A Catania, nell’attesa che prenda forma un museo permanente della città degno di questo nome, ogni tanto si accende una fiammella che tiene desta questa speranza

Al Museo archeologico regionale “Ignazio Paternò Castello Principe di Biscari”, che dovrebbe nascere presso la ex Manifattura Tabacchi, in via Garibaldi 233, è aperta la mostra “Da Evarco a Messalla. Archeologia di Catania e del territorio dalla colonizzazione greca alla conquista romana”.

Si tratta di una esposizione che, forse per la prima volta, documenta in modo sistematico il periodo greco della nostra città, iniziato con la fondazione di una colonia ad opera di emigranti calcidesi nel 729/728 a.C.

I pezzi esposti nelle diverse sezioni, non moltissimi in verità, mostrano, in qualche caso per la prima volta, le ricostruzioni di ambienti e alcuni reperti rinvenuti nelle campagne di scavo effettuate negli ultimi decenni soprattutto in diversi siti della collina di Montevergine. Si tratta dell’area di piazza Dante, nel cortile e sotto le fondamenta del monastero dei Benedettini, del Teatro greco-romano, dell’ex Reclusorio della Purità e di piazza s. Francesco e via Crociferi.

Nella sezione iniziale si getta anche uno sguardo agli insediamenti precedenti che, allo stato attuale delle conoscenze, sono databili fino al V millennio a. C. Nel pannello che accompagna questa sezione della mostra, fra l’altro, è riportata in foto la tomba di una donna, databile fra 4000 e 3500 anni a.C., e rinvenuta negli scavi del cortile dei Benedettini: essa sarebbe quindi la prima catanese di cui si ha notizia.

A testimonianza di un’antichissima presenza umana in quella che fu poi l’acropoli della città sia in età greca che in età romana, reperti databili allo stesso periodo e a quelli successivi sono stati rinvenuti anche nel sito dell’ex Purità, proprio quello che ha rischiato di essere definitivamente spazzato via dall’improvvido progetto dei sapientoni dell’Università di Catania di costruire proprio lì le nuove strutture didattiche della Facoltà di giurisprudenza

L’arrivo dei coloni greci, intorno alla metà dell’VIII secolo a.C., segnò comunque un punto di svolta e il vero e proprio inizio della storia della città. Ma, se del successivo periodo romano restano tracce di grande valore architettonico (i teatri e le terme soprattutto), del periodo greco quasi nulla è rimasto in vista, per cui, a parte qualche toponimo di strada, poco e niente rimane nella memoria storica dei catanesi, già debole per conto suo.

Questa mostra comincia quindi a tracciare un quadro un po’ meno frammentario di quello che si riesce ad avere quando si ammirano singoli reperti sparsi in diversi musei dell’isola. Opportunamente infatti il caso di Catania è contestualizzato dalle sezioni che la mostra dedica ai siti archeologici che sono stati scavati in provincia, come quelli di Caltagirone, Monte Iudica, Grammichele, Licodia Eubea, Mineo, Ramacca e Adrano.

Di particolare interesse è la sezione dedicata ai numerosissimi materiali votivi (oltre 12.000 quelli già catalogati), ritrovati casualmente nel 1959, in un deposito (stipe) sottostante il piano stradale posto tra la chiesa di s. Francesco, nella piazza omonima, e la statua dedicata al cardinale Dusmet.

Secondo gli studiosi si tratta di materiali databili fra il VII e il IV secolo a.C e pertinenti ad un importante santuario dedicato alla dea Demetra/Cerere e alla figlia Kore che doveva sorgere nelle immediate vicinanze, risalendo lungo l’attuale via Crociferi. Di questo edificio fino ad allora si aveva una prova solo per la scoperta di un bassorilievo che era stato rinvenuto in zona nel 1939.

Oltre alle informazioni sulla vita religiosa della città, questi materiali offrono una eccezionale documentazione sulle attività artigianali e sulle tecniche di fabbricazione legate alla produzione di questi oggetti, che pongono Catania ad un livello non molto distante da quello della più importante Siracusa.

Da un’altra sezione dedicata alle monete, scopriamo che Catania, a partire dalla metà del V secolo a.C, fu dotata di una sua zecca capace di coniare monete di ottima fattura artistica e di grande bellezza. Sono alcune di quelle poche (solo 23) che sono state incamerate dallo Stato delle 309 rinvenute in un vaso rinvenuto nel 1923 dalle parti di Ognina.

Certo, una iniziativa culturale tanto inusuale per la nostra città quanto ricca di dati, notizie e informazioni avrebbe meritato una ben più ampia risonanza (in tutta la città non si vede uno straccio di manifesto) e soprattutto una maggiore fruibilità. Pochi infatti ne conoscono l’esistenza e comunque essa resta aperta solo di mattina, da martedì a sabato, e la domenica è visitabile solo su appuntamento.

Catania non si smentisce mai!

P.S.: Per chi fosse comunque interessato a saperne e capirne di più, l’Associazione Etna ‘ngeniusa ha organizzato, per martedì 22 gennaio alle 18, un incontro sulla mostra presso la Libreria Prampolini, in Via Vittorio Emanuele 333.

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