ma che hanno dato corpo e voce ad altrettante donne di carne e di carta, pensando, scrivendo e recitando.

Altra tappa dei luoghi di Goliarda, il teatro dei pupi. Cancellato insieme con il quartiere di San Berillo, non c’è più il luogo fisico, la casa di via Tipografo, che accoglieva le battaglie di Orlando e Rinaldo, paladini costruiti dallo stesso Insanguine a grandezza naturale. Visitiamo, però, in altra sede, il piccolo museo che i figli di Nino Insanguine hanno voluto per ricordare o far conoscere il grande puparo. Poco più avanti, sosta in piazza Duomo che l’attrice Egle Doria descrive prendendo in prestito le parole di Goliarda. Da ora in poi sarà la bellissima Egle la voce narrante della scrittrice de “L’arte della gioia” e punteggerà tutto il percorso con brani tratti dai suoi testi.

Una sosta davanti al tempio della lirica catanese, il teatro Massimo Bellini dove la piccola “Iuzza” (così la chiamava il padre) veniva catturata dalla magia della Norma. Percorriamo i vicoli del San Berillo che Goliarda chiama Civita, solo dopo lo sventramento diventato a luci rosse, una volta quartiere in cui convivevano professionisti e prostitute, artigiani e famiglie. Lì al secondo piano del numero 20 di via Pistone, in un elegante palazzetto, viveva la famiglia Sapienza-Giudice, una famiglia allargata ante litteram, otto figli e Goliarda, unico frutto di quella unione. Da qualche giorno, su quei muri ingrigiti dal tempo, campeggia la bella targa, voluta dalla Società italiane delle Letterate e da “Il girasole edizioni” di Angelo Scandurra. Vi si legge: “Questa casa, la strada, i vicoli, la città di Catania, la terra di Sicilia hanno nutrito il genio narrativo di Goliarda Sapienza”.

Adesso nel palazzo abitano dei trans. Uno, Lillo, proprio nell’appartamento di venti stanze che fu di Goliarda. Sono loro che hanno permesso che vi si apponesse la targa. Loro che hanno organizzato -ah quanto sarebbe piaciuto a Goliarda- un bellissimo, scenografico, raffinato ed elegante buffet nel cortile del palazzo. Tappeti e piante verdi; su un tavolo antico, accanto alle teste coronate dei re e delle regine di ceramica, trionfi di anguria, tocchetti freschi e dissetanti di “muluni”, rosso come il fuoco del vulcano.

Da via Pistone al King che fu il cinema Mirone di Goliarda ci sono solo pochi passi e la storica friggitoria dove ancora oggi potrete trovare le crispelle fritte nello strutto che mangiava anche lei. In quella sala, ora ristrutturata, vedeva e rivedeva i film con Jean Gabin e immaginava di essere al posto dell’attore francese e dei suoi personaggi. Noi vi abbiamo rivisto il bellissimo documentario di Loredana Rotondo “Goliarda Sapienza: l’arte di una vita”, e un altro, fatto di spezzoni, di interviste a Goliarda, filmati e altro materiale anche inedito, cercati e trovati, a fatica, assemblati e montati dalla vulcanica Pina Mandolfo.

Altra presenza importante nella vita di Iuzza è il mare, quello di Ognina e quello della Plaja. Lì ancora una performance tratta dallo spettacolo di Maria Arena “Sono io che ho fatto tutto questo”: sulla sabbia del bagnasciuga il vento scompiglia le pagine di alcuni libri, un’arpa libera note struggenti e lei, Goliarda, con la voce e il corpo dell’attrice Daniela Orlando, appare, la frangia scura sugli occhiali da sole e un grande cappello contro la luce del tramonto.

Poi, nel salone di palazzo Biscari si parla ancora di Goliarda Sapienza, “scrittrice scomoda che ha fuso arte e vita”,come dice Elvira Seminara. Comincia la presidente Sil Silvia Neonato; la racconta Giovanna Providenti che ne ha scritto la biografia. Parla del rapporto complesso che ha avuto con lei la scrittrice Maria Rosa Cutrufelli che l’ha conosciuta e frequentata a lungo per aver fatto parte insieme a lei di un collettivo di donne, il “gruppo di scrittura”. Parlavano di letteratura e di politica davanti al gateau preparato da Adele Cambria. “Perché due cose Goliarda non ha mai dimenticato – ha detto la Cutrufelli – di essere un’attrice e di aver ereditato dalla madre la passione per la politica”.

Commossa e commovente la conclusione affidata a Monica Farnetti, docente di letteratura italiana all’Università di Sassari che paragona “L’arte della gioia” alla “Divina Commedia”. Una provocazione? Un’esagerazione? Nemmeno per sogno. “E’ un romanzo – dice la Farnetti – che come la Divina commedia ci porta in Paradiso a partire dall’inferno”.

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