Magistratura e carcere, vicine l’una all’altra nel nostro immaginario, sono spesso ancora due mondi lontani. Fino a poco tempo fa, i giudici non varcavano quasi mai la soglia del carcere e poco e nulla conoscevano della sua realtà. Adesso le cose cominciano a cambiare, a Catania per iniziativa del gruppo AREA (Magistratura Democratica, Movimento per la giustizia, Articolo3) che, organizzando alcune visite alla Casa circondariale di Piazza Lanza, ha permesso ai magistrati di conoscere dal vivo la realtà carceraria forse più problematica della nostra città.

L’attenzione a tale realtà è stata anche una delle caratteristiche della gestione della Procura da parte del nuovo procuratore, Giovanni Salvi, che -attraverso una stretta collaborazione con Elisabetta Zito, direttora di Piazza Lanza- ha affrontato e risolto alcuni problemi, tra cui quello delle cosiddette porte girevoli (ingresso in carcere per pochi giorni, con dispendio di risorse economiche e umane) e quello dei tempi di attesa per i colloqui con i familiari. Salvi si è interessato anche agli urgenti interventi di ristrutturazione dell’edificio.

Da quest’anno, inoltre, i magistrati in tirocinio faranno uno stage presso il tribunale di sorveglianza, proprio per avvicinarsi maggiormente ai problemi dei detenuti.

Di questo e di molto altro si è parlato durante il convegno che si è svolto sabato 24 novembre al Palazzo di Giustizia, coraggiosamente intitolato dagli organizzatori, Libera e Magistratura Democratica, “Carcere: giustizia negata?”. A presiederlo Marisa Acagnino, consigliere di Corte d’appello, relatori il procuratore Salvi, il presidente del Tribunale di sorveglianza Giongrandi, il giudice di sorveglianza dell’IPM Emma Seminara, la direttora della Casa circondariale di piazza Lanza Zito, l’ispettore della Polizia Penitenziaria Trumino, gli avvocati Passerello, presidente della camere Penali, e Campochiaro del Centro Astalli. Presente, giusto il tempo del proprio intervento, il garante dei detenuti Salvo Fleres. Ospite fuori programma il giovane senegalese Cisse Serigne Mbaye, che ha raccontato episodi della sua esperienza di detenzione nel carcere di San Cataldo.

Presenti anche i familiari dell’agente di polizia penitenziaria Luigi Bodenza, di cui si è fatta memoria. Servitore fedele dello stato, fu ucciso dalla mafia per non aver ceduto al compromesso.

Tra i problemi affrontati nel corso del convegno:

  • il sovraffollamento delle carceri, da affrontare non tanto con provvedimenti di amnistia e indulto, che deludono il bisogno di giustizia avvertito dai cittadini, ma piuttosto con l’applicazione di misure alternative e l’introduzione di nuove norme che non vedano nel carcere l’unico strumento per regolare i propri conti con la società
  • la carenza di risorse economiche, particolarmente grave in una istituzione complessa e delicata come il carcere, che dovrebbe rieducare e diventa invece spesso “criminogeno”, anche per l’impossibilità di garantire a tutti detenuti adeguata assistenza di educatori e psicologi ed opportunità di formazione e di lavoro
  • la presenza di detenuti stranieri (36% della popolazione detenuta), che deve fare riflettere su come sia stato utilizzato lo strumento carcerario sotto la spinta delle cosiddette ‘esigenze securitarie’. Da segnare, a questo proposito, la testimonianza di un giovane senegalese, reduce da 4 anni di carcere per aver venduto CD senza licenza. Non avendo ottenuto il rinnovo del permesso di soggiorno, a causa di un reddito insufficiente, aveva infatti perso la licenza precedentemente posseduta
  • il ruolo dei magistrati di sorveglianza, da cui dipende l’ammissione dei detenuti ai benefici penitenziari, una responsabilità molto grande, soprattutto in un contesto come il nostro, caratterizzato da una forte presenza della criminalità organizzata. Le loro decisioni possono contribuire alla soluzione del problema carcere perchè le statistiche ci dicono che i detenuti che hanno usufruito di misure alternative tornano meno a delinquere.
  • il piano carceri, che prevede la costruzione di nuovi istituti e nuovi padiglioni (oltre ad alcune ristrutturazioni) per assicurare la creazione di 11.600 nuovi posti carcere, oltre alla dismissione di alcuni edifici situati nei centri storici, tra cui il carcere di Piazza Lanza. Con il ricavato della vendita, ha detto il commissario all’emergenza, Sinesio, si potrebbero costruire strutture nuove, più accoglienti e dignitose. Non ha però accennato ad una possibile speculazione edilizia che potrebbe, in questa occasione, contribuire a sconciare il nostro centro storico e favorire interessi privati e forse anche mafiosi.

