Ogni anno è così. Ci sono tre manifestazioni per ricordare Giuseppe Fava e la sua morte per mano mafiosa, quel 5 gennaio di 29 anni fa. Tre manifestazioni con tre diverse connotazioni. Il presidio davanti alla lapide, un appuntamento nato spontaneamente e sempre rinnovato, ma al quale nessuno può mancare, nemmeno quando piove o nemmeno, come stavolta, quando il Catania gioca in casa. Lì ci sono quelli che l’hanno conosciuto, sempre più carichi di anni, sempre meno riconoscibili l’uno all’altro. E anche parecchi giovani che lo hanno scoperto ed apprezzato attraverso i suoi scritti e attraverso le parole di coloro che allora c’erano.

Come sempre si dividono in due gruppi: uno staziona proprio sotto la lapide che ricorda l’omicidio, dove i figli del giornalista e scrittore (stavolta solo Elena chè Claudio era assente), sostengono l’assalto di cameramen e giornalisti; l’altro sul marciapiedi di fronte, a debita distanza dal primo, a sancire un dissenso non occultabile. Quest’anno i contorni dei due gruppi erano, però, meno netti, sfrangiati; ogni tanto qualcuno si spingeva in avanti, andava su e giù da un marciapiedi all’altro. Minore, forse, la voglia di sottolineare le differenze rispetto alla volontà di percorrere un cammino nel solco lasciato da Fava.

Abbiamo detto “un appuntamento al quale nessuno può mancare” se non, naturalmente, le istituzioni, Comune, Provincia, Regione. Presente, anche quest’anno, solo il Procuratore della Repubblica di Catania Giovanni Salvi che vede il messaggio di Fava come invito ad “avere coraggio e, a volte, essere scomodi”. Assenze notate e denunciate, a ragione, dalla figlia del giornalista, Elena Fava, che definisce Catania, “una città che ha perso la capacità e il piacere dell’indignazione” .

Ma torniamo alla seconda manifestazione, della Fondazione Fava, quella del centro Zo, quella per certi versi “istituzionale”, “Nient’altro che la verità. Scritture e immagini contro le mafie”, con l’assegnazione del premio giornalistico intitolato a Giuseppe Fava che quest’anno è andato al bravissimo inviato di Repubblica Attilio Bolzoni. Ha parlato dei precari, Bolzoni, sottopagati e sottoriconosciuti, isolati da colleghi, direttori ed editori, di quei giornalisti invisibili che rischiano la vita per denunciare. Contraltare è l’informazione svuotata di contenuti e di passioni, quella che rifugge dalla ricerca della verità, da quel giornalismo d’inchiesta praticato da Fava, adesso ucciso dai colpi dell’informazione flash e del copia-incolla. “Si aggiunge alle barriere poste da direttori ed editori di giornali per ragioni economiche e politiche – spiega Attilio Bolzoni – la mancanza della voglia di fare giornalismo d’inchiesta”.

Di buono e cattivo giornalismo parla anche Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, e fa notare la differenza tra lo stile di Fava che acquisiva le informazioni necessarie per le sue inchieste tra la gente e il giornalismo odierno che “al limite rincorre qualche sottosegretario”. Don Ciotti ha denunciato il silenzio della stampa sulle confische dei beni di mafia e ha rinnovato gli appelli di Libera per la salvaguardia delle aziende sottratte ai mafiosi e per l’approvazioni di leggi idonee contro la corruzione e il falso in bilancio.

Si è parlato poi della trattativa Stato-mafia. “Il giornalismo si è concentrato su fatti marginali, -rileva Bolzoni -come il conflitto d’attribuzione scatenato dal Quirinale, tralasciando le questioni prioritarie che c’erano alla base, come ad esempio le responsabilità di Mancino in tutta la vicenda”. E le televisioni pubbliche negli ultimi tre mesi sono tornati sull’argomento solo con 14 notizie su 33.000. L’inviato di Repubblica ha terminato con un auspicio : “I pentiti di mafia li ascoltiamo da 20 anni. Adesso vorremmo ascoltare i pentiti di Stato! Che qualche ministro, qualche ex presidente della Repubblica si penta e racconti”.

