Era il 1973 quando De Andrè pubblicava il concept album “Storia di un impiegato” e a 40 anni di distanza quegli 8 brani suonano più che mai attuali. Li ha riproposti Sabato 1 Dicembre, sotto forma inedita e originale (quella del Teatro-Canzone), l’ “Officina Teatro Canzone” alla “Sala De Curtis” presso il teatro “Guido Leontini”, regalando agli spettatori l’occasione di riscoprire uno dei cantautori italiani di maggiore spessore, e un album tanto complesso quanto carico di significato.

Spiccano le interpretazioni di Giuseppe Pastorello, nelle vesti del protagonista impiegato (oltre che regista e sceneggiatore) e soprattutto di Maria Teresa D’Andrea nel ruolo della moglie. Il tutto incorniciato da un originale arrangiamento musicale e dall’apporto di tre voci che regalano espressività e vitalità all’atmosfera.

Ne scaturisce uno splendido mix di luci, gesti, musica e parole che allargano la tensione emotiva e regalano un’interpretazione suggestiva di uno dei più belli, ma anche discussi, album del cantautore genovese.

“Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”. Le parole risuonano forti nell’aria. Dardi scagliati contro il muro dell’indifferenza, un invito alla presa di responsabilità. E ognuno per un attimo si immedesima nella storia di quell’impiegato che, a 5 anni dal ’68, sentendo una canzone dell’autunno francese, sente ardere lo spirito rivoluzionario e si rivolta alle convenzioni borghesi.

Ognuno si immedesima in quella storia di ribellione sognata, tentata, fallita; ma in qualche modo anche riuscita, quando in carcere, “in mezzo agli altri vestiti uguali”, l’impiegato-bombarolo riesce a dare concretezza alla parola rivoluzione coniugandola al “noi” e condannando la sua stessa azione violenta e individualista come assolutamente vana.

“Non esistono al mondo poteri buoni”, i cambiamenti devono avvenire sotto l’onda collettiva perché la “rivoluzione” violenta e individualista spesso non fa altro che lo stesso gioco del potere (come gli fa notare il giudice in “Sogno numero due”).

Ciò che passa alla fine quindi non è l’azione “terroristica” dell’impiegato che si fa “bombarolo” (azione che risente del clima degli anni di piombo), ma la tensione emotiva, la passione, la voglia di riscatto dell’impiegato modello che, sentendosi “coinvolto”, non può più stare a guardare e comincia a prendersi le sue responsabilità.

Passa anche il messaggio, tipico della morale del Faber, “ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”, che risente sicuramente della sua personale diffidenza verso una legge spesso iniqua e asservita al potere.

Un messaggio che, anche se estremizzato, riesce a esprimere senso della collettività, solidarietà sociale e aspirazione ad una uguaglianza sostanziale, i valori dai quali non si dovrebbe prescindere quando si parla di cambiamento e rivoluzione ai giorni nostri.

 

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