Indulto e amnistia? No grazie. Questa volta lo scrivono a chiare lettere non reazionari e forcaioli, ma tre illuminati direttori di carceri siciliane, che motivano il loro dissenso da Pannella (“pur rispettandone le battaglie”) nell’articolo Le nostre proposte per l’emergenza carceri pubblicato sul sito di Libertà e Giustizia, di cui sono soci.

Secondo Rita Barbera direttora della casa circondariale Palermo Ucciardone, Letizia Bellelli direttora della casa circondariale Enna, Antonio Gelardi direttore casa reclusione Augusta, amnistia e indulto sono solo “tamponi i cui effetti sono stati regolarmente annullati nel giro di un paio di anni”, mentre il disegno di legge Severino sulle pene alternative, “naufragato” con la fine della legislatura, rappresentava “una svolta culturale e di sistema”.

Esso stabiliva che “per reati non gravi la pena comminata […] potesse essere di tipo non carcerario: la permanenza presso il proprio domicilio, la messa in prova ossia una forma di sospensione della pena con lo svolgimento di lavoro di pubblica utilità e un’altra serie di forme di limitazione della libertà con varie graduazioni”.

Una legge che avrebbe consentito di uscire dall’emergenza se unita a:

  • la revisione della Bossi-Fini (legge sull’immigrazione) e della Fini-Giovanardi (legge droga) che prevedono semplicisticamente il carcere per casi complessi che andrebbero affrontati con altri strumenti
  • il ripristino della legge Gozzini, rimaneggiata negli anni e quasi devitalizzata, nonostante gli ottimi risultati (la legge cosidetta ex Cirielli, nota per una cospicua abbreviazione dei termini di prescrizione, prevede -ad esempio- un aumento del numero di anni trascorsi in carcere per accedere ai benefici esterni nei casi anche lievi di rediciva
  • un ragionevole piano carceri (un limitato, non faraonico aumento di posti letto) e il recupero delle strutture detentive già esistenti.

Ecco il testo integrale dell’articolo

Uno dei disegni di legge naufragati con la fine della legislatura, è quello sulle pene alternative.

Ancora oggi il nostro sistema penale è incentrato sulla pena detentiva in carcere. Il fascismo, sistema deprecabile, si servì tuttavia di fior di giuristi; uno di questi fu l’allora guardasigilli Alfredo Rocco, artefice di un codice penale che nella sua struttura portante sopravvive ancora oggi e prevede, anche per reati di lieve entità, come pena principale quella detentiva in carcere. Poi la pena non sempre viene applicata, ma la sanzione comminata nominalmente, come autorevolmente sottolinea il Consiglio superiore della Magistratura nel suo parere al disegno di legge Severino sulle pene alternative, risponde più all’esigenza di rassicurare l’opinione pubblica che a quella di dare una risposta reale ed efficace al crimine.

Più in dettaglio, oggi un giudice, quello cosiddetto di cognizione, commina la condanna a una pena detentiva in carcere; poi, in alcuni casi interviene un altro giudice, quello di sorveglianza, che converte la pena in una misura alternativa al carcere. Si tratta quindi di un beneficio da concedere caso per caso, che richiede comunque un ulteriore passaggio processuale e in parecchi casi non impedisce un breve, inutile e dannoso passaggio in carcere.

In tale contesto poi, sono i detenuti appartenenti alla c.d. marginalità sociale (extracomunitari, tossicodipendenti di lunga data, disagiati psichici e psichiatrici) che rappresentano la percentuale maggiormente significativa di detenuti, ad avere le maggiori difficoltà di accesso alle misure alternative esterne per l’assenza di idonei riferimenti: lavoro, domicilio, riferimenti familiari in grado di sostenere praticabili percorsi di inclusione sociale e per la difficoltà di avvalersi di una valida difesa.

Senza entrare in una eccessiva tecnicalità diciamo che il disegno di legge sulle pene alternative stabiliva che per reati non gravi la pena comminata direttamente dal giudice di cognizione potesse essere di tipo non carcerario: la permanenza presso il proprio domicilio, la messa in prova ossia una forma di sospensione della pena con lo svolgimento di lavoro di pubblica utilità e un’altra serie di forme di limitazione della libertà con varie graduazioni (la detenzione e l’arresto presso l’abitazione o altro luogo di privata dimora, anche per fasce orarie o giorni della settimana). Una svolta culturale e di sistema.

Una parte di un pacchetto di provvedimenti che unita a un ragionevole piano carceri (un limitato non faraonico aumento di posti letto) e al recupero delle strutture detentive già esistenti potrebbe fare uscire dall’emergenza. Ancora, sarebbero da rivedere la Bossi-Fini (legge sull’immigrazione) e la Fini-Giovanardi (legge droga) che contengono risposte in termini di carcerizzazione per fenomeni sociali complessi. Da ultimo, un ripristino della legge Gozzini rimaneggiata negli anni e quasi devitalizzata, nonostante gli ottimi risultati. La legge cosidetta ex Cirielli, ultimo e più pesante intervento sulla Gozzini, nota per una cospicua abbreviazione dei termini di prescrizione prevede un aumento del numero di anni trascorsi in carcere per accedere ai benefici esterni nei casi anche lievi di rediciva (cioè per tutti i detenuti).

Avviare e condurre con convinzione questo percorso, porre in agenda un ventaglio di provvedimenti porterebbe a realizzare, citiamo ancora il CSM “un’equilibrata politica di “decarcerarizzazione” e dare effettività al principio del minor sacrificio possibile della libertà personale”.

Per questo, in tanti non siamo d’accordo con Pannella pur rispettandone le battaglie. Amnistie e indulti ce ne sono stati tanti. Marcello Mastroianni nel film “Divorzio all’italiana” nel calcolare gli anni che doveva ancora scontare diceva che dopo quattro anni una amnistia gli spettava quasi “di diritto“. Sono stati dei tamponi i cui effetti sono stati regolarmente annullati nel giro di un paio di anni. E poi si è ricominciato a parlare di nuova emergenza, di stato di necessità che giustificava un ulteriore provvedimento di clemenza. Sempre annunciato come l’ultimo.

E ci auguriamo che nel centro sinistra ci si ricordi che l’indulto del 2006, a cui seguì il nulla nella politica carceraria, segnò un picco negativo di consensi per il governo Prodi e forse contribuì all’inizio della fine di quell’esperienza governativa.

E ci auguriamo che tutte le forze politiche presenti nel parlamento prossimo venturo guardino all’Europa non solo per lo spread o per il fiscal compact, ma anche per i diritti civili.

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