Vengono dalle Mauritius, dalle Filippine, dal Marocco, dall’Afganistan, fanno scuola d’italiano al Centro Astalli e all’interno del Centro hanno ricevuto la proposta di trasformarsi in artigiani creativi. Hanno accettato la sfida.

Tutto nasce dalla scomparsa di Elisabetta Frazzetto, artigiana e titolare di un negozio di via Pasubio. Il materiale della sua bottega viene recuperato e conservato da due amiche, anch’esse artigiane, e insieme a lei socie della cooperativa ‘Manifatture’, composta quasi esclusivamente da donne creative che lavorano la pietra lavica, la carta, i semi…

Le due amiche, Francesca Barbagallo e Marinella Salerno, non sanno come utilizzare il materiale ricevuto e, alla fine, decidono di rivolgersi ad Elvira Iovino, responsabile del Centro Astalli, presso cui Marinella è da anni volontaria.

Elvira accoglie con entusiasmo l’idea di organizzare, con quei materiali, un laboratorio artigianale che coinvolga alcuni migranti in un progetto intitolato proprio ad Elisabetta Frazzetto.

Quasi nessuno dei giovani stranieri che accetta di partecipare ha esperienze pregresse di lavoro artigianale, tuttavia si lanciano in questa avventura perchè sperano di trovare l’occasione di piccoli guadagni. Qualcuno dimostra una particolare abilità manuale o una maggiore capacità inventiva, ma tutti devono superare le difficoltà di comunicazione legate alla lingua, le differenze culturali che rendono difficile capire il senso dell’addobbo natalizio, la ritrosia che spesso caratterizza chi viene emarginato dalla società.

Il laboratorio si svolge nei mesi autunnali, in due pomeriggi la settimana, sotto la guida di Francesca e Marinella, che incoraggiano i ragazzi ad essere creativi. Non tutti sono assidui, qualcuno partecipa saltuariamente perchè impegnato in lavoretti occasionali, ma nel complesso l’esperienza procede e le prime soddisfazioni arrivano quando si comincia ad esporre e a vendere in occasione della Expobit di novembre alle Ciminiere, dove si allestisce un panchetto.

Gli oggetti realizzati non hanno un prezzo, viene chiesta un’offerta volontaria e viene spiegato il senso dell’iniziativa, anche su biglietti che accompagnano i lavori esposti. “Temevo che i ragazzi andassero incontro ad una delusione” ci racconta Francesca “ma così non è stato. La gente ha capito ed è stata anche generosa”.

Certo non tutti hanno guadagnato, perchè non è stato istituito un fondo comune e c’è chi ha venduto e chi no. Si è cercato, però, di moltiplicare le occasioni di esposizione e di vendita e qui è intervenuta la collaborazione della Convenzione per la pace.

Questa rete di associazioni (Udi, Emergency, LILA, Centro Astalli, Rettoria San Nicolò l’Arena, Pax Christi, Libera, Mani Tese, COPE) sta infatti cercando quest’anno di ritrovare il senso della propria presenza sul territorio condividendo e sostenendo le iniziative che “tengano alta l’attenzione sulla tragicità della guerra e sulla costruzione di percorsi comuni di sostegno immediato alle vittime dei conflitti che vivono nel nostro territorio” come ci spiega Adriana Cantaro, attivista della Convenzione.

E’ stata fatta, ad esempio, una raccolta di fondi a favore delle immigrate vittime della tratta all’interno della campagna dell’UDI “Stop al femminicidio” e adesso si decide di sostenere questo progetto “che coinvolge uomini e donne in fuga da guerre e persecuzioni, arrivati fino a noi dopo viaggi al limite della realtà” come dice ancora Adriana.

La Convenzione ha quindi sollecitato la collaborazione del cinema King, che ha ospitato un panchetto in due serate dedicate al regista iraniano Jafar Panahi, e sta organizzando altre esposizioni presso scuole e parrocchie.

Alcuni manufatti sono esposti, in forma stabile, presso la Libreria Prampolini di via Vittorio Emanuele e un panchetto sarà presente anche presso la Fera Bio del giorno 23 dicembre.

Una cena di sostegno, realizzata con cibi e bevande portati dai volontari delle varie associazioni, è stata realizzata sabato 15 in via Tezzano, nella sede del Centro Astalli.

Adesso che è stato fatto il primo passo, si stanno studiando le possibilità di proseguire e rendere più stabile il progetto, con la costituzione di una cooperativa o individuando possibili finanziamenti. Non è facile in questo periodo di crisi, ma già i più attivi tra i giovani migranti coinvolti pensano di usare il denaro guadagnato per acquistare nuovo materiale.

Almeno per qualcuno di loro, tra “quelli che non sono solo in transito -precisa Marinella Salerno- ma hanno deciso di fermarsi a Catania”, questa esperienza potrebbe trasformarsi in una occasione di lavoro all’insegna della dignità e dell’autonomia.

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