La domanda conclusiva, dopo aver ascoltato analisi e proposte, potrebbe essere: non ci resta allora che aspettare maggiori fondi e nuove leggi? No, ci sono molte cose che si possono fare subito, con le poche risorse oggi disponibili e con i vincoli delle leggi attuali. Lo ha affermato con forza, nel suo intervento, il procuratore Salvi dimostrando con esempi concreti che una gestione sinergica, attenta ai problemi reali, può determinare miglioramenti sostanziali e addirittura risparmi nel bilancio, come è avvenuto nell’ultimo anno con la riorganizzazione della Procura.

Per chi volesse conoscere nel dettaglio i contenuti delle relazioni presentate al convegno, alleghiamo audio e schede di sintesi dei singoli interventi.
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INDICE INTERATTIVO SCHEDE
(per ascoltare l’intervento o scaricare l’audio cliccare sulla foto)


Gianni Trumino

Gianni Trumino, ispettore di Polizia Penitenziaria, ha messo il dito su molte piaghe della gestione carceraria: sovraffollamento, taglio dei fondi, scarsa trasparenza nella gestione delle risorse. Perchè puntare sul braccialetto elettronico, per il quale è stato fatto un contratto (fino al 2018) di 10 milioni di euro l’anno, quando mancano i soldi per personale di custodia, educatori e psicologi, nonchè per consentire ai detenuti di svolgere un lavoro o imparare un mestiere spendibile all’esterno? Trumino ricorda l’esperienza di Giarre, fino a 4 anni fa struttura di eccellenza, destinata a detenuti ex tossicodipendenti che venivano curati e rieducati, soprattutto attraverso il lavoro.

La risposta al sovraffollamento non può essere, a suo parere, la prospettiva dell’indulto o quella dell’amnistia, provvedimenti che fanno sentire i cittadini traditi nel loro bisogno di giustizia e di certezza della pena. “Il carcere è una cosa seria” dice “ha bisogno di risorse. Perchè altrimenti mettere in moto il meccanismo della giustizia?”

Altra contraddizione: come si giustifica la creazione di un ‘Comitato di controllo‘ che include Ministero della Giustizia, dell’Interno, delle Infrastrutture e Protezione civile, quando si continua a parlare di semplificazione e di riduzione della burocrazia?

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Riccardo Campochiaro

Come ha ricordato Riccardo Campochiaro, da quattro anni operatore legale del Centro Astalli, servizio dei Gesuiti per i rifugiati, ci sono nelle carceri 24 mila detenuti stranieri (un terzo della popolazione carceraria), spesso dati in pasto come delinquenti alla pubblica opinione, desiderosa di giustizia, che viene indotta considerarli portatori di una naturale predisposizione a delinquere. Eppure fino a due anni fa molti di loro erano reclusi solo per non aver ottemperato all’ordine di espulsione. Quanto alle pene, sono proporzionate? Chi viola i diritti d’autore e vende CD contraffatti viene punito con tre anni di carcere, come chi è colpevole di corruzione e di truffa, più di chi si macchia di reati ambientali…

Gli stranieri vivono in modo drammatico la reclusione perchè non possono contare sul sostegno della famiglia e hanno un problema di accesso alla difesa e alle misure alternative (ad esempio la detenzione domiciliare). Il Centro Astalli si è proposto come loro famiglia. I suoi volontari entrano nella casa circondariale di piazza Lanza, forniscono agli stranieri vestiti e biancheria, li aiutano a tenere i contatti con gli avvocati e con il consolato. E si ritrovano ad aiutare anche i più indigenti dei detenuti italiani, i più deboli tra i deboli, quelli a cui sono più spesso negati – come agli stranieri- diritti e dignità. Non a caso, conclude Campochiaro, “il carcere è stato definito una pattumiera sociale”.

