Proseguendo nella scelta di leggerezza per questo giorno di festa tutto catanese, vi proponiamo la recensione di un ironico divertissement, a cura della redazione.

Menopausa come liberazione, liberazione dalla tirannia degli ormoni, dalle reti tese dai maschi, dall’ansia di perdere la giovinezza e con essa il tono muscolare, la prestanza fisica, il fascino delle curve.

“Josephine, gli ormoni e la libertà” è il titolo di un divertissement in un atto di e con Patrizia D’Antona che è andato in scena nei giorni scorsi al Teatro del Canovaccio di Catania e prima ancora al Ditirammu di Palermo. Lo spettacolo, stile “one-women show”, racconta per un’ora circa il mondo di una donna d’oggi che rovescia/cancella l’accezione negativa attribuita alla menopausa, esaltando i lati positivi, i vantaggi della fine dell’età fertile. Si entra quindi in una nuova fase di vita, meno turbolenta, più tranquilla, nella quale solo a tratti e sempre con minore forza si fanno sentire gli ardori della giovinezza e della maturità.

Josephine è una donna italo-francese (la sua mamma l’ha chiamata così in onore di Josephine Baker). “Non so quando Joséphine ha deciso di intervenire nella mia vita. -dice Patrizia D’Antona- Forse stava “lì” da un po’ e quando la situazione si è fatta complicata ha preso il sopravvento, per guidarmi nelle impervie acque della menopausa, e in quelle ancor più oscure perché tristi, del nostro mondo contemporaneo. Le sue considerazioni su noi donne, sempre in lotta contro l’inevitabile passare del tempo, trovano soluzioni “naif” ma non per questo meno efficaci per sorridere davanti alla fatica delle relazioni e, più in generale, a quella diffusa dell’esistere. Joséphine proclama, quindi, le bellezze e i vantaggi della vita adulta, il progressivo abbandono delle preoccupazioni legate alla riuscita della vita materiale e alla scoperta dei piaceri dell’esistenza, altri da quelli che ci impone la costante tortura dei massmedia con i modelli dell’eterna giovinezza e dell’efficienza sessuale”.

E Patrizia D’Antona si fa tre. Arriva nonna Gerlandina col suo cappellino démodé, la sua andatura insicura, il passo incerto e gli interrogativi senza risposta: “Una parola che non conosco, la qualità della vita”. Non demorde e non vuol mollare , invece,  Calloachiodo, preda di sfrenate tarante al suono di indiavolate pizziche pugliesi. E se nonna Gerlandina è una “guida spirituale, che l’età avanzata spinge con accesa curiosità all’indagine sul dopo, Calloachiodo rimane irriducibile di fronte al cambiamento” e obbliga Josephine “al richiamo della forza vitale, al legame con la terra”.

Tutta la pièce è sostenuta da una grande leggerezza, dall’assenza di volgarità e da tanta ironia. Perché come dice Patrizia D’Antona insieme a Josephine, ogni età ha la sua “ fa-vo-lo-sa “ ragione d’esistere e l’angelo dell’ironia può accompagnarci ad attraversarle tutte.”

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