Anni ’80, Palermo: ancora un delitto irrisolto, senza sicari e senza mandante… Questa volta, però, non si tratta di un magistrato, di un giornalista,. di un politico o di un poliziotto e non viene nemmeno catalogato come delitto di mafia. Nel pomeriggio del 23 settembre 1983, una ragazza venticinquenne entra in una baby-sanitaria e quasi contemporaneamente due strani tipi inscenano una rapina alla cassa del negozio. I ladri rubano ma non scappano, anzi si attardano finchè non si avvicina al bancone Lia Pipitone, la ragazza entrata poco prima.

E’ allora che parte un colpo, dalla pistola di un rapinatore, che gambizza Lia: l’uomo però s’accorge di essere stato riconosciuto e a quel punto i due strani rapinatori fanno fuoco sulla ragazza, scariacandole addosso tutti i proiettili delle loro armi.

Così inizia la storia di Rosalia Pipitone, figlia del capomafia Antonino, fedelissimo di Riina e Provenzano, raccontata, trent’anni dopo, dal figlio Alessio Cordaro (di soli 4 anni quando la madre fu uccisa) e dal giornalista di “Repubblica” Salvo Palazzolo.

Il libro, edito da Melampo e presentato recentemente alla Feltrinelli di Catania, ha per titolo “Se muoio, sopravvivimi”, primo verso di una poesia di Pablo Neruda, molto amata da Lia, che preconizzava forse un destino, il suo, da lei non del tutto ignorato. Nel libro viene scritto che è “ la storia inedita della figlia di un padrino e della sua ribellione soffocata”.

Ma perchè fu uccisa Lia? Ufficialmente perché aveva un amante e quindi il padre diede l’ordine di eliminarla, dato che un’onorata famiglia mafiosa non può permettersi l’onta di una figlia adultera. Il padre però non fu condannato, per le poco chiare dichiarazioni dei testimoni di allora. Adesso è il figlio che si chiede quale sfida sua madre abbia mai lanciato al padre per essere stata eliminata.

Finora l’unica colpa che le si riconosce è quella di aver deciso di restare a Palermo, vivendo da donna libera, proclamando, in accordo col marito, le sue libere idee.

Nel libro, il figlio cerca di scovare la verità nell’album di famiglia, nella storia di quel nonno che possedeva cantieri edili, nei quali bazzicava anche l’imprenditore catanese Costanzo. Era quel nonno che riusciva a farla franca con la polizia corrompendola con somme di denaro più o meno grosse.

Sin dagli anni ’70 Antonino Pipitone era a capo della “decina” del quartiere Acquasanta e negli anni ’80 lui, Riina, Galatioto, Provenzano, tutti boss eccellenti, camminavano tranquillamente in territorio palermitano: venivano avvertiti da qualche poliziotto compiacente e sapevano in anticipo se si profilavano arresti.

Se Alessio, il figlio di Lia, scruta negli affari di famiglia, il giornalista Palazzolo stabilisce dei collegamenti con altri delitti avvenuti nello stesso periodo: il giorno dopo l’uccisione della ragazza, viene “suicidato” il più grande amico di Lia, Simone Di Trapani e qualche tempo dopo tocca all’imprenditore Alongi, la cui moglie non aveva paura di affermare che lei e suo marito non intendevano sottomettersi alla mafia.

Dopo il finto processo al padre di Lia, un pentito si decide a parlare e fa i nomi del mandante e dei sicari; troppo tardi perché il processo è già arrivato in cassazione e non si possono più ascoltare testimoni.

A conclusione della storia, gli autori sono però speranzosi e Salvo Palazzolo afferma: “Saranno i figli dei mafiosi a segnare la fine dell’organizzazione”. Forse pensava al fratello di Impastato (ucciso nel 1978) che ha dato un decisivo contributo per smascherare gli assassini di Peppino. E Alessio Cordaro conclude: “Ho deciso di tenere il conto dei testimoni della vita di mia madre, diventati anche testimoni della sua morte; riuscirò a riaprirlo questo caso, non solo davanti alla Giustizia , ma anche di fronte alla città, che si è ormai dimenticata di lei”.

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