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Elisabetta Zito

Con la consueta professionalità, Elisabetta Zito, direttora della casa circondariale di piazza Lanza, ha esposto la situazione della struttura da lei diretta. L’edificio, risalente al 1910, è stato quasi integralmente ristrutturato, tranne il reparto di isolamento, Nicito, per la cui ristrutturazione è tuttavia in corso una gara. Dovrebbe essere rifatto anche il terzo braccio, molto vasto, in tempi più lunghi.

Il problema di piazza Lanza è quindi soprattutto legato al numero troppo alto degli ospiti. Attualmente i reclusi sono infatti 518 per una capienza tollerabile di 281 posti (381, secondo i criteri della Corte Europea).

Rispetto all’anno scorso, tuttavia, c’è stato un miglioramento, dovuto al rallentamento delle cosiddette porte girevoli, ottenuto grazie all’impegno della Procura. Da quando infatti sono state riorganizzate le direttissime e approntate le camere di sicurezza, chi è colto in flagranza di reato va subito davanti al giudice e non passa per il carcere, a meno che non sia condannato. Si evitano così i costi economici e l’impiego di personale per le procedure di ingresso, necessariamente applicate anche a chi va in carcere solo per pochi giorni. Nel 2011 gli ingressi per le porte girevoli sono stati il 42% del totale, ad agosto di quest’anno (ultimo dato calcolato) il 23,8%, con un calo di 100 presenze al giorno.

Il carcere può ospitare condannati ad una pena massima di 5 anni, ma dei presenti solo 221 hanno una condanna definitiva, gli altri (circa il 50%) sono in attesa di giudizio.

Molti di loro necessitano di interventi di sostegno e di aiuto alla persona, per i quali non ci sono sufficienti risorse economiche. Uno psicologo è presente solo per 6 ore al mese e la disponibilità assegnata al carcere (7.500 euro all’anno) non consente di fare altri tipi di interventi (musicoterapia, formazione professionale, …). Si stanno cercando altre risorse, con molte difficoltà a causa dei vincoli e delle procedure complesse. Per alcuni corsi sono stati utilizzati fondi della Comunità Europea, ma le persone che hanno potuto accedere sono poche.

Tra scuola (anche elementare, perchè c’è un forte analfabetismo di ritorno), corsi professionali e lavoro (garantito solo a 50 persone, perchè non ci sono risorse per pagarne di più), sono impegnate 250 persone, un numero accettabile se il totale degli ospiti fosse di 281 (capienza tollerabile), inadeguato invece per una popolazione reale di più di 500 persone.

Zito conclude con un apprezzamento per il lavoro dei volontari e l’invito a fare volontariato in carcere.

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Emma Seminara

Emma Seminara, giudice di sorveglianza dell’Istituto Penale Minorile, ha portato l’esempio di strutture carcerarie che diventano reali luoghi di recupero quando il rapporto numerico tra reclusi ed educatori rimane a livelli accettabili e, soprattutto, si crea una sinergia tra direzione e magistratura di sorveglianza sulla base di una comune visione e di una coraggiosa gestione delle opportunità presenti sul campo.

Ha ricordato le cose straordinarie che vengono realizzate negli IPM di Acireale e soprattutto di Bicocca, che Argo ha spesso raccontato (link, box): dalla scuola ai corsi di formazione per pizzaioli ed elettricisti, spendibili all’esterno, ai corsi di vela, al lavoro esterno, che si avvale di borse lavoro e di finanziamenti europei.

Il problema che Seminara ha voluto particolarmente sottolineare è quello dei giovani adulti, in particolare dei ragazzi che hanno compiuto 21 anni e sono costretti a lasciare l’istituto minorile e a passare alle carceri degli adulti, tra persone molto più grandi di età che li fanno talora oggetto di violenze, anche sessuali. Dai 21 ai 25 anni questi ragazzi vengono seguiti ancora dal giudice minorile ma con strumenti che sono quelli previsti per gli adulti. Molti giovani, ad esempio, non possono accedere alle misure alternative, come l’affidamento in prova ai servizi sociali, perchè non si trovano nelle condizioni previste dall’ordinamento penitenziario (che è quello degli adulti), cioè che debbano residuare tre anni di pena.

