Dopo 16 anni dalla promulgazione della Legge 109/96  sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, la CGIL ed altre 8 Associazioni avviano la raccolta delle firme per un’altra proposta di legge di iniziativa popolare, che ha per slogan: “Io riattivo il lavoro”, per fare in modo che le imprese confiscate ai clan non vadano in fallimento o chiudano.

Nel 1995 fu l’Associazione Libera, presieduta da Don Luigi Ciotti, a consegnare un milione di firme nelle mani dell’allora Presidente della Camera per sollecitare l’approvazione del disegno di legge il cui iter si completò a Camere sciolte nei primi mesi del 1996 (dopo 15 mesi dalla sua presentazione alla Camera dei Deputati).

Anche allora il dibattito verteva sulla necessità di non far morire le aziende che venivano confiscate, con danno enorme per i lavoratori e per l’immagine dello Stato.

E anche allora furono chiari ai legislatori “l’anomalia e il paradosso di imprese che avevano una loro spiccata vitalità soltanto fino a quando erano nella disponibilità dei mafiosi i quali garantivano alle stesse accesso al credito, commesse, clientela; tale vitalità, al contrario, scompariva completamente quando venivano a mancare i collegamenti di natura illecita fino a quel momento assicurati dal titolare dell’impresa. Del resto erano proprio quei collegamenti illeciti e di natura mafiosa a garantire la sopravvivenza dell’impresa soprattutto quando questa aveva essenzialmente le caratteristiche e le funzioni di lavanderia per il denaro sporco” (vedi Rapporto CNEL).

Ma, nonostante la Legge n. 646/82 (detta Rognoni-La Torre), la L. 109/96 e l’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata  (Legge 31 marzo 2010, n. 50), ancora oggi il 90% delle imprese confiscate ai clan sono destinate a fallire o a restare chiuse.

La nuova proposta si articola in 10 punti, alcuni immediatamente eseguibili, altri invece necessitano della collaborazione delle amministrazioni pubbliche e/o delle altre imprese del territorio.

1. Costituire una banca dati nazionale che potrebbe diventare un utile elenco di fornitori per le amministrazioni pubbliche;

2. Costituire presso l’Agenzia nazionale un ufficio dedicato alle attività produttive e alle relazioni sindacali per scongiurare il fallimento;

3. Coinvolgere tutti gli operatori presenti sui territori;

4. Garantire l’accesso agli ammortizzatori sociali (recentemente aboliti dalla riforma Fornero);

5. Garantire agevolazioni fiscali per chiunque commissioni a queste aziende lavori o forniture, prevedendo anche specifiche convenzioni tra le amministrazioni pubbliche e le aziende sottratte alle mafie per i lavori e le forniture sotto soglia;

6. Istituire un apposito fondo di rotazione per risolvere il problema del credito bancario;

7. Prevedere agevolazioni fiscali per la regolarizzazione e incentivi per la messa in sicurezza delle imprese;

8. Scongiurare la liquidazione delle imprese che abbiano accumulato debiti, prevedendo l’estensione del concordato previsto dalla Legge Marzano per le aziende in crisi;

9. Prevedere agevolazioni per la costituzione di cooperative di lavoratori disposti a rilevare l’azienda;

10. Incentivare la formazione dei lavoratori attraverso specifiche convenzioni con i fondi interprofessionali.

Resta il dubbio che alcuni articoli possano non trovare applicazione in virtù del principio della “concorrenza”, poiché -con l’applicazione di queste disposizioni- società presenti sul mercato avrebbero meno chance di quelle “confiscate” nella offerta di servizi alla Pubblica Amministrazione e nel costo della manodopera. Questa situazione potrebbe determinare una pronuncia della Corte Costituzionale.

Per adesso, comunque, occorre firmare in modo da raggiungere un numero di adesioni superiore alle 50.000 firme necessarie. Tutti i cittadini maggiorenni potranno firmare presso le Camere del Lavoro di tutta Italia e le sedi delle associazioni promotrici (Cgil, Associazione nazionale magistrati, Libera, Acli, Arci, Legacoop, Sos Impresa, Avviso pubblico e Centro studi Pio La Torre).

Le iniziative di raccolta saranno segnalate su www.legalitalavoro.

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One Response to “Firmiamo perchè le aziende tolte ai clan possano vivere”

  1. ad esser sinceri non aspèirerei ad avere o gestire un bene confiscato.Preferisco attingere ad un mutuo o avere collaboratori e soci con un minimo di disponibilità e capacità lavorativa per svolgere un lavoro. Insediarmi nelle campagne di Totò Riina non mi appassiona nè mi incoraggia.Invece di lottare per avere i beni degli altri perchè non chiedere di poter accedere a beni comuni che possono essere destinati ad una cooperativa? Le terre del Tondo Gioieni, ad esempio, sono terreni abbandonati che potrebbero essere trasformati in vivai per la vendita di fiori ad opera delle nuove generazioni di vivaisti. In effetti il Comune nicchia perchè attende di nominare direttori e tecnici e giuardinieri del parco comunale. A mio giudizio si tratta di un grossolano errore perchè quelle terre si possono fare coltivare a giovani vivaisti con l’obbligo di tenere aperto e funzionante il parco ed il mercato di fiori che su di esso può essere impiantato.

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