“Ero in carcere e mi avete visitato…” (Matteo 25,37), nella cella di un colpevole o di un innocente? Nel  Vangelo non si fa differenza. E’ l’avvocato Carmelo Passanisi a porre la questione, commemorando l’avvocato Serafino Famà, ucciso a Catania la sera del 9 novembre 1995 per mano mafiosa.

Famà si era trovato a difendere personaggi inquisiti per reati legati alla mafia e alla criminalità organizzata, “per garantire il diritto alla difesa” sancito dalla Costituzione.

Ma l’equazione difensore-complice era troppo scontata per i mafiosi, che non accettavano la sua “amicizia con i magistrati”, che gli impediva di fare l’interesse dei suoi clienti.

Determinante per l’eliminazione di Famà fu il consiglio dato a Stella Corrado di non presentarsi come teste in un processo a carico del marito.

A questo punto la storia diventa soap opera: Stella è l’amante del cognato Giuseppe Di Giacomo, reggente del clan Laudani, che in quel periodo si trova in carcere, implicato anche lui nel processo. Spera che una testimonianza di Stella possa farlo scarcerare e, quando l’avvocato Famà la impedisce, lo ritiene responsabile della sua mancata libertà e ne ordina l’eliminazione.

Lo confessa, nel marzo 1997, l’affiliato al clan Laudani, Alfio Giuffrida, il quale fa anche i nomi degli esecutori materiali, che verranno tutti condannati all’ergastolo, insieme al loro mandante.

Subito dopo l’omicidio Famà, le reazioni in città furono inaspettate: nella camera ardente, al tribunale di Catania, avvocati e magistrati lo vegliarono in toga, gli avvocati chiusero per giorni gli studi, i capo clan delle associazioni mafiose si dissociarono da quell’omicidio.

Adesso il nome di Serafino Famà si ritrova su diverse targhe della città di Catania: in una via e in una piazza, alla Camera Penale del Tribunale. Si trova anche nel “Villaggio della legalità”, in provincia di Latina, voluto dall’associazione “Libera” e fatto oggetto più volte di atti vandalici.

Nel diciassettesimo anniversario della sua morte, a Famà è stato dedicato un convegno sulla “Destrutturazione dello Stato di Diritto e il delicato ruolo dell’avvocato penalista in terra di criminalità organizzata”, tenutosi alla facoltà di Scienze politiche di Catania, cui hanno partecipato Salvatore Aleo, ordinario di diritto penale, Bruno Di Marco, presidente del Tribunale di Catania, gli avvocati Carmelo Passanisi e Goffredo D’Antona, i figli di Serafino Famà.

Nel corso del Convegno è stato presentato il video “Tra due fuochi. Serafino Famà: storia di un avvocato”, prodotto dall’associazione “Libera associazioni Nomi e numeri contro le mafie” e curato da Flavia Famà e Simone Mercurio Il documentario racconta la figura dell’avvocato Famà, che viene sempre ricordato come professionista integerrimo, che agiva a difesa delle forme e delle regole, un uomo di Legge che si rifiutava di scendere a compromessi, rispettoso di qualsiasi persona, anche di quella che ha meritato il carcere.

Il nome di Serafino Famà viene inoltre ricordato il 21 marzo, giorno della memoria e dell’impegno, tra le vittime di tutte le mafie.

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