Ma di giornalisti coraggiosi che rischiano la vita, si è parlato anche nel terzo incontro del 5 gennaio 2013, un incontro più di base, come dire ? tradizionalmente anche un po’ underground: niente premi, né grossi nomi, solo un po’ di quella che viene definita vagamente società civile, molti ragazzi , tanti desideri e speranze e Riccardo Orioles, uno dei giornalisti di Fava, se non il primo. A Cittainsieme, in via Siena, nell’assemblea per i Siciliani giovani abbiamo registrato qualche presenza in meno rispetto agli incontri degli anni precedenti, ma la medesima volontà di non mollare e, soprattutto, di mantenere la ‘promessa’: riportare in edicola la gloriosa testata stavolta cartacea, entro febbraio 2013. Un impegno che potrà essere mantenuto se la sottoscrizione -attualmente sono stati raccolti 4.000 euro- ‘crescerà’.

Legittimi, per i promotori, tutti i modi di ricordare Fava, ma loro vogliono farlo provando a non dimenticare la sua lezione di giornalismo perché, come diceva il direttore assassinato dalla mafia, la buona informazione rende tutti più liberi e toglie qualunque alibi rispetto a una corretta gestione della cosa pubblica.

Per questo, in apertura, Riccardo Orioles ha voluto ricordare due fra i tanti collaboratori dell’attuale giornale on line, Ester Castano e Arnaldo Capezzuto. La prima non solo ha contribuito a disvelare la presenza della ‘ndrangheta nella ‘capitale morale del Paese’, ma, pur di continuare a lavorare liberamente, ha rifiutato proposte di lavoro, interessanti dal punto di vista economico, che, però, le avrebbero impedito di proseguire ulteriormente nell’azione di indagine e denuncia. Il secondo, da Napoli, ci ricorda che fare il giornalista vuol dire: “Documentare, indagare e fare domande e se non ti rispondono fare di nuovo domande”. Così come fa lui nella difficile realtà di Scampia.

Orioles ha anche ricordato il lavoro di rete che caratterizza I Siciliani giovani, pur nell’autonomia delle tante testate che collaborano insieme. Testate che diventano sempre più punti di riferimento nel territorio (Modica, Bologna, Milano) anche grazie all’ organizzazione di convegni e dibattiti pubblici in grado di approfondire tematiche locali e nazionali.

L’incontro del centro Zo ci ha riservato una piacevole sorpresa, un regalo, la proiezione di “Opere buffe”, inchiesta realizzata da Giuseppe Fava tra la miniera di Cozzolisi, Siracusa e Marina di Melilli. Situazioni limite e personaggi limite, ma della nostra realtà, quelle in cui si addentra il giornalista catanese per dipingere il “cuore cupo della Sicilia”. Nel video emerge “l’amore per la verità e il valore etico del giornalismo di Fava” – afferma Don Luigi Ciotti – che “non è solo etica nella professione, ma etica come professione”.

Al di là del filmato, è stato emozionante rivedere Fava, il suo abbigliamento semplice, i capelli lunghi sulla nuca, risentire la sua inconfondibile voce. Il documentario, ripescato nelle Teche Rai è stato altresì un piccolo assaggio della rassegna “Prima che vi uccidano. Giuseppe Fava idea di un’isola”, organizzata dalla Fondazione Fava e da Nomadica, circuito autonomo per il cinema di ricerca, e già programmata al cinema King per il 9 e il 10 gennaio. Nel corso della due giorni saranno in programmazione film e documentari di Giuseppe Fava che era anche sceneggiatore, scrittore, autore di testi teatrali.

Il programma potete trovarlo a questo link

Per chi invece volesse dare un un contributo per il cartaceo de I siciliani giovani: Banca Etica IT 28 B 05018 04600 000000148119 OPPURE C/C 001008725614 (conto corrente postale Ass. Culturale I Siciliani Giovani).

Be Sociable, Share!

Tags: , , , , ,


One Response to “Ricordando Giuseppe Fava, 29 anni dopo”

Trackbacks/Pingbacks

  1. Pippo Fava, 29 anni fa in via dello stadio. | angelocapuano

Lascia un commento

Puoi usare questi tag HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>