E’ un diffuso luogo comune notare come, a fronte di una presenza di risorse culturali e ambientali in molti casi uniche al mondo, il loro utilizzo turistico sia sicuramente sottodimensionato.

Solo qualche giorno addietro leggevamo il lamento del rappresentante di un’associazione catanese di tassisti che denunciava non solo la chiusura di molti siti ma soprattutto il fatto che gli orari di quelli aperti non fossero affatto compatibili con le esigenze dei turisti.

Un conto è però l’osservazione estemporanea, un altro è tentare di quantificare il fenomeno, per capirne meglio le cause dirette e indirette, e magari provare a correggerne, almeno in parte, gli effetti.

E’ quanto hanno tentato di fare i giovani ricercatori Renata Giunta e Giuseppe Provenzano che hanno pubblicato il frutto del loro lavoro nel volume della Fondazione Res, La nuova occasione. Città e valorizzazione delle risorse locali, a cura di Paola Casavola e Carlo Trigilia.

A questo fine sono stati predisposti una serie di indicatori relativi ai beni culturali e ambientali per costruire una ‘misurazione’, comparabile tra città diverse, della dotazione di risorse locali e del loro grado di attivazione. Li hanno chiamati rispettivamente ‘indicatori di dotazione’ e ‘indicatori di attivazione’, a cui hanno aggiunto indicazioni sui meccanismi che influiscono sulla capacità delle città di attivare e valorizzare il loro patrimonio di risorse.

Le dotazioni sono misurate considerando alcune variabili che fanno riferimento alla quantità e al valore sia dei beni culturali (numero complessivo dei musei, monumenti e aree archeologiche statali e non statali; valore attribuito dalle guide Michelin ai beni culturali accessibili a pagamento; presenza e valore di siti Unesco) che di quelli naturali (aree protette; spiagge con mare pulito secondo la massima attribuzione delle vele di Legambiente; posizione sulla costa del mare o di lago; clima estivo gradevole) presenti nel territorio.

L’attivazione è calcolata con riferimento alle presenze negli esercizi ricettivi, nel periodo 2006-2009, per la circoscrizione turistica corrispondente al comune di riferimento.

L’approfondimento dei fattori e dei meccanismi che influiscono sulla valorizzazione delle risorse è stato condotto attraverso lo studio di casi campione e la comparazione fra casi che presentano situazioni più o meno omogenee.

L’esito di queste ‘misurazioni’ conferma, ma stavolta con dati alla mano, l’impressione da cui siamo partiti. Se si escludono infatti le tre grandi realtà di Roma, Firenze e Venezia, fra le successive dieci città prese in considerazione quanto a dotazione di risorse culturali e naturali figurano ben cinque città siciliane: Siracusa (5), Palermo (7), Catania (10), Ragusa (11) e Agrigento (13).

Esse sono state messe a confronto con Ravenna e Pisa, che figurano rispettivamente al quarto e all’ottavo posto, quanto alla dotazione di beni.

Dunque, la prima osservazione quasi lapalissiana che emerge con chiarezza è che le dotazioni di beni culturali e ambientali nelle città del Sud sono mediamente rilevanti se non addirittura superiori rispetto ad altre realtà. Con una ulteriore particolarità: la loro dotazione di beni culturali è ben equilibrata da una robusta dotazione di beni ambientali, che aumenta – potenzialmente – le capacità di attrazione dei flussi turistici.

Il divario si riapre invece più nettamente quanto alla capacità di attivazione di queste risorse per lo sviluppo.

Andiamo sul concreto: Siracusa ha una dotazione di beni pari a 37.7, ma la sua capacità di attivazione si ferma a 32.8; riescono a fare meglio sia Agrigento -24.4 dotazione di beni; 30,6 capacità di attivazione- che, soprattutto, Ragusa -25,9 dotazione di beni; 34 capacità di attivazione.

Male, molto male, vanno invece le cose per Palermo -31 dotazione di beni; 10.2 capacità di attivazione- e Catania -28,4 dotazione di beni; 15.5 capacità di attivazione.

Il confronto con situazioni dalle caratteristiche analoghe fa crescere il disappunto: Ravenna ha una dotazione di 39 che riesce ad attivare sino a 95.3; Pisa, con una dotazione pari a 30.6, arriva ad attivarla fino a 100. Nel primo caso, alle dotazioni artistiche e naturali (il mare sopratutto) si aggiungono la capacità di dar vita ad eventi culturali di rilievo; nel secondo sono gli operatori privati del settore a sostenere l’iniziativa pubblica.

Allora, se il presupposto della ricerca è che la valorizzazione delle ricchezze possedute dipende molto da come funzionano, in senso lato, le città e dalle loro capacità di riconoscere, attivare e incrementare le proprie dotazioni di risorse locali, la conclusione si fa sconsolante: la capacità di azione attiva e coordinata da parte degli attori sia pubblici che privati nelle realtà meridionali appare infatti assai modesta. Anche nei casi più positivi la valorizzazione delle risorse locali avviene infatti in modo piu passivo, senza una precisa intenzionalità e quasi per inerzia.

Del tutto insufficiente è la capacità dell’ente pubblico di costruire un’immagine attraente della città e di promuoverla con azioni di comunicazione continuative, efficaci e non episodiche e con la promozione di eventi e attività di qualità. Né sono le risorse finanziarie quelle che mancano, è la loro utilizzazione che non funziona.

In particolare fa sentire tutto il suo peso la mancanza delle fondazioni locali (in particolare quelle di origine bancaria), che altrove contribuiscono in modo sostanzioso al restauro di edifici e monumenti e alla programmazione di mostre e altri eventi.

Ma è anche debole e scarsamente armonizzata l’iniziativa degli operatori privati e delle loro organizzazioni.

Insomma ciò che frena le possibilità di valorizzare la ricchezza esistente è la debolezza dell’infrastruttura socio-istituzionale che governa il territorio, l’incapacità di mettere a punto strategie intenzionali di promozione e la scarsa attitudine ad assumere un ruolo autorevole di coordinamento degli attori locali al fine di produrre azioni collettive dedicate allo sviluppo turistico.

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