Un’analisi complessa quella proposta da Piero Bernocchi (portavoce nazionale Cobas) nel suo libro “Benicomunismo. Fuori dal capitalismo e dal ‘comunismo’ del Novecento”, presentato venerdì scorso a Catania nella sala-dibattiti della L.I.L.A.

Lo ha sottolineato, nella sua introduzione, Nino De Cristofaro, dei Cobas scuola. L’autore, infatti, pur muovendo da una lettura materialistica della realtà di chiara impronta marxiana, tenta di rimettere in discussione i risultati raggiunti da chi, a cominciare dalla rivoluzione di Ottobre, ha provato a fare vivere concretamente quei contenuti.

Tutto ciò nella consapevolezza, come dimostrano le dinamiche reali di quest’ultima crisi che stiamo attraversando,  della permanenza dello scontro, per usare una formula sintetica ma chiara, tra sfruttati e sfruttatori.

Ed è proprio per rilanciare in modo credibile un’ipotesi alternativa all’ organizzazione della società capitalistica che, secondo Bernocchi, da un lato occorre fare sino in fondo i conti con ciò che non ha funzionato nelle società socialiste del secolo passato, dall’altro bisogna leggere correttamente il nostro presente.

Rispetto al primo problema, la riflessione centrale ruota intorno al fatto che  la statalizzazione dei mezzi di produzione non ha prodotto una riappropriazione collettiva dei profitti, ma ha determinato (e secondo l’autore non sarebbe potuto essere diversamente) la costituzione di una classe di funzionari (del partito-stato) che si è complessivamente appropriata della produzione collettiva.

Quanto al presente, esso è caratterizzato dall’affermazione di un processo di mercificazione che non trova limiti alla sua diffusione.

Da ciò la necessità di individuare, come faticosamente stanno facendo i movimenti che in questi anni a livello mondiale hanno provato a intrecciare un articolato insieme di lotte (dai movimenti contadini a quelli per la pace, da quelli per l’acqua bene comune a quelli in difesa della madre terra), le tante contraddizioni, tutte di pari dignità, che attraversano il nostro tempo.

Poiché a guidare questo processo di mercificazione sono i principali stati nazionali, seppure fra loro in competizione, il rischio è quello di una distruzione generalizzata dei beni naturali. Da qui l’esigenza, e l’urgenza, di operare un salto di qualità per evitare di assistere impotenti a tutto questo.

Valerio Marletta (giovane sindaco di Palagonia) ha apprezzato la difesa dei beni comuni (un tema che, oggi, un po’ tutti sembrano rincorrere) e ha sottolineato come le generazioni più giovani  abbiano trovato profondi motivi di mobilitazione e impegno proprio per difendere i beni comuni.

Antonio Mazzeo (giornalista e attivista No Muos) ha individuato nella pratica dei Social Forum (a livello mondiale, mentre in Europa non si è ancora costruita una rete degna di questo nome) una positiva risposta all’esigenza di articolare e intrecciare fra loro lotte di diversa natura.

In un percorso in cui c’è molto da apprendere, ma anche da migliorare. Visto che, ad esempio, nonostante le guerre proliferino in tutto il mondo non si assiste a una mobilitazione adeguata per la pace.

Gianni Piazza (Ricercatore di Scienze politiche) ha messo in evidenza l’importanza di tornare a riflettere su come rendere possibile la democrazia diretta, a non sottovalutare, nonostante il “pubblico disprezzo”, l’influenza esercitata dai partiti tradizionali sulla società civile, a cogliere il ‘nuovo’ espresso da movimenti che non procedono secondo la logica maggioranza-minoranza, ma provando a trovare soluzioni condivise per andare avanti.

Ed è proprio utilizzando la “democrazia del consenso” che, secondo Bernocchi, va fatta crescere la politica dei “non professionisti” e va sviluppata “l’alternativa arcobaleno” al sistema capitalistico. Le tante virgolette utilizzate dimostrano come non ci si trovi di fronte a soluzioni precostituite, ma che è necessario imparare a confrontarsi con le tante soluzioni possibili.

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