“Il punto critico della questione [è il ] rispecchiarsi assai poco virtuoso […] tra amministrati e amministratori […], tra chi chiede risorse pubbliche allo stato e chi ne garantisce l’afflusso nelle periferie. Il che significa che, qualunque sia stato storicamente il ruolo dei governi centrali, molta parte del problema del dualismo [fra Nord e Sud, ndr] va addebitato alle classi dirigenti e alle comunità del Mezzogiorno.”

Con questo giudizio netto, e del tutto condivisibile, si chiude il saggio edito da Il Mulino, Unità a Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo insieme i pezzi, con cui lo storico Paolo Macry, docente di Storia contemporanea all’Università Federico II di Napoli, offre il suo contributo al dibattito sul modo con cui l’Italia ha portato a termine e vissuto i primi 150 anni del suo processo di unificazione.

Il saggio si fa leggere con interesse in tutte le sue parti, ma noi scegliamo di concentrarci sull’ultima, quella che riguarda il secondo Novecento, perché ci sembra di grande attualità, soprattutto per i non pochi elementi di riflessione che può fornire mentre ci apprestiamo ad eleggere i nostri rappresentanti al Parlamento nazionale.

Il volume ripercorre, nei primi tre capitoli, gli eventi che, fra il 1860 e il 1861, portarono, in modo non previsto, anche per i ripetuti errori politici della élite dirigente borbonica che configurano una sorta di ‘suicidio politico’, al collasso del Regno delle due Sicilie che aprì definitivamente la strada alla unificazione nazionale.

Con il successo dell’impresa di Garibaldi il Mezzogiorno entra a forza nella dinamica del Risorgimento e condizionerà in modo determinante (rendendole particolarmente intricate e conflittuali) le successive tappe del processo di unificazione che dovrà fare i conti con un persistente dualismo nord-sud.

A questo proposito, l’Autore, già nell’introduzione, esprime una considerazione: il confronto fra i due comparti non può essere limitato solo alle strutture economiche. Al di là di esse “esistono fenomeni – come la questione demaniale, le permanenze del sistema feudale, la qualità delle comunità locali, il rapporto con lo stato” che, anche se non quantificabili, rendono ampie parti del Mezzogiorno straordinariamente lontane dal nord.

Questa distanza fra nord e sud viene concentrata da Macry nell’espressione ‘squilibrio territoriale’ che farà a lungo da contrappeso alla ricerca di un equilibrio nazionale che si costruirà su una formula apparentemente semplice: “l’élite di governo […] distribuirà alle periferie -e sempre più alle periferie meridionali- quantità crescenti di risorse pubbliche, ricavandone legittimazione e consenso elettorale […]. A loro volta, le classi dirigenti locali […] ne avranno gli strumenti necessari per consolidare il proprio controllo su municipi, province e infine regioni.”

Detto con parole più semplici “il ceto politico nazionale offre alle periferie risorse pubbliche in cambio di consenso.” Si tratta dunque di un consenso politico ‘comprato’ con la redistribuzione di risorse derivate dal controllo esercitato prima sulle istituzioni (ampliamento degli apparati amministrativi) e, in seguito, sulle imprese industriali a capitale statale.

“La distribuzione di risorse pubbliche finirà per diventare il surrogato politico di una crescita autoctona, finendo per frenare storicamente la modernizzazione del Mezzogiorno” e favorendo la “persistenza artificiosa della disomogeneità del paese.”

Essa infatti è povera di effetti sulla crescita del territorio perché toglie spazio ai progetti di interesse collettivo e tende a generare sprechi per investimenti che spesso si rivelano inutili e dal costo sproporzionato, dovendosi includere il peso della corruzione nei vari passaggi sia politici che amministrativi.

Inoltre “garantirà una sopravvivenza artificiosa proprio di quelle élite locali che sono uno dei principali artefici del divario tra nord e sud” per cui esse, in un circolo vizioso, saranno sempre più valutate e selezionate non in base alla maggiore o minore efficacia delle proprie strategie di sviluppo economico e civile, ma per la loro capacità di indirizzare sul territorio le risorse provenienti dal governo centrale.

Le élite e i territori più dinamici, invece, vengono premiati politicamente perché maggiormente capaci di organizzarsi e di influire sulle scelte strategiche del paese, per cui le politiche governative appaiono spesso costruite alla scala delle élite settentrionali, tagliando fuori la parte meridionale del paese.

Nella seconda metà del ‘900, nel quadro della nuova centralità del Parlamento, questo modello di rapporto fra centro e periferia si modificherà, irrigidendosi progressivamente.

L’elemento più rilevante adesso è dato dalla centralità del sistema dei partiti e, in particolare della Democrazia cristiana, che, soprattutto al sud si sostituirà al notabilato liberale nella contrattazione di politiche e benefici, orientando spesso l’attività legislativa del Parlamento in senso particolaristico e microcorporativo.

A metà degli anni 70 si delinea una nuova realtà nella quale il ceto medio e, all’interno di questo, il pubblico impiego crescerà soprattutto nelle aree meno sviluppate e secondo modalità artificiosamente elevate (P. Sylos Labini). Contemporaneamente alle regioni del sud andranno altre ingenti risorse ordinarie e straordinarie (Cassa per il Mezzogiorno, lavori pubblici di taglio localistico, cattedrali nel deserto, ampliamento abnorme della burocrazia, sussidi assistenzialistici di varia natura e misura).

Si tratta di una diversa redistribuzione di risorse questa volta dal nord verso il sud che ha giustificate motivazioni perequative, “se si tiene conto del ruolo strategico che il sud ha svolto sul piano del mercato del lavoro, dei flussi migratori, del mercato interno, della fiscalità e, non di meno, sul piano degli equilibri politici nazionali.”

Essa tuttavia segnala una inedita “capacità delle regioni a più basso reddito e a più basso sviluppo socioeconomico di condizionare profondamente le politiche governative, chiedendo e ottenendo quantità crescenti di risorse sostitutive del mercato.” E’ quello che Salvatore Lupo definisce il ruolo egemonico esercitato dalla periferia sul centro.

D’altra parte è ancora una volta vero che essa non riesce ad innescare un vero e autonomo processo di sviluppo dei territori meridionali sia per l’evidente incapacità delle classi dirigenti politiche e imprenditoriali di gestire in modo efficace queste risorse, ma anche per gli alti livelli di sprechi, di corruzione e di infiltrazioni mafiose che ne deviano l’utilizzo.

Nel tempo però queste nuove politiche territoriali stanno rischiando di inceppare lo sviluppo di tutto il paese perché, contribuendo in modo decisivo alla crescita della spesa pubblica e del debito, hanno intaccano progressivamente i conti dello Stato e dunque la sostenibilità dell’intero sistema. Oggi, anche per questa gestione politico-elettoralistica delle risorse pubbliche, oltre che per lo sfavorevole contesto internazionale, il sistema Italia appare bloccato.

Alla vigilia delle elezioni, a fronte di un meridionalismo d’accatto che non esita ad allearsi con una Lega che sta puntando tutto sul rilancio della ‘questione settentrionale’, stenta ancora ad emergere una classe politica alternativa non a parole ma per la capacità di formulare una proposta in grado di coniugare progettualità di sviluppo e assunzione di responsabilità politica, per se stessa e per i propri elettori.

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