Aumentano le ore di insegnamento – attualmente sono 18 – e il salario rimane come prima. “A decorrere dal 1° settembre 2013 l’orario di impegno per l’insegnamento del personale docente della scuola secondaria di primo e di secondo grado, incluso quello di sostegno, è di 24 ore settimanali”, art. 3 comma 42 legge di stabilità.

Che la divulgazione di questa notizia avrebbe determinato una generale levata di scudi all’interno del mondo della scuola il governo Monti-Profumo, probabilmente, l’aveva messo in conto. E, infatti, è contemporaneamente iniziata un’articolata campagna per ricordare i tanti ‘privilegi’ di cui godono i docenti: un orario di lavoro ridotto, lunghi periodi di ferie, tanto, troppo, tempo libero e, soprattutto, non è mancato, come sempre, il riferimento all’Europa.

Riferimento infausto perché, dati alla mano, i docenti italiani lavorano in misura uguale o maggiore rispetto alla media europea, mentre i loro stipendi sono ben al di sotto di quelli dei colleghi del vecchio continente. Né hanno avuto maggiore fortuna le osservazioni sugli orari di lavoro.

Stupisce, infatti, che un governo di Professori non sappia, ma probabilmente fa finta di non sapere, che il lavoro dei docenti non si conclude una volta fuori dalla classe, ma che vi sono molteplici impegni pomeridiani a scuola, c’è un continuo, e necessario, lavoro da svolgere a casa (dalla correzione delle prove alla preparazione delle lezioni) e che se un docente vuole fare dignitosamente la propria professione deve trovare il tempo per studiare e aggiornarsi.

Come diceva Luigi Einaudi, nel 1913, “A me sembra che 18 ore di lezione alla settimana sia il massimo che possa fare un insegnante, il quale voglia far scuola sul serio, e quindi prepararsi alla lezione e correggere i compiti coscienziosamente ed attendere ai gabinetti di fisica o chimica; il quale, sopra tutto, voglia studiare. Se il legislatore voleva davvero provvedere al bene della scuola doveva aumentare gli stipendi, come fece; ma insieme vietare in modo assoluto agli insegnanti di far lezione oltre le 18 ore settimanali”.

La contestazione contro questa misura ha fatto riemergere i tanti motivi di disagio presenti all’interno della scuola che, nel corso di questi ultimi anni, ha subito un progressivo e continuo taglio di risorse tanto che lo stesso diritto allo studio, sancito dalla nostra Costituzione, è stato sostanzialmente rimesso in discussione.

Così, accanto alla radicale critica di quanto contenuto nell’ex legge finanziaria, la protesta si è ulteriormente articolata e riguarda: il mancato rinnovo contrattuale; il blocco degli scatti di anzianità (prorogato sino al 2014); lo sfruttamento annuale di decine e decine di migliaia di lavoratori precari; il demansionamento dei docenti non idonei (docenti che per gravi motivi di salute non sono più in grado di insegnare, ma sono utilizzati in attività di supporto alla didattica) che il governo vorrebbe fare transitare nei ruoli ATA (assistenti amministrativi); la riduzione delle ore di sostegno e la riconversione dei docenti soprannumerari sul sostegno.

Il movimento, in sostanza, chiede nuovi investimenti e non tagli per la scuola pubblica statale, mentre vengono regalati centinaia di milioni alle scuola private. Di fronte a tutto questo la Commissione Cultura della Camera dei Deputati (il 30 ottobre) ha approvato un emendamento all’articolo in questione, divenuto nel frattempo articolo 41 bis (nomen omen?)

Questo emendamento dice che il carico didattico “non può essere inferiore a 18 ore settimanali” e che il lavoro del personale docente “comprende sia le attività di insegnamento curriculare, sia i connessi compiti preparatori, organizzativi e di verifica, nonché esami e scrutini, programmazione, progettazione e ricerca, valutazione, documentazione, aggiornamento e formazione, preparazione dei lavori degli organi collegiali, partecipazione alle riunioni collegiali e attuazione delle delibere adottate, attività interdidattiche”.

Molti, probabilmente senza averlo letto, hanno ritenuto che questo emendamento avesse ripristinato lo status quo ante. In effetti, se è vero che non si aumentano le ore curriculari (ma, attenzione, si dice non inferiori alle 18 e non si indica nessun limite), gli impegni pomeridiani così come sono delineati sembrano prospettare una presenza h 24 dei docenti a scuola (attualmente, escludendo gli scrutini, ogni docente è tenuto a un massimo di 80 ore annuali pomeridiane).

Di fatto, un attacco frontale alla professione docente per mettere in discussione un lavoro intellettuale che si vuole trasformare in impiegatizio. Per questo lo sciopero generale del 14 (indetto dai sindacati europei e, in Italia, fatto proprio dai Cobas e, per 4 ore dalla CGIL, anche se metalmeccanici e scuola lo faranno per 8 ore) e lo sciopero della scuola del 24, indetto da tutti i sindacati, rappresentano due appuntamenti importanti per fermare questa deriva.

A Catania, per la prima volta, rappresentanti sindacali delle singole scuole, genitori, studenti e docenti eletti nei Consigli di istituto hanno promosso, per giorno 12 alle ore 16.00 al Boggio Lera, un’assemblea in difesa della scuola pubblica statale. La riuscita del corteo del 14 sarà il primo banco di prova di questa nuova aggregazione, per la quale, se proseguirà l’attacco al diritto allo studio, si prospetta un lavoro di lunga lena.

Leggi il volantino con cui sono state indette le manifestazioni

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