Nadia ha quattro figli, il più grande ha raggiunto da poco la maggiore età e cerca lavoro. Gli altri vanno a scuola e Nadia è soddisfatta dei loro buoni risultati, come ogni mamma che spera in un futuro migliore per i suoi bambini. E, come ogni mamma, si è data da fare per crescerli e ha trepidato per il maggiore quando la debolezza determinata da una grave anemia gli impediva persino di studiare.

Boian è già nonno e parlando del suo nipotino dice con tenerezza “sono queste le cose più belle della vita”. Non lo vede spesso, perchè quando con sua moglie e sua figlia hanno lasciato, otto anni fa, la Bulgaria per giocarsi la carta dell’Italia, il figlio, e quindi il nipote, sono rimasti lì. Ha rivisto di recente il bambino, tornando al suo paese per alcuni mesi, ma non ha più trovato, al ritorno a Catania, nè lavoro nè casa.

Poco importa se Nadia e Boian di cognome facciano Hangalet e Angelov, siamo seduti l’uno accanto all’altro, chiacchieriamo in attesa che cominci l’incontro a cui siamo stati invitati e ci sentiamo, nel modo in cui viviamo le difficoltà e gli affetti, ‘uguali’.

Proprio per questo è sconvolgente pensare che Boian viva oggi nelle ‘fosse’ del Corso Martiri della Libertà e Nadia, che attualmente ha un lavoro e una casa in affitto, sia passata attraverso le esperienze del palazzo delle Poste e del campo di Fontanarossa.

Come farà Boian, con la moglie e la figlia, a mantenere il decoro con cui si presenta nonostante viva accampato in un luogo senza acqua e senza servizi?

Come avrà fatto Nadia a far crescere i suoi figli in ambienti altrettanto inospitali, curandoli e affrontando l’ansia della malattie e dell’emarginazione?

E’ venerdì sera, siamo nella chiesa evangelica del Nazareno, ha finalmente inizio l’incontro “Catania, l’altra città si racconta” organizzato da Libera, Pax Christi, Mani Tese, Smei (Società Missionaria Evangelica Italiana), Jesus Generation. Un incontro in cui realtà associative diverse hanno provato a mettersi insieme per ascoltare e far ascoltare le storie di chi, nella nostra città, vive l’esperienza dell’emarginazione, da straniero.

Dovevano essere proprio loro, gli stranieri, ‘l’altra città’, a raccontare di sé in prima persona, e per ‘restituire’ all’esterno questi racconti sono stati personalmente invitati alcuni giornalisti e scrittori, individuati tra i più sensibili a queste problematiche.

Purtroppo a Nadia e Boian sono stati concessi solo pochi minuti, sebbene queste persone coraggiose e abbastanza disinibite avrebbero probabilmente saputo e voluto dire di più.

La parola l’hanno presa soprattutto i giovani attivisti che da alcuni anni visitano i Rom accampati prima al palazzo delle Poste e poi a Fontanarossa oppure a San Giuseppe la Rena e i Bulgari delle fosse di Corso dei Martiri.

Li aiutano nei bisogni materiali, fanno loro scuola d’italiano, portano una parola di conforto, li riconoscono come ‘persone’ e -come hanno più volte sottolineato- li fanno sentire amati. Lo fanno perchè sono credenti, perchè sono ‘missionari’, come essi si definiscono, perchè seguono il Vangelo, “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Che ci piaccia o no il loro stile, che sentiamo affini o meno il loro taglio spiritualistico e le benedizioni che distribuiscono insieme ai panettoni (come abbiamo visto nei video che hanno presentato), il dato certo è che non si limitano a parlare, agiscono.

Germana Grimaldi, insegnante di matematica, che ha fatto scuola ai bambini del campo di Fontanarossa, ha espresso in modo molto vivace il suo graduale e crescente coinvolgimento, passando dal disagio iniziale per la mancanza d’igiene (“tornata a casa, ho fatto subito una doccia”) al crescente interesse e alla disponibilità al contatto fisico, agli abbracci che i bambini vogliono dare e ricevere. Un contatto che non lascia indifferenti: “Quando torno a casa -racconta Marco Basile– non posso rimboccare a cuor leggero le coperte a mia figlia, pensando a quei bambini che vivono senz’acqua e in mezzo ai ratti”.

Ci ha fatto piacere conoscere queste persone impegnate e motivate, ma forse avremmo preferito ascoltare più a lungo Boian, sentirgli dire in pubblico le cose che aveva raccontato a noi, della Bulgaria comunista in cui c’era lavoro per tutti, della casa venduta per venire in Italia, del lavoro svolto in passato a Catania con la Caritas e come interprete per il Tribunale, dell’attuale situazione del campo bulgaro di Corso dei Martiri dove “c’è anche tanta gente perbene”. E chiedergli anche altre cose e fare lo stesso con Nadia, che manda i suoi figli in una scuola lontana dall’attuale abitazione perchè è quella in cui si erano in precedenza inseriti e sono accettati e ben integrati.

Dal dibattito è venuta fuori l’esigenza di un approccio più ‘politico’, che denunci le cause e additi le responsabilità istituzionali. E’ emersa anche una indicazione concreta, di cui si è fatto portavoce Mirko Viola di CittàInsieme: esiste nello Statuto Comunale la figura del ‘consigliere comunale aggiunto’, che gli stranieri possono eleggere come garante della loro parità di diritti, uno strumento da conoscere meglio e da utilizzare.

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One Response to “L’altra città, il racconto dei nostri fratelli ‘clandestini’”

  1. Vincenzo Pezzino
    gennaio 30th, 2013 at 10:01

    Intanto, grazie ad Argo – cento occhi su Catania, per l’eccellente articolo sull’incontro che rispecchia pienamente quello che anch’io ho avvertito.
    Adesso sembrerà strano quello che dico, visto che proprio io fungevo da moderatore.
    Probabilmente c’è stato un equivoco. Anch’io mi aspettavo che Nadia e Boian parlassero molto di più, anzi eravamo rimasti proprio così! O non si sono capiti loro con Germana, o non mi sono capito io con Germana… Tanto più che fino a quel momento non era affatto tardi e c’era sicuramente abbastanza tempo. Certo, può sembrare abbastanza strano che questo lo dica il moderatore, che avrebbe dovuto gestire i tempi, ma è andata proprio così e non voglio esimermi dalle mie responsabilità. A quel punto la loro breve testimonianza è terminata e… ahimé semplicemente siamo andati avanti, con la scheda del carcere minorile.
    Ringrazio comunque anche per queste osservazioni giuistamente critiche.
    Enzo

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