In attesa di una riforma dell’ordinamento penitenziario minorile, Seminara ha auspicato che il legislatore aggiunga almeno un comma che consenta una deroga da questo limite per i giovani che abbiano commesso reati quando erano minori e abbiano poi seguito un percorso significativo di maturazione. L’ideale, però, per i giovani dai 21 ai 25 anni, è quello di scontare la pena in una apposita struttura comunitaria. In Italia ne esiste solo una, a Serviana in Sardegna, ed è stata realizzata sulla base di una convenzione con la Regione. Libera o altre associazioni sensibili a questo tema potrebbero farsi promotrici della realizzazione di una struttura simile qui da noi, mediante una convenzione con la Regione Sicilia.

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Salvo Fleres

Ha ragione Salvo Fleres, garante dei detenuti in Sicilia, quando dice che la società non può considerare il mondo penitenziario come un corpo estraneo, come se non avesse nessuna responsabilità. Ha ragione quando dice che il mondo politico (ma lui dov’era?) ha ignorato il problema penitenziario, che molti soldi sono stati spesi male e che il lavoro di ben tre commissioni, arrivato alle stesse conclusioni sulle pene alternative, è stato ignorato. Ha ragione sul fatto che gli agenti della polizia penitenziaria non hanno solo compiti di custodia ma anche di assistenza, senza ricevere -però- su questo fronte una adeguata preparazione.

A conclusione di queste premesse si è però limitato a presentare un grafico in cui, con simboli e calcoli non sempre chiari, ha anticipato il contenuto di una sua pubblicazione in cui si dimostra che la durata della pena è percepita come maggiore dal detenuto quando c’è “un di più di afflittività”. Lo spazio inadeguato, la carenza di “tempo trattamentale”, la maggiore distanza dal luogo di provenienza e quindi il minor numero di visite fanno sì che un anno di pena possa corrispondere, nella percezione soggettiva, a più di tre anni. Fleres ha sottolineato che la pubblicazione sarà diffusa gratuitamente ma noi non possiamo non chiederci chi la pagherà. Probabilmente noi stessi.

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Angelo Sinesio

Angelo Sinesio, commissario straordinario all’emergenza carceri, ha sottolineato che sta lavorando, con altri, alla realizzazione del piano carceri senza compenso aggiuntivo e che i 2 milioni di euro così risparmiati dallo Stato verranno destinati ad interventi per dare lavoro ai detenuti.

La mancanza di una visione strategica ampia sulle strutture penitenziarie è, a suo dire, una delle cause delle attuali criticità, insieme alla mancanza del controllo preventivo (“fare lavorare la Corte dei Conti piuttosto che la magistratura ordinaria”).

Il Piano carceri, dotato di 388 milioni di euro, prevede che, entro il 2014 si avranno 11.600 nuovi posti carcere (nuovi padiglioni, nuovi istituti penitenziari, alcune ristrutturazioni), di cui 2300 entro il 31 dicembre di quest’anno, data che segnerà anche la fine dell’emergenza.

Effettuando una ricognizione delle carceri, è emerso che molti istituti sono localizzati in zone economiche strategiche, in pieno centro storico (San Vittore, Regina Coeli, Ucciardone, Piazza Lanza). La gestione di queste strutture è molto costosa, il loro valore economico alto. Si potrebbe ‘valorizzare’ questo patrimonio attraverso una graduale dismissione, che permetterebbe di utilizzare i soldi recuperati dalla vendita per costruire carceri nuove, ecologiche, degne di un paese civile (“la vendita di una sola di queste strutture equivarrebbe ad un intero piano carceri”).

Neanche un accenno, però, è stato fatto da Sinesio ai problemi relativi a questa ‘valorizzazione’, per esempio alle speculazioni edilizieche potrebbero sconciare i nostri centri storici e favorire interessi privati e forse anche mafiosi.

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Giuseppe Passarello

Giuseppe Passarello, presidente Camere Penali
Per gli avvocati penalisti il carcere è stato a lungo un mondo inesplorato e solo di recente, oltre ad accedervi per motivi professionali, vi sono entrati con proprie delegazioni e le hanno raccontate nella pubblicazione “Prigioni d’Italia. Viaggio nella realtà delle carceri”.

Ma la risposta alla devianza non deve essere sempre e solo il carcere. Si devono studiare sanzioni alternative che lo stato deve avere la forza di imporre e che devono essere articolate, modulate.

Si è creata una situazione un po’ schizofrenica, per cui si parla di diritto penale minimo ma in Parlamento ogni giorno “non so quante fattispecie si tenta di criminalizzare”. E fa esempi di reati contravvenzionali che vengono, per un sistema di spinte e controspinte, spostati verso il dolo e il delitto.

