Martedì 11 dicembre 2012. Nell’aula A 2 della facoltà di Lettere, nell’ex Monastero dei Benedettini, si ricorda Stefania Noce, ammazzata, il 27 dicembre scorso, dal fidanzato che diceva di amarla. L’assemblea indetta dal Movimento studentesco catanese è una risposta all’interrogativo di Stefania:”Ha ancora senso essere femminista?”.

Se lo chiedeva Stefania, sia pure con una domanda retorica. L’assemblea ha risposto con un’affermazione perentoria che campeggia sul manifesto: “Ha ancora senso essere femminista!”. Paradossalmente si apre con il bellissimo intervento di un uomo, un ragazzo del Movimento studentesco catanese. Si chiama Matteo Iannitti, e spiega che quell’assemblea non serve solo a non dimenticare, a ricordare Stefania, ma a rilanciare il problema dei delitti di genere. Che non sono frutto di follia, di raptus, di gelosia e tantomeno di amore. Non sono fatti di cronaca nera. Conclude Matteo: “Noi uomini dobbiamo finire di essere il problema; dobbiamo essere la soluzione”.

L’università dovrebbe dare un segnale, schierarsi, dando il nome di Stefania Noce all’aula A 2 e conferendo alla studentessa uccisa la Laurea ad Honorem. E’ questo che chiedono a gran voce un migliaio di persone che hanno firmato l’appello del Movimento studentesco. Sui banchi  c’erano gli studenti, le donne di varie associazioni, Senonora quando?, Le Voltapagina, La città felice, Thamaia, l’Arci, rappresentanti di Rifondazione comunista e del Pd.

C’erano Rosa Miano, la mamma di Stefania e Ninni Noce, il papà, che alla fine prenderà la parola. C’erano altri parenti, e Franco Barbuto, amico di famiglia e rappresentante di Sen, l’associazione che prende il nome dalla sigla che Stefania usava per firmare i suoi pezzi su La Bussola.

In aula anche due docenti, Maurizio Caserta e Antonio Di Grado, intervenuto anche come padre di due ragazze. Nessun rappresentante dell’amministrazione dell’Ateneo. Non sarà facile ottenere per Stefania la laurea ad honorem che, pure, è stata concessa con facilità al costruttore Caltagirone, indagato e incarcerato.

“La violenza di genere è una responsabilità collettiva” – interviene Gloria La Greca di ‘Sicilia è femmina’ che mette l’accento sulla sottovalutazione sociale del fenomeno, sulla mercificazione del corpo femminile, sulla violenza istituzionale. “Spesso le donne non sono credute. – dice- Vanno a denunciare ma il carabiniere o il poliziotto propone loro assurde mediazioni e le rimanda a casa, a morire”.

Emma Baeri, femminista della prima ora, del gruppo de Levoltapagina, mette in guardia dalla lentezza con la quale cambia la cultura, la mentalità. Le idee, invece, vanno veloci. Per questo quello striscione contro il femminicidio che pende dal balcone del Comune di Catania rappresenta un imput formidabile per le battaglie contro la violenza sulle donne. Occorre educare gli uomini. Occorre introdurre nelle scuole corsi di educazione sentimentale. Di questo parla anche Marina La Farina di Senonoraquando? che auspica anche la creazione di un Osservatorio permanente sessista interdisciplinare. Per ricordare bisogna nominare e rinominare e nominare ancora. Per questo Antonia Cosentino, di Levoltapagina insiste sull’importanza della Toponomastica e invita a intitolare una strada alla “Resistenza delle donne alla violenza maschile”.

Fondamentale la convergenza sull’assunto che la violenza sessista è un problema che riguarda gli uomini e che è da lì che bisogna partire per Mirella Clausi de La città felice che parla della Ragnatela, tante associazioni che fanno rete. Intervengono anche altri uomini; Pier Paolo Montalto, segretario di Rifondazione comunista parla dei femminicidi come tragedie annunciate e Mario Bonica legge una lettera simbolica, a un uomo violento.

Mia figlia è diventata un simbolo e vivrà“. Non ha dubbi Ninni Noce come tanti in quell’aula che non chiamano più aula A 2 ma aula Stefania Noce.

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