Espone quindi le richieste dei penalisti alla politica perchè intervenga con interventi legislativi che incrementino l’utilizzo delle misure alternative:

  • La messa alla prova, che ha funzionato nel diritto minorile e potrebbe funzionare per i maggiorenni
  • La detenzione domiciliare, non come forma attenuata di detenzione ma come sanzione forte, penalizzante
  • Sanzioni riparatorie, pecuniarie, che potrebbero essere particolarmente adatte a certe situazioni (es. a chi viene meno agli obblighi di assistenza familiare)
  • Depenalizzazione, in modo che il carcere debba “rispondere alle fattispecie di devianza che mettono in pericolo la collettività”

Uno dei motivi che portano al collasso il sistema carcerario è, infatti, a parere dei penalisti, l’abuso della custodia cautelare, che va utilizzata solo come extrema ratio.

Si potrebbe inoltre applicare la cosiddetta legge Simeone, che prevede che, chi è condannato a una pena che non superi i tre anni, possa chiedere alla magistratura di sorveglianza di essere ammesso a un beneficio anche senza entrare in carcere (art.656). Il legislatore, dopo averlo affermato, lo ha di fatto negato, eliminando -nei ‘pacchetti sicurezza’ del 2008 e 2009- tutta una serie di fattispecie per cui poteva assere applicato il 656.

Infine, la magistratura di sorveglianza, che ha molta discrezionalità, è stata invitata da Passarello ad avere “più attitudine al rischio”. I permessi premio, ad esempio, vengono concessi molto raramente anche perchè -afferma Passarello- negarli evita al magistrato ogni problema. Bisogna tuttavia riflettere sul fatto che i tassi di recidiva di chi usufruisce di misure alternative al carcere sono molto più bassi rispetto a chi, nel carcere, sconta tutta la pena.

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Giovanni Salvi

Ad un anno dal suo arrivo alla direzione della Procura di Catania, Giovanni Salvi tira le somme del proprio operato per dimostrare che la situazione può cambiare se le istituzioni deputate al carcere (amministrazione penitenziaria, magistrati, avvocatura, associazioni di volontariato) si mettono a lavorare insieme e se si fanno interventi rapidi su ciò che può essere modificato, anche con le scarse risorse disponibili e con i vincoli delle leggi attuali.

Ne scaturisce uno dei messaggi più forti del convegno: “facciamo subito quello che è possibile fare a risorse e giurisdizione invariate”.

Ad es, la Camera Penale ha segnalato i ritardi (da cinque a venti giorni di attesa) per ottenere l’autorizzazione ai colloqui con i detenuti. “Abbiamo capito che c’era un problema organizzativo nostro e di Piazza Lanza e lo abbiamo risolto, risparmiando anche sul personale. I tempi di attesa del colloquio sono stati azzerati e la creazione di un sistema di turni per i colloqui ordinari sta impedendo alla criminalità organizzata di intervenire anche a questo livello.

Con la riorganizzazione delle direttissime si è ridotto il fenomeno delle ‘porte girevoli’. Il cittadino arrestato va a giudizio in 24-48 ore dall’arresto e va in carcere solo se così stabilisce la sentenza, senza entrarci affatto se la sentenza non lo prevede. Evita così umiliazioni come la perquisizione personale e tutto ciò che l’ingresso in carcere comporta, e si avvantaggiano anche lo stato (a Piazza Lanza è stato calcolato un risparmio di 400 mila euro l’anno) e l’organizzazione interna della Procura perchè il Gip può dedicarsi ai procedimenti seri.

Le esecuzioni penali erano in grande sofferenza. Oggi sono decise in tempo reale l’esecutività della sentenza e le revoche delle sospensioni cautelari, permettendo al giudice di avere un certificato penale aggiornato con guadagni in tempo ed efficacia (non ci saranno ulteriori sospensioni condizionali per i recidivi, etc). E, se entreranno più persone in carcere, lo faranno da definitivi.

Un migliore utilizzo del personale si avrà con l’apertura del reparto detentivo al Cannizzaro, entro il primo semestre del 2013. Oggi il ricovero in ospedale di un detenuto, nelle normali corsie, necessita di molto personale di sorveglianza e comporta un disagio per gli altri ricoverati.

Rispondendo implicitamente a chi aveva chiesto maggiore capacità di rischio ai giudici di sorveglianza, Salvi ha sottolineato la serietà dei problemi che questi ultimi si trovano ad affrontare, visto il contesto in cui operano. “I nostri livelli di criminalità non sono quelli della Svezia” ha sottolineato. “Possiamo parlare, come si fa da tempo, di misure alternative e di diritto penale minimo, ma dobbiamo comunque assicurare un numero di posti in carcere adeguato al nostro contesto di criminalità mafiosa e di illegalità diffusa”. Purchè sia assicurato il decoro, come si sta facendo con le ristrutturazioni previste a Piazza Lanza, “perchè non ci sia più la vergogna di un padiglione come il Nicito”.

E non dimentichiamo che il vero problema è che “ancora ci si mette troppo ad arrivare alla sentenza”.

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Carmelo Giongrandi

Carmelo Giongrandi, presidente del Tribunale di sorveglianza, che egli stesso definisce “occhio vigile della giurisdizione all’interno del carcere”, dopo una panoramica della situazione delle carceri (“quando non sono possibili trattamenti di recupero, il carcere può divenire un luogo criminogeno”), si è soffermato in particolare sul ruolo dei magistrati di sorveglianza.

Ha denunciato la carenza di organico del proprio ufficio (mancano due magistrati su sei e parte del personale amministrativo) che rende più pesante il lavoro delicato e difficile di questi magistrati che, per concedere i benefici penitenziari, devono scrupolosamente accertare la diminuita pericolosità sociale del detenuto.

Quanto alla crescita della popolazione carceraria, molte ne sono le cause, tra cui:

  • la crescita esponenziale dell’area delle condotte penalmente rilevanti, mentre ci si dovrebbe muovere, laddove possibile, verso la depenalizzazione
  • la codificazione di ipotesi obbligatorie di custodia cautelare (non si dà al giudice potere discrezionale)
  • il ricorso alla custodia cautelare (leggi: carcere) per rispondere alla diffusa richiesta di sicurezza sociale
  • il diffondersi di automatismi che precludono l’accesso alle misure alternative

Si è poi soffermato sull’aspetto normativo e ha fatto riferimento alla relazione prodotta dalla “Commissione mista per lo studio dei problemi della magistratura di sorveglianza”, voluta dal CSM e composta da esponenti dello stesso CSM, del ministero della giustizia e della magistratura di sorveglianza, da cui sono emerse alcune proposte di modifica sull’accesso ai benefici penitenziari.

Ecco, in sintesi, alcune delle proposte:

  • modificare l’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario, in modo che- con esclusione dei delitti mafiosi o di terrorismo- non ci siano, per gli altri detenuti, impedimenti all’applicazione delle misure alternative
  • eliminare la preclusione dei benefici penitenziari ai recidivi
  • eliminare la soppressione dei benefici a chi ha subito la revoca della detenzione domiciliare
  • estendere l’affidamento terapeutico a tutti i condannati per reati di droga
  • eliminare i casi di custodia cautelare obbligatoria, attualmente previsti

La introduzione di queste norme permetterebbe un aumento della concessione di misure alternative di 10 mila casi all’anno. Ci sarebbero anche ricadute positive future, se è vero che -come dicono le statistiche- chi ha usufruito di misure alternative, torna meno a delinquere (la recidiva è oggi all’1% se, oltre ai benefici penitenziari, c’è stato anche un inserimento nel circuito produttivo).

E’ evidente che questi provvedimenti sono validi solo per chi ha sentenze passate in giudicato e lasciano fuori una buona fetta di detenuti (es. di Piazza Lanza) che sono ancora in attesa di giudizio.

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One Response to “Adesso i magistrati “vanno in carcere””

  1. Bisogna fare attenzione al destino riservato all’edificio di piazza Lanza. Pare che interessi ignobili si siano appuntati su quella zona per realizzare un indecoroso edificio multipiani .Sinesio non è ha parlato e proprio questo fatto è inquietante.Se la città dorme in quel posto vedremo realizzare un bel grattacielo ad opera dei nostri soliti lestofanti del mattone. E allora addio a verde ed a standard urbanistici. I cavalieri della cazzuola faranno scempio di quella zona. Bisogna stare attenti e controllare lo stesso Sinesio.

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